Magazine

A.C.A.B e l’abisso di violenza della società

Creato il 17 febbraio 2012 da Postscriptum

A.C.A.B e l’abisso di violenza della società

Per chi avesse passato gli ultimi anni chiuso in una campana di vetro, sulle spiagge di Zihuatanejo insieme ad Andy Dufresne e per chi semplicemente non l’ha mai sentito dire, A.C.A.B è l’acronino di All Cops Are Bastard (Tutti gli sbirri sono bastardi), coniato da una band skinhead e adottato come slogan (e come pretesto) da violenti facinorosi che sfruttano gli eventi di massa come partite di calcio, concerti e scioperi per ingaggiare battaglia con i poliziotti. Negli ultimi anni, a causa di tristissimi avvenimenti, questo termine è stato utilizzato per marchiare a fuoco l’atteggiamento aggressivo-repressivo dei poliziotti del reparto mobile, i cosiddetti celerini.

Stefano Sollima nel suo recente A.C.A.B (in questi giorni nella sale italiane) racconta la storia di un gruppo di celerini romani, una storia che si avvinghia morbosamente ai recenti fatti della cronaca italiana come il G8 di Genoa del 2001, gli assassinii dell’ispettore Filippo Raciti e del tifoso laziale Gabriele Sandri e il vomitevole episodio della scuola Diaz, sempre a Genoa.


La trama è incentrata più sull’osservazione e la libera interpretazione (di chi vede il film) dei fatti più che sulla cronaca vera e propria, vengono presentati i 4 protagonisti come uomini comuni, quindi fallibili ma anche come persone socialmente pericolose, forse anche più delle bestie con cui sono costretti a combattere durante il servizio.
Problemi personali, razzismo e intolleranza latente e una pericolosissima cultura da del branco sono il carburante di questi 4 uomini: Mazinga (Marco Giallini), Cobra (Pierfrancesco Favino), Negro (Filippo Nigro) e Adriano (Domenico Diele).

E’ una violenza che si autogiustifica, come i fortunati cinefili hanno potuto vedere in Arancia Meccanica di Stanley Kubrick e Le Iene di Quentin Tarantino, ma a differenza di questi film in cui tutto è allargato, amplificato, esagerato, nel film di Sollima i fatti si svolgono sotto il portone di casa nostra e i carnefici stanno in fila al supermercato dietro di noi, guardano il film al cinema accanto a noi, li incontriamo dal macellaio o quando compriamo il giornale, insomma potremmo essere anche noi e non ce ne siamo accorti a causa della percezione sempre più distopica, edulcorata e xenofoba della realtà che i media ci hanno inculcato con la nostra connivenza e il nostro benestare.

A.C.A.B e l’abisso di violenza della società

da sinistra a destra: Diele, Giallini, Favino e Nigro

A.C.A.B mi ha ricordato il film Hooligans di Lexi Alexander che racconta la cosmogonia delle firm inglesi. Si tratta di storici gruppi d’assalto delle tifoserie dei club di calcio che si danno appuntamento fuori dagli stadi per riempirsi di botte stabilendo così un folle sistema di nomea e di rispetto basato su chi picchia più forte o (spesso) che le prende meglio. Il film voleva essere una specie di docu-fiction romanzata del fenomeno e ci riesce bene, almeno fino ad un certo punto. Guardandolo ho avuto la sensazione che la violenza gratuita sia sempre più un comodo e ignorante pretesto per dimostrare (soprattutto a se stessi) di essere qualcuno, di avere un ruolo nella società, sia anche quello del carnefice.
Con A.C.A.B ho avuto la stessa sensazione: i quattro celerini sono incapaci di vivere una vita normale, hanno famiglie disastrate, non hanno amici ma fratelli di branco, non hanno hobby, interessi e ideali che non siano quello di sancire con la forza il loro volere, le loro regole.


Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :