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“Come mi batte forte il tuo cuore” di Benedetta Tobagi

Creato il 01 luglio 2010 da Viadellebelledonne

“Come mi batte forte il tuo cuore” di Benedetta Tobagi

Un inno all’amore e alla verità è quello che innalza  Benedetta Tobagi nel suo Come mi batte forte il tuo cuore Edizioni Einaudi.

 Dunque ci sei?

Dritto all’attimo ancora socchiuso?

La rete aveva solo un buco, e tu se proprio lì’

Non c’è fine al mi stupore, al mio tacere.

Ascolta

come mi batte forte il tuo cuore.

 

E’ dall’ultimo verso di questa poesia, Ogni caso, di Wislawa Szymborska, Nobel per la letteratura nel 1996, che è tratto il titolo che Roberto Saviano ha definito il più bello degli ultimi decenni.

E il contenuto di questo lungo racconto è all’altezza del titolo.

La Storia di mio padre, come quest’opera prima è sottotitolata, ricostruisce il percorso umano e professionale di Walter Tobagi, giornalista del Corriere della Sera, storico e presidente del sindacato dei giornalisti lombardi , ucciso a 33 anni, il 28 maggio 1980 a Milano, a due passi da casa, da una semioscura organizzazione terroristica vicina alle Brigate Rosse.

Quando il padre morì, Benedetta aveva tre anni e suo fratello Luca sette. Non conserva ricordi del padre da vivo e l’episodio, tenerissimo, con cui si apre il libro, le è stato dunque raccontato: Bebi, appena alzata, con la sua mamma-canguro di peluche e i giornali del mattino, trotterella verso il lettone, dove il babbo indugia quella mattina perché la riunione della sera prima è finita tardi e fino a mezzogiorno non lo aspettano in redazione. Al padre sorridente e divertito la piccola cede il suo prezioso carico e ottiene in cambio il cucciolo Puntatore, che lui nascondeva sotto le lenzuola; lei lo prende e lo pone subito nel marsupio della madre, poi ritorna a giocare mentre il babbo si immerge nella lettura dei quotidiani.

Se i ricordi più lieti latitano, purtroppo impressi indelebilmente nel cuore e nella mente sono quelli atroci del padre riverso a terra:

 Ho visto e sentito ogni cosa: Ho continuato a chiedere di chiamare il dottore, dopo mi hanno portato via. Ho pensato ciò che ogni bambina di tre anni avrebbe pensato: l’ho lasciato morire, è colpa mia.

 E’ da questo oscuro, doloroso, infantile senso di colpa che nasce la lunga indagine di Benedetta, la necessità di ricostruire personalmente e capillarmente la tragedia, per conoscere anche gli anfratti più misteriosi del contesto sociale e culturale in cui è maturata la scelta scellerata del crimine. Ricomposto il drammatico puzzle, Benedetta si sente sollevata, avverte di aver compiuto un dovere morale irrinunciabile, d’aver colmato il debito di verità che doveva al padre e si sente pronta a vivere, finalmente.

Così scrive infatti nella bellissima lettera che gli rivolge in chiusura:

Voglio ringraziarti perché mi hai dato la vita, due volte. Quando mi hai generata, e quando mi hai dato la forza di scegliere di lottare per essere viva, invece di lasciarmi sopravvivere, senza essere.

Mi hai accompagnato incontro alla mia vita. Prendermi cura di te mi ha spinto ad aprirmi verso il mondo. Per te ho avuto fame di leggere, scrivere, conoscere, e non sono mai sazia.

 L’inchiesta della Tobagi è condotta con il rigore e la precisione di una ricerca storica: una mole enorme di appunti, articoli, documenti, libri sono spulciati e studiati. Dalla libreria di casa agli archivi cittadini, dentro e fuori l’Italia, nulla è trascurato; così come gli incontri, le conversazioni con chi aveva incrociato la propria vita con quella privata e pubblica di Walter Tobagi. Ne emerge un quadro storico e sociale terribile; ne emergono responsabilità mai del tutto chiarite, con l’ombra della P2 che si allunga anche sulle organizzazioni terroristiche.

Del padre, Benedetta parla in terza persona, chiamandolo per nome e per cognome, quando prevale il ruolo della studiosa; lo chiama papà quando è invece il ruolo della figlia ad avere il sopravvento.

Tobagi spicca, nella ricostruzione, in tutto il suo valore di giornalista impegnato nell’analisi e nella comprensione di quegli anni difficili: se ne sottolinea l’intelligenza, la perspicacia, la sensibilità, lo spiccato senso di giustizia, il coraggio del fare ma anche le umanissime paure, l’onestà intellettuale, la profondità del suo cristianesimo giornalmente praticato nella professione e nella vita privata.

E’ un ritratto a tutto tondo, potente e tenero, che avvince il lettore di pagina in pagina, coinvolgendolo nella scrittura piana e lineare, eppure colta e raffinata, piena di echi filosofici e letterari,  di cui Benedetta, degna figlia di tanto padre, è capace.

 Maria Gisella Catuogno



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