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Avere vent’anni: aprile 1995

Creato il 30 aprile 2015 da Cicciorusso

wolfheart

MOONSPELL – Wolfheart

Ciccio Russo: Quello che ha significato Wolfheart forse lo si comprende veramente a distanza di vent’anni, a prescindere da tutti i legami emotivi, dall’aver mentalmente dedicato An Erotic Alchemy alla prima ragazza che ti aveva consentito di toccarle le tette e così via. I Moonspell erano riusciti a rileggere da una prospettiva mediterranea suoni che erano nati nel Nord Europa, con un approccio ancora più originale di quanto avesse fatto fino ad allora la scena greca, non solo grazie ai pesanti influssi gothic metal (che poi diventeranno la cifra stilistica dei lusitani già dal secondo disco: una Trebraruna o una Ataegina non la scriveranno più) ma anche per i riferimenti alla musica tradizionale e al retroterra storico del Portogallo, sposando appieno quella filosofia identitaria che è alla base del black metal. È per queste ragioni che gli americani non riusciranno mai a suonare questo genere in maniera credibile e, per fare qualcosa di buono, devono accontentarsi di contaminarlo.

Trainspotting: È letteralmente impossibile spiegarvi cosa significa questo disco per me. Non è possibile. All’epoca erano usciti Wolfheart e Irreligious e io ci ero davvero uscito di testa, ho continuato sempre ad ascoltarli a ripetizione, e li riascolto ancora adesso. Ma non credo fosse un caso: non si era mai sentito niente di simile all’epoca e non mi pare che sia uscito qualcosa di paragonabile dopo. In Wolfheart si sente il Portogallo, non c’è imitazione, c’è solo un gruppo colto in un attimo di altissima ispirazione che in seguito, purtroppo, andrà sgonfiandosi poco a poco. Questo disco è il vero miracolo dei Moonspell, anche considerando i singoli musicisti. Il terzetto iniziale Wolfshade/Love Crimes/Of Dream and Drama sarebbe bastato per farli diventare uno dei miei gruppi preferiti, ed An Erotic Alchemy e Alma Mater rivelano qualcosa di ancora più luminoso, per quanto con mezzi e con modi ingenui. La bellezza dei Moonspell forse era proprio nell’ingenuità. Potrebbe aver influito perdere Mantus, andato via proprio dopo il debutto, giusto in tempo per arricchirlo con una chitarra mai più così personale e sentita, e con degli assoli magnifici. Non so quanto Wolfheart possa essere apprezzato per chi lo ascolta per la prima volta adesso, ma varrebbe davvero la pena provare.

 lepaca kliffoth

THERION – Lepaca Kliffoth

Charles: Lepaca Kliffoth rappresenta uno dei dieci motivi per i quali ascolto heavy metal. Al di fuori della sfera personale, questo disco rappresenta anche un momento di passaggio molto significativo nell’evoluzione dello stile dei Therion per come li conosciamo oggi. Beh, dire ‘oggi’ forse è sbagliato, diciamo allora per come li conoscevamo fino a qualche annetto fa. Ponte, dunque, tra le ruvidezze di Ho Drakon Ho Megas e la definizione in senso sinfonico ed operatico dello stile a partire dal successivo, splendido, Theli. Album assolutamente equilibrato e perfetto: equilibrato nel suo manifestarsi roccioso e heavy metal in senso stretto e volgersi senza paura alcuna alla melodia e alla sinfonia; perfetto in quanto summa di elementi imperfetti ed inconciliabili che fusi insieme mostrano quanto l’arditezza degli accostamenti stilistici e l’illogicità del perseguire tale intento sono mere limitazioni intellettuali che non possono riguardare in alcun modo una mente ispirata, dalla musica o la fede in strani credi ancestrali, se volete, di un Christofer Johnsson illuminato come non mai. Una delle più belle ed immaginifiche copertine di tutti i tempi, disegnata dalla mano di Kristian Wåhlin.

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STRAPPING YOUNG LAD – Heavy as a really heavy thing

Enrico Mantovano: Della volta in cui vidi in concerto gli Strapping Young Lad non rammento granché, se non il terrificante look di Devin Townsend, calvo fino alla nuca e con dei lunghissimi dread che partivano dalla base del collo per arrivare in fondo alla schiena. Il mio amico Carlo a quel tempo era un fiero capellone e non smetteva di ripetere che, se un giorno fosse stato costretto a fronteggiare la calvizie, avrebbe adottato lo stesso taglio: oggi è quasi completamente pelato e, per sua fortuna, sembra aver cambiato idea. Heavy As A Really Heavy Thing appare un po’ come il figlio di un Dio minore, schiacciato dalla prepotente superiorità del successivo e fondamentale City. Suona acerbo, discontinuo, pieno di alti (in primis, la mastodontica S.Y.L) e bassi, ma riesce ancora a trasmettere un generale senso di epidermica e straniante angoscia: mica poco per un album parzialmente rinnegato anche dal folle genio che l’ha composto.

plastic green head

TROUBLE – Plastic Green Head

Stefano Greco: Presumo che i Trouble arrivarono a registrare questo album consapevoli di aver mancato l’appuntamento con la storia. Manic Frustration era un album che, in un mondo abitato da gente normale, avrebbe dovuto vendere come minimo qualche milione di copie e renderli delle mezze superstar. Non andò così, e in breve tempo la band si ritrovò scaricata dalla American di Rick Rubin. Nonostante il senso di rassegnazione che sembra pervaderlo, Plastic Green Head gode ancora di un songwriting stellare in cui i Trouble trovano la sintesi massima tra il doom classico degli esordi e tutti gli elementi che vi si erano sovrapposti nel corso del tempo. Le derive psichedeliche sono più marcate che mai, così come l’integrazione, inevitabile per l’epoca, di elementi presi a prestito dal Seattle sound; in Opium Eater la contiguità con gli Alice In Chains è ben più che un’impressione. Le due cover molto poco ortodosse magari non saranno chissà che capolavori, ma hanno avuto il merito di avviarmi ad ascolti ai quali altrimenti sarei arrivato con qualche difficoltà in più: da qui, enorme gratitudine. Difficile pensare a un gruppo più sfigato dei Trouble.

Avere vent’anni: aprile 1995

EARTH – Phase 3: Thrones And Dominions

Enrico Mantovano: Nei miei incubi peggiori, tendenzialmente dopo aver cenato tardi a base di peperoni fritti, mi è spesso capitato di veder apparire la bambina sghignazzante che campeggia sulla copertina di Phase 3: Thrones And Dominions. Sorride, offre una pillola che dubito possa in qualche modo agevolare la digestione, e poi scompare nel nulla. Il secondo album degli Earth ha molto in comune con la peperonata salentina: attira grazie al profumo accattivante (Harvey), stordisce con un sapore forte e deciso (Tibetan Quaaludes), e infine trascina la mente (Song 4) e lo stomaco (Thrones And Dominions) verso una stasi pressoché totale. Via di mezzo fra il drone di Earth 2 e lo stoner di Pentastar, Phase 3 disegna universi paralleli popolati di demoni desertici e tunnel psicotici. È forse il lavoro più oscuro della prima fase creativa di Dylan Carlson, un viaggio cupo e disperato nelle profondità dell’abisso: la sua primordiale monoliticità, a distanza di vent’anni, non ha perso nulla dell’originaria, disturbante, bellezza. Astenersi intestini deboli e inguaribili ottimisti.

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ICED EARTH – Burnt Offerings

Trainspotting: Questo è un disco per covare rancore. Il Satana di Dorè in copertina secondo me non è tanto per Dante’s Inferno in chiusura, quanto per il fatto che questo è un disco luciferino nell’animo. A Burnt Offerings ribolle la rabbia in corpo, quell’odio sordo e cupo tipico dell’uomo che si sente solo, umiliato e con le spalle al muro; un odio cattivo, nel senso più puro che questa parola possa significare; un urlo represso di rancore cieco e violento, che da tempo cova sotto le braci ed è sul punto di scoppiare. Forse Dark Saga è ancora più bello, ma è Burnt Offerings il nocciolo degli Iced Earth, la cruda rappresentazione musicale della loro poetica.

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CRUACHAN – Tuatha na Gael

Charles: Non è che dobbiamo parlare benissimo di qualsiasi disco uscito 20 anni fa, ma esistono anche album diciamo poco significativi in senso assoluto ma che possono rappresentare qualcosa di preciso per ognuno di noi. È il caso, nel mio caso, del primo album dei Cruachan, gruppo che non ha mai realmente brillato per qualcosa di veramente memorabile. Dicevo a proposito di Tuatha na Gael nella recensione di Blood On The Black Robe che ‘oggi lo diamo per scontato ma l’inquietudine del black poteva stonare di fronte alla leggerezza dei ritmati canti irlandesi’ e che, per quanto potesse suonare sfrontato e grezzo, a me quella prova di stile piacque da subito, tanto da rimanere affezionato alla band irlandese anche negli anni a venire.

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BLIND GUARDIAN – Imaginations From The Other Side

Enrico Mantovano: Per un periodo abbastanza lungo della mia vita, Imaginations From The Other Side è stato non soltanto l’album che ho amato di più, ma anche l’unico che ho ascoltato. Ricordo interi pomeriggi trascorsi ad analizzarne minuziosamente i testi, mentre il CD roteava senza soluzione di continuità dentro un vecchio lettore della Panasonic e cumuli di versioni di greco giacevano abbandonate dall’altra parte della scrivania in attesa di essere tradotte. Se Nightfall in Middle-Earth è il disco del cuore, per una serie di motivi che trascendono la dimensione strettamente musicale dell’opera, Imaginations From The Other Side è il disco della testa: come avviene con tutti i grandi amori, chi ti conquista il cuore alla lunga può svanire, annacquato dal tempo o soppiantato da un’altra cotta più o meno passeggera, ma chi ti conquista la testa rimane lì per sempre e devi farci i conti finché campi.
Prima di scrivere queste due righe, ho ripreso in mano quel vecchio cd consumato e impolverato. L’ho inserito nello stereo e ho chiuso a chiave la porta della mia camera. Sono passati anni dalla prima volta che l’ho sentito, e forse anche dall’ultima, ma nulla sembra essere cambiato: conosco ancora a memoria ogni singolo passaggio, ogni nota, ogni parola. Mentre gli ultimi riverberi di And The Story Ends andavano assottigliandosi, mi sono ritrovato a sorridere da solo, un po’ più vecchio e un po’ più felice. Lunga vita ai Bardi.

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GRAVE DIGGER – Heart of Darkness

Trainspotting: Il suono classico dei Grave Digger deriva tutto da Heart of Darkness. Nella dozzina d’anni precedente era successo un po’ di tutto, cambiamenti di nomi e di stili, progetti paralleli scombinati, cambi di rotta sconsiderati, eccetera. Si sono rimessi in riga con The Reaper, e in Heart of Darkness trovano finalmente la quadra al loro stile, che non cambieranno mai più, nonostante cambi di formazione anche importanti. Tunes of War e Knights of the Cross arriveranno subito dopo, e insieme ad Heart of Darkness forniranno il motivo principale per cui i Grave Digger riceveranno le benedizioni di tutti gli amanti di barbecue, picnic, campeggio ai festival, mangiate in montagna e scampagnate con pranzo al sacco. GRAZIE.

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PAVEMENT – Wowee Zowee

Manolo Manco: I Pavement per me sono la definizione di ciò che è propriamente indie rock, termine oggi usato impropriamente per indicare i gruppi rock’n’roll da copertina alla The Strokes o lo pseudo-cantautorato italiano come Le Luci della centrale elettrica. I Pavement erano cinque ragazzi californiani ordinari cresciuti con il punk hardcore, forse un po’ stralunati e dall’aspetto placido e sognante. E questo si rifletteva inevitabilmente nella loro musica, influenzata dai Velvet Underground e dai Butthole surfers, ma con i toni di incantata pigrizia di giornate trascorse nel prato insieme ai compagni di college a raccontarsi aneddoti spensierati, senza il palesarsi del peso delle responsabilità e dei problemi che la quotidianità pone lungo il nostro cammino. E questo è lo stato mentale in cui piombo ogni volta che mi trovo ad ascoltare i primi due dischi di questo meraviglioso gruppo. Il terzo, Wowee Zowee, fu un ottimo successo commerciale e oggi è considerato un classico della band, tanto da essere ritenuto un po’ il Sgt. Pepper della loro discografia, in quanto incanalato in una sperimentazione musicale compiuta e matura.  In realtà, all’epoca lasciò un po’ interdetti i fan della prima ora. Complici la pressione discografica e l’eccesso di marijuana consumata in sala prove, questo album risultava meno convincente dei precedenti. Stilisticamente non c’era niente che non andasse, ma il risultato era un po’ forzato, poco ispirato, le canzoni erano un po’ sfilacciate tra di loro, come se in ogni pezzo i Pavement dovessero ad ogni costo dimostrare di essere in grado di fare il pezzo punk, poi il pezzo country e così così via, a detrimento della spontaneità e dell’ingenuità, caratteristiche peculiari della band. Per stessa ammissione di Stephen Malkmus, troppe aspettative gravitavano intorno a questa uscita discografica e il risultato è stato inferiore alle attese, ma solo perché il metro di paragone erano Slanted and Enchanted e Crooked Rain, Crooked Rain. Oggettivamente, a distanza di anni, resta il songwriting superbo della band, che emerge in classici come We Dance e Grounded, in grado di cannibalizzare a colazione il 90% delle uscite del genere attuali. Solo un po’ di freschezza in meno rispetto al resto della discografia, anche successiva, per cui al metallaro alla ricerca di relax emotivo in un picnic con gli amici consiglio di spararsi in cuffia i primi due album dei californiani.

once upon the cross

DEICIDE – Once Upon The Cross

Luca Bonetta: Gli anni ’90 erano un bel periodo per tanti motivi, e mi dispiace molto il non averli vissuti pienamente per motivi anagrafici. I miei ricordi migliori legati a quei tempi si limitano ad alcuni cartoni animati, videogiochi e pomeriggi interi passati con gli amici a fare casino, troppo spesso tornando a casa con ginocchia sbucciate o escoriazioni varie. Sicuramente se fossi nato una decina d’anni prima tra tutte queste liete memorie ci sarebbe anche la musica. Negli anni ’90 sono uscite perle irripetibili, e Once Upon The Cross è una di queste: dopo la doppietta micidiale di Deicide e Legion, Glen Benton e soci dimostrarono di avere ancora un’ultima carta da giocare prima di piombare in un abisso di sterilità creativa dal quale hanno iniziato ad uscire quasi una decina d’anni dopo (non senza scivoloni). Mezz’ora scarsa di Cristi scotennati e ingiurie ai santi tutti, condensati in un death metal ferale e tanto caotico quanto chirurgicamente preciso. Una manifestazione di rabbiosa catarsi da parte di una band che, purtroppo, non sarà mai più la stessa.

Ciccio Russo: Once Upon The Cross sta ai Deicide come Covenant sta ai Morbid Angel. Non è il disco che ha i pezzi migliori (quello era l’esordio omonimo), non è il loro lavoro più originale (quello può essere Legion che, per inciso, non è mai stato il mio preferito) ma è sicuramente il più cattivo, quello dove si sente meglio Satana, soprattutto per i suoni, feroci e laceranti come le frustate dei centurioni sulla carne viva del Redentore. Benton latra quasi fosse realmente posseduto da Satana e  la furia deliziosamente insensata che anima l’apocalittica title-track o il crescendo parossistico di Kill the christian non verrà mai più replicata. Un paio d’anni dopo Serpents of the light, per quanto apprezzabile, avvierà una normalizzazione dalla quale, al netto del temporaneo rincoglionimento sancito dall’ancora successivo Insineratehymn, non si riprenderanno mai davvero. Per me fu il reale punto di non ritorno. Una volta che hai in casa un cd il cui artwork interno include un’immagine di Cristo sbudellato sul sudario, hai decisamente scelto da che parte stare.



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