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Bruno Biriaco

Creato il 15 febbraio 2012 da Athos Enrile @AthosEnrile1
Bruno Biriaco
Ancora una volta facebook mi ha dato l’opportunità di conoscere qualcuno che ho sfiorato in un passato davvero remoto. Bruno Biriaco, negli ultimi quarant’anni si è “trasformato “ in Compositore, Direttore d’orchestra e chissà cos’altro, ma lego la sua immagine ai Perigeo, band che vidi nei primi anni ’70 al Teatro Alcione di Genova. Non rammento se si trattasse di gruppo “spalla”, ma ricordo bene l’immagine di Biriaco e quella di Giovanni Tommaso, anche se mi focalizzai sul primo, essendo io  molto interessato alle percussioni. Nella mia immaturità-non solo musicale-i funambolici passaggi di Bruno mi sembravano qualcosa di davvero speciale-e probabilmente lo erano-ma l’aspetto visivo aveva enorme importanza per un sedicenne che iniziava ad assorbire tutte le nuove influenze. Era il momento del prog, e il Perigeo, assieme agli Area, rappresentavano il lato più jazzistico del panorama musicale nostrano, ed erano gli unici che io conoscessi in Italia con quelle caratteristiche. E i loro nomi erano molto conosciuti, alla stregua dei Di Cioccio, Tagliapietra, D’Anna, Nocenzi, Gabriel, Hammill, Lake e tanti altri. La vita dei Perigeo finì presto, come accaduto a molte altre band, ma hanno lasciato il segno, e con Bruno Biriaco ripercorriamo alcuni momenti storici, approfittando della sua competenza ed esperienza  per tracciare giudizi generici sulla musica e sul suo stato attuale.
Bruno Biriaco L’INTERVISTA
Quando pochi giorni fa ti ho contattato abbiamo ricordato assieme il Teatro Alcione, dove ti vidi  con il Perigeo ad inizio anni ’70. Se capitassi in questo preciso momento davanti all’ex Alcione troveresti uno spazio spianato, in attesa della costruzione, forse di un palazzo. Quarant’anni andati in fumo! Che rapporto hai con i ricordi musicali di quei giorni? Tristezza o  felice consapevolezza, legata all’aver partecipato a qualcosa di irripetibile? Beh la prima reazione è di grande tristezza perché il Teatro Alcione è stato un simbolo, per Genova e per tutti coloro per i quali è stata una struttura importante, dove si è potuto vivere un significativo periodo storico della musica italiana e non solo. Mi ricordo, quando ci comunicarono che avremmo suonato lì con il Perigeo, che eravamo tutti molto emozionati: l’Alcione era come il Teatro Brancaccio di Roma, un tempio della Musica dove si erano esibiti nomi importantissimi. Certo, a distanza di tempo, rimane la gioia e la soddisfazione di aver partecipato a qualcosa di veramente unico: niente poi, sul piano musicale, si sarebbe più realizzato nello stesso modo e con lo stesso fermento.
Leggendo la tua biografia salta subito all’occhio il tuo precoce ruolo di batterista, a dispetto degli studi di pianoforte e composizione. Atto di ribellione o semplice attitudine al ritmo? Prima di tutto va detto che la batteria è stato il mio primo strumento. All’età di nove anni, mi ero fatto una batteria molto particolare, con le provvidenziali scatole di biscotti di latta ed accompagnavo mio papà quando a casa suonava il pianoforte. Poi è venuta maturando la passione per la musica ed ho cominciato, privatamente, a prendere lezioni di pianoforte. Parallelamente ho approfondito lo studio della batteria e mi sono dedicato allo studio dello strumento, avvantaggiato dalla lettura musicale, sotto la guida di un grande professionista, Sergio Conti, batterista dell’orchestra della Televisione di Roma. E lì ho cominciato ad approfondire aspetti, come la lettura a prima vista, che avevo sottovalutato. Non un atto di ribellione, quindi, ma pura e semplice passione.
Il jazz è la tua passione. Se è vero che non si suona per denaro è altrettanto vero che il talento e le competenze devono ricevere adeguato compenso. Nel bellissimo libro di Bill Bruford, scritto in modo originale dopo parecchi lustri di attività, il musicista jazzista, anche il migliore sulla terra, è dipinto come colui che  non riceverà mai i compensi- ne avrà mai il pubblico- del suo corrispettivo nel rock. C’è una logica dietro a questo stato di cose, apparentemente bizzarre? Io distinguerei i due aspetti. Non è esatto dire che “non si suona per denaro”, diciamo che il primo elemento che fa muovere chiunque si avvicini alla Musica non è certo quello economico perché le problematiche da parte di chi si vuole incamminare per questa “strada tortuosa ed impegnativa” sono sicuramente altre: la necessità di uno studio approfondito del proprio strumento, così da essere in condizione di non avere “impedimenti” tecnico-strumentali che in qualche modo possano nuocere alla propria espressività qualunque sia il linguaggio e lo stile, classico, jazz, rock, ecc. C’è da dire che molti approfittano di questa “disponibilità” sottopagando i musicisti o approfittando del fatto che ciò possa essere “promozionale” per l’artista e quindi non lo pagano. Io trovo tutto questo vergognoso! Il musicista è un professionista che ha avuto la fortuna di scegliere ciò che gli piace e deve essere rispettato nella sua dignità professionale. Purtroppo non ci vuole molto a capire, per come va la Cultura in questo Paese, come sia così difficile far capire questo concetto. Non so se valga ancora quanto scritto da Bill Bruford: in effetti Miles Davis ed i Weather Report non è che abbiano avuto così meno pubblico e non abbiano percepito compensi da rock-star. Forse sono diverse le collocazioni perché il Jazz sembra oggi riguadagnare l’atmosfera più intimista delle sale da concerto.
Resto sul pratico/sociale. Perché secondo te attualmente, in paesi come quelli orientali, è la norma pagare 100 dollari per assistere ad un concerto prog mentre in Italia trovi 300 persone a vedere i Soft Machine, in un teatro confortevole, che non verrà mai riempito? Veramente anche negli anni’70, se andavi all’estero, i concerti li pagavi profumatamente, a differenza dell’Italia dove, nello stesso periodo, veniva praticato un prezzo “politico” per evitare incidenti e problemi di ordine pubblico: era il periodo della contestazione ai grandi “management”. Mi ricordo che quando eravamo a Londra al Ronnie’s Scott con il Perigeo (1975), nel nostro day-off andai con Franco D’Andrea a sentire Ginger Baker pagando anche un signor biglietto. Poi il problema della Musica è anche un problema di cultura e professionalità anche per chi si occupa di “management”: forse qui da noi c’è tanta gente che vuole solo “raccogliere”, ma investe poco sui progetti e sulla comunicazione.
Ripensa alla tua  vita musicale passata: esiste qualche rammarico per un treno che hai  perso per eccesso di cautela? Io sono stato molto fortunato, anche ad essere riuscito a prendere dei “treni” in corsa che mi hanno ripagato con grandi soddisfazioni. Il Perigeo ne è un chiaro esempio. L’unico rammarico è che forse, per come oggi ci ricordano gli appassionati, sarebbe potuto durare molto di più di quello che è stato.
Se analizzi la tua storia fatta di vita di gruppo, cosa pensi del fattore “amicizia” all’interno di una band? Esiste? E’ fondamentale per raggiungere degli obiettivi? Direi basilare! Il Perigeo è stata un unica entità espressa da cinque individualità ben distinte. Siamo sempre stati molto compatti nelle nostre proposte e questo ci ha sicuramente aiutato a superare tanti momenti difficili come certe perplessità della nostra casa discografica (RCA) e certa diffidenza dei “benpensanti” dell’ambiente jazzistico dell’epoca. Il gruppo è “collassato” per ragioni economiche ma non per ragioni umane. Siamo rimasti tutti amici e, anche se attualmente su diversi fronti musicali, spesso ci si risente.
Esiste un aneddoto legato al mondo della musica che ricordi con particolare piacere? Ed uno negativo? Vorrei cominciare con quello “negativo”, che poi ha avuto dei risvolti positivi. A 15 anni, avendo iniziato a studiare la Batteria da autodidatta,  volevo iscrivermi alla classe di Percussione del Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. Mi ricordo che andai al Conservatorio, accompagnato da mio padre, per un incontro con l’allora titolare di Cattedra: mi fece  accomodare in aula e, davanti ai suoi allievi (due o tre mi pare di ricordare), mi invitò a fare un “rullo” che ovviamente feci malissimo anche perché molto emozionato ed intimorito dal luogo. Non dimenticherò mai quella “risatina di commiserazione” che vidi sul suo viso, che poi mi suggerì di fare altro. Ci rimasi molto male e forse, a distanza di tempo, devo dire che fu un bene, perché così ho potuto approfondire ciò che mi interessava di più: la Batteria nel Jazz. Quello positivo riguarda forse la più bella esperienza fatta come batterista: quando nel 1976 suonai al Music Inn di Roma per una settimana con Chet Baker. Giovanni Tommaso, con il quale già condividevo il Perigeo e che faceva parte della ritmica, mi avvertì che Chet aveva una certa "avversione" per i batteristi, specialmente quelli "invadenti" sul piano della sonorità e che duravano solitamente pochissimo con lui. Quindi suonai letteralmente "terrorizzato". La bella sorpresa fu alla fine della settimana quando Chet mi abbracciò, manifestando tutto il suo apprezzamento, e pagandomi una cifra che mi sembrò una vincita al lotto: è, ovviamente, un piccolo dettaglio rispetto al contesto, ma mai in nessun locale di Jazz ero anche stato pagato così bene e per di più con un musicista di quel calibro!
Ti pongo la stessa domanda fata a Simonetti un mese fa, sul palco del ProgLiguria. Che cosa ti da più soddisfazione, la realizzazione di una colonna sonora per un film o una performance live? Ho fatto solo una colonna sonora per film: un poliziesco a carattere erotico che si chiamava “Il Pornoshop della settima strada”: su YouTube c’è il documento. Un ”filmettino” che sul piano musicale mi ha dato le sue soddisfazioni: avevo scritto un po’ sullo stile di Quincy Jones all’epoca dei film con Clint Eastwood. Comunque preferisco molto di più l’esibizione “live”: l’emozione che ti da un’orchestra dal vivo, con i suoi musicisti e con il suo impatto sonoro, è difficilmente paragonabile ad altre, se pur rispettabilissime, situazioni.
Che tipo di interazione riesci a stabilire con il pubblico che ti ascolta? Ogni concerto fa sempre storia a sé: ci sono delle “alchimie” che vengono a crearsi all’interno del concerto che si tramuta pian piano in una vera e propria sintonia con il pubblico. Molto dipende anche dalla scelta del repertorio; c’è però da dire che la Big Band, progetto con il quale lavoro attualmente, riesce ad aprire con più facilità delle “porte” che, in altre situazioni, richiedono un impegno e volontà maggiori da parte del pubblico. Forse in questo momento il Jazz rischia una fase “involutiva” perché si assiste più ad un aspetto individualistico, grande tecnica strumentale, soli interminabili e spesso noiosi, che non ad una vera progettualità musicale che sappia coinvolgere anche il pubblico, come i Grandi (Davis,Coltrane, Jarrett, Mingus) ci hanno insegnato.
Scegli un argomento con cui sfogarti tra: Talent Show, business legato ala musica e internet. Non ho dubbi: i Talent Show. Una macchina subdola, abile nello sfruttare il successo momentaneo di mediocrità, che fa bene solo alle tasche dei suoi speculatori. I poveri artisti, invece, saranno destinati a pagare a caro prezzo e sulla loro pelle il successo effimero di pochi mesi di notorietà. Tutto è studiato ad arte, perché il segreto di questo meccanismo è sempre garantito da una rigenerazione continua capace di sostituire cinicamente sempre nuovi personaggi a quelli già conosciuti ed ormai “spenti” sul piano delle vendite discografiche.
Puoi raccontare qualcosa a proposito dei tuoi progetti futuri? Il progetto a cui tengo più di tutto è quello della “GALAXY Big Band”: una proposta importante, che apre una nuova Era nel panorama jazzistico italiano, quella legata alle Big Band ed al fascino di una sonorità mai così attuale e coinvolgente che nel tempo si è evoluta nel suo stile e linguaggio. Ci si dimentica, molto facilmente, dell’importanza che un’orchestra ha nella Musica; qualunque sia il contesto in cui si trova ad operare. Le orchestre e le Big Band, più specificatamente nel jazz, e cioè orchestre di soli fiati + ritmica, hanno una grande funzione didattica: quella di insegnare a suonare in sezione con precisione e di ascoltarsi quando si suona. Questa è una preparazione da cui non si può prescindere se si vogliono buone basi professionali. Troppe direzioni artistiche, sono colpevolmente assenti su questo fronte, adducendo problemi di costi legati ad una “crisi” che però, con la presenza di certi nomi in cartellone che da soli costano come una Big Band di 19 elementi, non si riesce proprio a capire dove sia. Sono certo, comunque, che questo progetto riuscirà a raccogliere i consensi che merita: già su Facebook ricevo tantissimi apprezzamenti anche da parte di musicisti delle più svariate estrazioni musicali
Ed ora un sogno… cosa vorresti ti accadesse, musicalmente parlando, nei prossimi tre anni? Come ho già detto, mi ritengo fortunato perché ho avuto tante opportunità. Spererei solo che la Cultura, in questo Paese, superasse questo grave “stallo” che sta causando tanti problemi a tutti quei musicisti che hanno deciso di farne una professione che merita dignità e grande rispetto, ne più e ne meno di tutti gli altri lavori. Ma soprattutto mi augurerei, una volta per tutte, che il settore artistico potesse essere rappresentato sul piano istituzionale dalla presenza di persone capaci e competenti e non dalla solita anonima nomenclatura di questo o quel politico il cui unico merito è solamente quello di appartenere a questa o quella casta.
Biografia in rete: http://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Biriaco

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