Diceria dell'untore (1981) è un lungo e commovente, indimenticabile slancio lirico. Uno schiaffo alla banalità del male e perfino del bene che ci giochiamo a dadi momento per momento con la nostra fatica di vivere. Ambientato in un sanatorio palermitano, il romanzo di Gesualdo Bufalino ci presenta un'umanità caduca ed esuberante di aspettative impossibili.
Protagonista e io narrante è un uomo la cui giovinezza è una scoperta tra i sudari di una fine prossima. Una fine tra le altre, s'intende, adagiata su un soporoso e saporito pagliericcio siculo, presto pronto a raccogliere altri analoghi spettri. Attraverso la sua lingua riottosa a ogni freno, compiamo un viaggio che ignora la reticenza tra le coltri di una malattia tutta sintomi e cromatismi, nomi e storie, senza una cura e con un unico improbabile demiurgo.
Mariano Grifeo Cardona di Canicarao, separato, abita con i suoi pazienti nel sanatorio e impartisce loro tutti i riti dell'arrivare e del dipartire. Si abbandona, è vero, a improbabili vanità dialettiche e a ludico versificare, ma nessuno osa mettere in dubbio il suo ieratico e capriccioso privilegio di smistare previsioni di morte e di vita. Prestigiatore tra i suoi balocchi, il Gran Magro - come viene chiamato, con asimmetrico ossimoro - segna le stagioni, passa tra i suoi pazienti più o meno col passo dinoccolato di don Chisciotte tra le sue storie, certo del prossimo arrivo di un'altra, per via di un male inesauribile.
Ma quello filosofico non è l'unico versante sul quale si disperde il nostro drammatico protagonista: c'è l'incontro taciturno e poi complice con la spiritualità un po' problematica di padre Vittorio e naturalmente c'è l'amore. Marta, ex ballerina, risiede anche lei nel sanatorio alla Rocca, ma naturalmente nell'altra ala, protetta da una residenza di suore, da un segreto che tiene per sé e dalla sua fine così prossima. Tuttavia, questo passato misterioso e questa carne così provata dalla vita, e dalla morte, non è irraggiungibile. I due si leggono e si ascoltano nei messaggi di un bambino che la malattia ha colpito tanto da non renderlo più problematico in termini di contagi o di aggravio: la fine è segnata. E se l'amore tra i nostri Piramo e Tisbe (divisi - più che uniti - dal loro sesso) resiste, è solo perché entrambi credono: l'uno nel nome della vita, l'altra nel segno della morte.
Con il suo linguaggio che raschia linfa esistenziale nei baratri dell'imprevisto (e dell'imprevedibile), Diceria dell'untore è uno dei romanzi più belli della letteratura italiana (e non) contemporanea che io abbia letto. Libro difficile e (in un suo strano modo) ipnotico, si inerpica lungo un ripido sentiero lessicale di poetica, lancinante esattezza. Gesualdo Bufalino ha una scrittura di signorile espressività: le sue viscere anarchiche hanno la leggerezza di un sogno segreto Il suo tocco è pensoso, la sua penna sembra esplorare il foglio in cerca di nuove possibilità che trova tutte, una a una, dentro la memoria addolorata del lettore. Questi, tramortito dall'ironia, si scopre a frugare nelle cicatrici, per uscirne commosso fino alle lacrime, masticando ancora l'ultimo, remoto scoppio di risa.
Magazine Cultura
Diceria dell'untore di Gesualdo Bufalino
Creato il 03 maggio 2012 da SpaceoddityPotrebbero interessarti anche :
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