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Don Verzé e il Brasile

Creato il 21 dicembre 2011 da Eldorado

Don Verzè e l’attrazione fatale per il Brasile

Piantagioni di mango nel Pernambuco ed immobili a Santiago del Cile: l’America Latina è sempre stata un richiamo fatale per don Luigi Verzè. Così forte da averci speso i 20 milioni di euro per il jet Challenger con il quale solcare l’Atlantico, lasciare le nebbie padane e atterrare nel sole di San Salvador de Bahìa. Qui funziona una delle cliniche modello del San Raffaele, un altro tassello dei tanti grattacapi sorti come funghi negli ultimi mesi. E soprattutto, più a nord, c’è la fazenda dove riposare le ossa annichilite dai novanta anni, dove alimentare lo spirito con la dolce brezza –e non solo questa- del tropico. Un impero, quello costruito dal sacerdote faccendiere, che ha messo radici a partire dagli anni Ottanta, grazie ai soldi elargiti dalla cooperazione italiana e all’appoggio di due suoi grandi amici, Giulio Andreotti e Bettino Craxi. I denari in Brasile, in quegli anni, arrivano a palate, ma Verzè riesce a mantenersi a galla anche dopo, quando le sventure politiche cancellano i due leader della Prima repubblica. Da buon camaleonte, Verzè (con la collaborazione del fedele Mario Cal) riesce a trasformare il San Raffaele brasiliano da ente filantropico (una posizione legale che gli permette di non pagare le tasse) a clinica privata. D’altronde, il sacerdote di Illasi è un asso nello scegliersi le amicizie e a muoversi come una banderuola, come dimostrano le sue ammirate esternazioni su personaggi così differenti tra loro come Fidel Castro e Silvio Berlusconi.

Bravo a trattare con le anime ed i soldi degli altri, don Verzè sceglie lo stato di Pernambuco, 500 chilometri a nord di San Salvador, come luogo di riposo. É qui, nella fazenda Sao Goncalo, nel comune di Petrolina, che il don si ritira a rifocillarsi dalle fatiche mondane: la recente puntata della trasmissione Report ha rivelato i retroscena dei festini con le ragazze in topless e lo sfruttamento di minori. L’ambiente che viene dipinto è quello di una triste Italia, fatta di puttanieri e faccendieri, rappresentazione tipica dello stile berlusconiano esportato all’estero. Nel passato centro nevralgico delle piantagioni di canna da zucchero, Pernambuco è oggi uno dei grandi serbatoi della prostituzione infantile del Brasile. Non c’è posto migliore dove ritirarsi, secondo le parole di uno dei soci di Verzè, il veneto Luigi Garziera. È qui, dopo una capatina a San Salvador, che atterrava il jet privato del Monte Tabor, il famoso Challenger causa del buco da 20 milioni di euro, un investimento che nessuno al San Raffaele riesce a spiegare razionalmente.

Come non si sanno spiegare i 1500 milioni di euro che non tornano nei conti di questa poco edificante storia che ancora una volta mostra all’estero la misera Italia di quegli avventurieri di mezza tacca, espatriati che si compiacciono e si autocelebrano delle proprie meschine gesta. Senza mezzi termini, la stampa in lingua spagnola ha già ribattezzato don Verzè come ¨Don Luigi, el cura mafioso¨, il sacerdote mafioso, un aggettivo il cui impiego abbonda quando si tratta di italiani in odore di criminalità.

Verzè ha oggi 91 anni e l’ha fatta franca quasi fino all’ultimo. Assertore della longevità, sul cui studio ha investito una fortuna (l’uomo dovrebbe campare fino a 120 anni, afferma) forse riuscirà a vivere ancora abbastanza per ricredersi di non essere stato come Gesù (altra delle sue affermazioni) ma piuttosto come un pover’uomo affetto da un vasto campionario delle debolezze umane.


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