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Federico II: Poesia e... cibo.

Da Patiba @patiba1

 

Ritratto di Federico II con il falco (dal De arte venandi cum avibus)

Federico II: Poesia e... cibo.


Federico II Hohenstaufen
(Jesi, 26 dicembre 1194 – Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250) fu re di Sicilia
Apparteneva alla nobile famiglia sveva degli Hohenstaufen e discendeva per parte di madre dalla dinastia normanna degli Altavilla, regnanti di Sicilia.
Conosciuto con gli appellativi stupor mundi ("meraviglia o stupore del mondo") o puer Apuliae ("fanciullo di Puglia"), Federico II era dotato di una personalità poliedrica e affascinante che, fin dalla sua epoca, ha polarizzato l'attenzione degli storici e del popolo, producendo anche una lunga serie di miti e leggende popolari, nel bene e nel male.
Il suo regno fu principalmente caratterizzato da una forte attività legislativa e di innovazione artistica e culturale, volte ad unificare le terre e i popoli, fortemente contrastata dalla Chiesa. Egli stesso fu un apprezzabile letterato, convinto protettore di artisti e studiosi. La sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica.
Nella corte era presente un gruppo di poeti, per lo più funzionari, che scrivevano in volgare meridionale. Nella corte di Federico si costituì una scuola poetica siciliana al quale si deve l'invenzione di una nuova metrica, il sonetto.

Contribuì a far nascere la letteratura italiana ed in questo senso ebbe importanza fondamentale la Scuola siciliana che ingentilì il volgare siculo con il provenzale, ed i cui moduli espressivi e tematiche dominanti furono successivamente ripresi dalla lirica della Scuola toscana. Gli sono inoltre attribuite quattro canzoni. Appassionato della cultura araba, fece tradurre molte opere da quella lingua e fu quasi sempre in ottimi rapporti con gli esponenti di quella cultura al punto da guadagnarsi il soprannome (fra i tanti) di "sultano battezzato".
da Wikipedia


LE MENSE DI FEDERICO II

a cura di Patrizia Consoletti
Ai tempi di questo imperatore (1234) rudi erano i costumi e il modo di vivere. Gli uomini portavano sul capo cuffie di squame di ferro, cucite a berretti che chiamavano majete.
A tavola l’uomo e la donna mangiavano assieme nello stesso piatto. Sulle tavole non esisteva l’uso dei taglieri.
In casa si contavano uno o due bicchieri. Di sera i commensali illuminavano la tavola con lucerne o con fiaccole rette dal servo o da qualcuno dei ragazzi: infatti non si usavano candele di cera o di sebo. Gli uomini portavano clamidi di pelliccia senza copertura oppure di lana senza fodere e cuffie di pignolato.
Le donne indossavano cuffie di pignolato, anche quando partecipavano con i mariti alle feste di nozze. Modestissimo era allora il modo di vivere di uomini e donne. Raramente appariva l’oro e l’argento sulle vesti; anche il cibo era frugale.
I plebei si nutrivano di carni fresche tre volte la settimana. A pranzo si consumavano verdure cotte con la carne, a cena la stessa carne fredda conservata. Non tutti consumavano vino d’estate.
I ricchi portavano con sé piccole somme di denaro. Allora anguste le cantine, angusti i granai attigui alla dispensa. Le donne si sposavano con dote modesta perché parsimonioso era il loro stile di vita. In casa dei genitori le ragazze si accontentavano di una tunica di pignolato, chiamata sotano e di un vestito di lino che chiamavano xocca. Gli ornamenti della testa non erano preziosi, sia per le nubili che per le sposate.
Le maritate portavano bende avvolte intorno al capo e al volto. La gloria degli uomini stava nelle armi e nei cavalli. La gloria dei nobili consisteva nel possedere torri. A quel tempo ogni città d’Italia appariva famosa grazie al numero delle torri.
Federico si abbandonava spesso a "riunioni conviviali". Non ricche abbuffate ma cene raffinate cui partecipavano musici, romanzaturi, maestri dì fabbrica, belle donne. Alla Mensa di Federico, si discuteva di tutte quelle cose che lo avrebbero reso famoso: la poesia, l'arte, la musica, l'architettura.
Raramente si parlava di guerra, quasi a significare il profondo solco che l'imperatore poneva tra l'uno e l'altro momento della sua vita, della sua giornata. Tra tanti discorsi ameni, si dissertava anche di caccia, soprattutto durante le soste che si tenevano, tra una battuta e l'altra, nei boschi del Melfese, in quello dell'Incoronata nei pressi di Foggia o in quelli del Gargano.
Nel Palazzo imperiale di Foggia i cibi erano serviti su un blocco di granito bruno del Gargano lungo circa quattro metri, sorretto da quattro pilastri tozzi: simile a quello che oggi è consacrato ad altare maggiore nella cattedrale di Lucera appartenuto alla domus di Fiorentino.
Ma di cosa si cibava Federico II?
Di carni allo spiedo, certamente sia in guerra che durante le lunghe battute di caccia. In particolare di
Lepri e di allodole. Il Cinghiale, allora abbondante, non costituiva uno dei suoi piatti preferiti. A lui piacevano i volatili, Fagiani compresi, che cacciava con i falchi. Particolarmente preferiti i colombi, spalmati con il miele e passati alla brace con erbe aromatiche.
Non da meno amava il pesce. Così ordino' a Riccardo di Pucaro della Curia di Foggia il 28 Marzo 1240: "praeterea mandamus ut Berardo coco curia nostre facias dari de beni piscibus de Resina et aliis melioribus qui poterunt inveniri, ut de eis faciat askipeciam et gelatinam pro nobis, iuxta mandatum nostrum ad nos celeriter deferendas".
La cui traduzione è pressappoco la seguente: "Alla tua fedeltà ordiniamo che a Berardo cuoco della nostra cucina, tu faccia pervenire dei buoni pesci di Lesina ed altri dei migliori che si possano trovare affinché egli ne faccia per noi l'aschipescia e la gelatina che manderai a noi in fretta secondo il nostro ordine ne è l'esatta dimostrazione".
La
"Scapece" (così si chiama ora in Puglia) si può preparare con due tipi pesci: la razza e l'anguilla (le anguille provenivano dal Lago di Lesina, feudo del conte Matteo Gentile che fu anche signore di Fiorentino) trattata con l'aceto e conservato in un gelatina, molto usata in Puglia e Molise anche alle soglie del terzo millennio.
Cosa dire dei
Funghi? I cronisti narrano che Federico ordinava che "prima li biancassino facendoli per poco bollire in acqua ed indi li salassero e li conservassero in cognetti (piccole botti cilindriche)".
Un discorso a parte merita il pane, da non intendersi come il pane di cui ci cibiamo oggi. Si trattava, in effetti, di piccole forme biscottate fatte con fiore, latte, miele, burro e cotte in forni a legna.
Vi era, anche, il pane "casareccio" confezionato con farina, lievito e sale e il pane "Vendereccio", bianco, di semolone oppure oscuro di farina e crusca.
Non meno importanti le verdure, che gustava specialmente, quando Soggiornava nel Palazzo Imperiale di Lucera (Foggia)

Federico II: Poesia e... cibo.
Erbe spontanee e verdure di cui la nostra città è stata sempre ben fornita: borragine, ruchetta , finocchietti, cicorielle, caccialepri, crispigni, cardoncelli. Di solito, le preferiva lessate con olio crudo.
Queste erbe crescono tuttora in Puglia e sono mangiate ancora con lo stesso gusto e nello stesso modo, come vedremo appresso, con cui le mangiava l'Imperatore. Il tipico piatto lucerino "i fonghie ammisck"1 era, anche allora, uno dei piatti preferiti da Federico II tanto da farne una ricetta che, è giunta sino ai tempi nostri. Anche il "pancotto", che si mangiava ai tempi dell'Imperatore, è, tuttora, una delle specialità locali. Le erbette, anzidette, erano, e sono, la componente essenziale.

  • C'catill o p'zzell chi fogl ammisck
    Ingredienti: "Pzzell" (pasta fatta a mano come le tagliatelle corte 3 o 4 cm.) oppure orecchiette fatte a mano oppure c'catill', verdure miste:Ciu'curion', ciu'curiell', foss'tell', ijet', acc'till', ca'lcatric, pid d nigl', ucch' d' nuzzl, sprain', vurrain', sckarol', cardill',mustazz' d' crap', fu'nucchiett', spaccacess', olio e sale.
    Procedimento: Fate bollire in acqua salata le verdure miste: "fogl a misch". Portarle a cottura e unire le "pzzell" o le orecchiette o i c'catill'. Fare bollire per circa 5 m. sgocciolare e condire o con olio e sale, oppure con pomodoro fresco saltato in padella.  Fonte ricetta: comune.orsaradipuglia.fg.it

Biscotti e miele erano usati nella dieta per disintossicarsi dal continuo utilizzo della carne.

Un'altra volta disse sempre al giustiziere Riccardo: "Alla tua fedeltà ordiniamo che subito, senza indugi, tu faccia mandare alla nostra Curia tre salme di vino greco".
Oltre al vino greco, come abbiamo visto preferito agli altri, Federico usava una bevanda, molto aromatica, da bere calda: l'acqua di calabrice.
Il calabrice, pianta selvatica del Gargano, è simile ad un pero selvatico, dal frutto rosso e piccolo, mentre il nocciolo è simile a quello dell'ulivo. Il cronista dell'epoca, parlando di una bevanda "ristagnativa, incisa, attenuante", lascerebbe intendere che si potrebbe trattare dì un digestivo.
Come frutta, all'epoca di Federico, c'erano fichi, noci, uva, datteri, mele, pere ed anche meloni. Non c'era ancora la pasta ed il nutrimento era costituito, in prevalenza, dal miglio, dall'orzo e dall'orzo perlato. Vi erano, invece, molti tipi di formaggi tipo il provolone, la mozzarella ed il pecorino che usava dare anche ai suoi cani preferiti.
Della Puglia, che gli forniva tutto ciò che era possibile per approntare la Sua mensa, si dice che abbia esclamato: "È evidente che il Dio degli Ebrei non ha conosciuto l'Apulia e la Capitanata, altrimenti non avrebbe dato al suo popolo la Palestina come terra promessa".
FEDERICO II  - POETA
Ci sono pervenute solo poche composizioni liriche attribuibili con certezza all’imperatore. Esse costituiscono delle vere e proprie esercitazioni di stile, artefatte e convenzionali, ispirate al mondo della cavalleria e della corte, anche se non sono confrontabili, per intensità poetica, al Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi, di poco precedente. Legati alla lirica dei "trobadors", i suoi versi esaltano la bellezza femminile e lo struggimento d’amore con un linguaggio formale e aristocratico e sono dedicati a donne considerate importanti nella vita di Federico. L’amore sincero per Bianca Lancia ispira le liriche "Poi che ti piace Amor" e "De la mia disianza":


Dolze meo drudo, e vaténe!
Dolze meo drudo, e vaténe!
Meo sire, a Dio t'acomano,
che ti diparti da mene
ed io tapina rimanno.
Lassa, la vita m'enoia, dolz'è la morte a vedere,
ch'io non pensai mai guerire
membrandome fuori di noia.
Membrandome che te 'n vai,
lo cor mi mena gran guerra:
di ciò che più disiai
'l tolle lontana terra.
Or se ne va lo mio amore,
ch'io sovra gli altri l'amava;
biasmomi, dolze Toscana,
ch'e' mi diparte lo core"
"Dolce mia donna, lo gire
nonn-è per mia volontate,
che mi convene ubidire
quelli che m'à 'n potestate:
or ti conforta s'io vado
e già non ti dismagare,
ca per nulla altra d'amare,
amor, te non falseraggio.
Vostro amor è che mi tène
ed àmi in sua segnoria,
ca lealmente m'avene d'amar voi sanza falsia.
Di me vi sia rimembranza,
no mi aggiat 'n obria,
ch'avesta in vostra balia
tuta la mia disianza.
Dolze mia donna, 'l commiato
domando sanza tenore,
che vi sia racomandato,
che a voi riman lo mio core;
cotal è la 'namoranza
degli amorosi piaceri,
che non mi posso partire
da voi, donna, i lleanza.

di Stefano Rapisarda.treccani.it/enciclopedia/federico-ii-attivita-poetica_(Federiciana)/

Sono sei i componimenti che, con vario grado di attendibilità, diversi testimoni assegnano al nome di Federico.

Tra le altre, la canzone "Dolze meo drudo", assegnatagli dal Vaticano contro l'anonimato del Palatino. È una 'canzone di donna' che parrebbe imitare "Dolce coninzamento" del caposcuola Giacomo da Lentini, ma con una significativa variatio in direzione embrionalmente narrativa. La voce di donna lamenta l'imminente partenza del suo amante verso una destinazione non precisata e l'uomo risponde rassicurandola circa la solidità del suo sentimento d'amore. Se di crociata si tratta, certo non è esplicitata, né il testo contiene riferimenti che possano farvi pensare, come in Rinaldo d'Aquino, Già mai non mi conforto, vv. 5-6: "Vassene lo più gente / in terra d'oltremare". Unico riferimento geografico è qui la Toscana, cui la donna reca biasimo, ma senza esplicitare se essa sia la destinazione del suo amato o il luogo dal quale sia stato emanato l'ordine di partenza. Per il fatto che l'uomo dica mi convene ubidire quelli che m'a n'potestate qualche studioso ha ritenuto che la canzone non sia ascrivibile a Federico (da Torraca, 1902, p. 173, a Debenedetti, 1947, p. 12, e Panvini, 1962-1964, p. XLVI), ma è argomento debole e nella sostanza ingenuo: ogni ipotesi di corrispondenza tra testo e 'vissuto' è del tutto improponibile in questo tipo di 'poesia formale'. Qualche irregolarità metrica dipende forse dalla mimesi di gusto popolareggiante (Contini, 1970, p. 50); presente anche una delle poche assonanze non riducibili a rima perfetta della lirica siciliana, Toscana: amava; si riscontra anche un discreto margine d'incertezza per quanto attiene alla divisione delle 'battute' tra l'uomo e la donna, ma nel complesso il testo è piuttosto semplice e non reca cruces insormontabili. Dolze meo drudo è l'unico componimento siciliano di cui esista un accompagnamento musicale, ma ciò non ha alcun significato ai fini della vexata quaestio del cosiddetto 'divorzio tra musica e poesia'. Si tratta infatti di un brano musicale posteriore di circa un secolo, conservato in un manoscritto contenente composizioni polifoniche dell'ars nova italiana trecentesca, di presumibile provenienza veneta; le conclusioni di Nino Pirrotta, scopritore del brano, non lasciano adito a dubbi: "Della musica abbiamo poche speranze di poter mai conoscere l'autore, possiamo però escludere che risalga al tempo di Federico II" (Pirrotta, 1984, p. 144)

 

Ritratto di Federico II con il falco (dal De arte venandi cum avibus)

Federico II: Poesia e... cibo.


Federico II Hohenstaufen
(Jesi, 26 dicembre 1194 – Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250) fu re di Sicilia
Apparteneva alla nobile famiglia sveva degli Hohenstaufen e discendeva per parte di madre dalla dinastia normanna degli Altavilla, regnanti di Sicilia.
Conosciuto con gli appellativi stupor mundi ("meraviglia o stupore del mondo") o puer Apuliae ("fanciullo di Puglia"), Federico II era dotato di una personalità poliedrica e affascinante che, fin dalla sua epoca, ha polarizzato l'attenzione degli storici e del popolo, producendo anche una lunga serie di miti e leggende popolari, nel bene e nel male.
Il suo regno fu principalmente caratterizzato da una forte attività legislativa e di innovazione artistica e culturale, volte ad unificare le terre e i popoli, fortemente contrastata dalla Chiesa. Egli stesso fu un apprezzabile letterato, convinto protettore di artisti e studiosi. La sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica.
Nella corte era presente un gruppo di poeti, per lo più funzionari, che scrivevano in volgare meridionale. Nella corte di Federico si costituì una scuola poetica siciliana al quale si deve l'invenzione di una nuova metrica, il sonetto.

Contribuì a far nascere la letteratura italiana ed in questo senso ebbe importanza fondamentale la Scuola siciliana che ingentilì il volgare siculo con il provenzale, ed i cui moduli espressivi e tematiche dominanti furono successivamente ripresi dalla lirica della Scuola toscana. Gli sono inoltre attribuite quattro canzoni. Appassionato della cultura araba, fece tradurre molte opere da quella lingua e fu quasi sempre in ottimi rapporti con gli esponenti di quella cultura al punto da guadagnarsi il soprannome (fra i tanti) di "sultano battezzato".
da Wikipedia


LE MENSE DI FEDERICO II

a cura di Patrizia Consoletti
Ai tempi di questo imperatore (1234) rudi erano i costumi e il modo di vivere. Gli uomini portavano sul capo cuffie di squame di ferro, cucite a berretti che chiamavano majete.
A tavola l’uomo e la donna mangiavano assieme nello stesso piatto. Sulle tavole non esisteva l’uso dei taglieri.
In casa si contavano uno o due bicchieri. Di sera i commensali illuminavano la tavola con lucerne o con fiaccole rette dal servo o da qualcuno dei ragazzi: infatti non si usavano candele di cera o di sebo. Gli uomini portavano clamidi di pelliccia senza copertura oppure di lana senza fodere e cuffie di pignolato.
Le donne indossavano cuffie di pignolato, anche quando partecipavano con i mariti alle feste di nozze. Modestissimo era allora il modo di vivere di uomini e donne. Raramente appariva l’oro e l’argento sulle vesti; anche il cibo era frugale.
I plebei si nutrivano di carni fresche tre volte la settimana. A pranzo si consumavano verdure cotte con la carne, a cena la stessa carne fredda conservata. Non tutti consumavano vino d’estate.
I ricchi portavano con sé piccole somme di denaro. Allora anguste le cantine, angusti i granai attigui alla dispensa. Le donne si sposavano con dote modesta perché parsimonioso era il loro stile di vita. In casa dei genitori le ragazze si accontentavano di una tunica di pignolato, chiamata sotano e di un vestito di lino che chiamavano xocca. Gli ornamenti della testa non erano preziosi, sia per le nubili che per le sposate.
Le maritate portavano bende avvolte intorno al capo e al volto. La gloria degli uomini stava nelle armi e nei cavalli. La gloria dei nobili consisteva nel possedere torri. A quel tempo ogni città d’Italia appariva famosa grazie al numero delle torri.
Federico si abbandonava spesso a "riunioni conviviali". Non ricche abbuffate ma cene raffinate cui partecipavano musici, romanzaturi, maestri dì fabbrica, belle donne. Alla Mensa di Federico, si discuteva di tutte quelle cose che lo avrebbero reso famoso: la poesia, l'arte, la musica, l'architettura.
Raramente si parlava di guerra, quasi a significare il profondo solco che l'imperatore poneva tra l'uno e l'altro momento della sua vita, della sua giornata. Tra tanti discorsi ameni, si dissertava anche di caccia, soprattutto durante le soste che si tenevano, tra una battuta e l'altra, nei boschi del Melfese, in quello dell'Incoronata nei pressi di Foggia o in quelli del Gargano.
Nel Palazzo imperiale di Foggia i cibi erano serviti su un blocco di granito bruno del Gargano lungo circa quattro metri, sorretto da quattro pilastri tozzi: simile a quello che oggi è consacrato ad altare maggiore nella cattedrale di Lucera appartenuto alla domus di Fiorentino.
Ma di cosa si cibava Federico II?
Di carni allo spiedo, certamente sia in guerra che durante le lunghe battute di caccia. In particolare di
Lepri e di allodole. Il Cinghiale, allora abbondante, non costituiva uno dei suoi piatti preferiti. A lui piacevano i volatili, Fagiani compresi, che cacciava con i falchi. Particolarmente preferiti i colombi, spalmati con il miele e passati alla brace con erbe aromatiche.
Non da meno amava il pesce. Così ordino' a Riccardo di Pucaro della Curia di Foggia il 28 Marzo 1240: "praeterea mandamus ut Berardo coco curia nostre facias dari de beni piscibus de Resina et aliis melioribus qui poterunt inveniri, ut de eis faciat askipeciam et gelatinam pro nobis, iuxta mandatum nostrum ad nos celeriter deferendas".
La cui traduzione è pressappoco la seguente: "Alla tua fedeltà ordiniamo che a Berardo cuoco della nostra cucina, tu faccia pervenire dei buoni pesci di Lesina ed altri dei migliori che si possano trovare affinché egli ne faccia per noi l'aschipescia e la gelatina che manderai a noi in fretta secondo il nostro ordine ne è l'esatta dimostrazione".
La
"Scapece" (così si chiama ora in Puglia) si può preparare con due tipi pesci: la razza e l'anguilla (le anguille provenivano dal Lago di Lesina, feudo del conte Matteo Gentile che fu anche signore di Fiorentino) trattata con l'aceto e conservato in un gelatina, molto usata in Puglia e Molise anche alle soglie del terzo millennio.
Cosa dire dei
Funghi? I cronisti narrano che Federico ordinava che "prima li biancassino facendoli per poco bollire in acqua ed indi li salassero e li conservassero in cognetti (piccole botti cilindriche)".
Un discorso a parte merita il pane, da non intendersi come il pane di cui ci cibiamo oggi. Si trattava, in effetti, di piccole forme biscottate fatte con fiore, latte, miele, burro e cotte in forni a legna.
Vi era, anche, il pane "casareccio" confezionato con farina, lievito e sale e il pane "Vendereccio", bianco, di semolone oppure oscuro di farina e crusca.
Non meno importanti le verdure, che gustava specialmente, quando Soggiornava nel Palazzo Imperiale di Lucera (Foggia)

Federico II: Poesia e... cibo.
Erbe spontanee e verdure di cui la nostra città è stata sempre ben fornita: borragine, ruchetta , finocchietti, cicorielle, caccialepri, crispigni, cardoncelli. Di solito, le preferiva lessate con olio crudo.
Queste erbe crescono tuttora in Puglia e sono mangiate ancora con lo stesso gusto e nello stesso modo, come vedremo appresso, con cui le mangiava l'Imperatore. Il tipico piatto lucerino "i fonghie ammisck"1 era, anche allora, uno dei piatti preferiti da Federico II tanto da farne una ricetta che, è giunta sino ai tempi nostri. Anche il "pancotto", che si mangiava ai tempi dell'Imperatore, è, tuttora, una delle specialità locali. Le erbette, anzidette, erano, e sono, la componente essenziale.

  • C'catill o p'zzell chi fogl ammisck
    Ingredienti: "Pzzell" (pasta fatta a mano come le tagliatelle corte 3 o 4 cm.) oppure orecchiette fatte a mano oppure c'catill', verdure miste:Ciu'curion', ciu'curiell', foss'tell', ijet', acc'till', ca'lcatric, pid d nigl', ucch' d' nuzzl, sprain', vurrain', sckarol', cardill',mustazz' d' crap', fu'nucchiett', spaccacess', olio e sale.
    Procedimento: Fate bollire in acqua salata le verdure miste: "fogl a misch". Portarle a cottura e unire le "pzzell" o le orecchiette o i c'catill'. Fare bollire per circa 5 m. sgocciolare e condire o con olio e sale, oppure con pomodoro fresco saltato in padella.  Fonte ricetta: comune.orsaradipuglia.fg.it

Biscotti e miele erano usati nella dieta per disintossicarsi dal continuo utilizzo della carne.

Un'altra volta disse sempre al giustiziere Riccardo: "Alla tua fedeltà ordiniamo che subito, senza indugi, tu faccia mandare alla nostra Curia tre salme di vino greco".
Oltre al vino greco, come abbiamo visto preferito agli altri, Federico usava una bevanda, molto aromatica, da bere calda: l'acqua di calabrice.
Il calabrice, pianta selvatica del Gargano, è simile ad un pero selvatico, dal frutto rosso e piccolo, mentre il nocciolo è simile a quello dell'ulivo. Il cronista dell'epoca, parlando di una bevanda "ristagnativa, incisa, attenuante", lascerebbe intendere che si potrebbe trattare dì un digestivo.
Come frutta, all'epoca di Federico, c'erano fichi, noci, uva, datteri, mele, pere ed anche meloni. Non c'era ancora la pasta ed il nutrimento era costituito, in prevalenza, dal miglio, dall'orzo e dall'orzo perlato. Vi erano, invece, molti tipi di formaggi tipo il provolone, la mozzarella ed il pecorino che usava dare anche ai suoi cani preferiti.
Della Puglia, che gli forniva tutto ciò che era possibile per approntare la Sua mensa, si dice che abbia esclamato: "È evidente che il Dio degli Ebrei non ha conosciuto l'Apulia e la Capitanata, altrimenti non avrebbe dato al suo popolo la Palestina come terra promessa".
FEDERICO II  - POETA
Ci sono pervenute solo poche composizioni liriche attribuibili con certezza all’imperatore. Esse costituiscono delle vere e proprie esercitazioni di stile, artefatte e convenzionali, ispirate al mondo della cavalleria e della corte, anche se non sono confrontabili, per intensità poetica, al Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi, di poco precedente. Legati alla lirica dei "trobadors", i suoi versi esaltano la bellezza femminile e lo struggimento d’amore con un linguaggio formale e aristocratico e sono dedicati a donne considerate importanti nella vita di Federico. L’amore sincero per Bianca Lancia ispira le liriche "Poi che ti piace Amor" e "De la mia disianza":


Dolze meo drudo, e vaténe!
Dolze meo drudo, e vaténe!
Meo sire, a Dio t'acomano,
che ti diparti da mene
ed io tapina rimanno.
Lassa, la vita m'enoia, dolz'è la morte a vedere,
ch'io non pensai mai guerire
membrandome fuori di noia.
Membrandome che te 'n vai,
lo cor mi mena gran guerra:
di ciò che più disiai
'l tolle lontana terra.
Or se ne va lo mio amore,
ch'io sovra gli altri l'amava;
biasmomi, dolze Toscana,
ch'e' mi diparte lo core"
"Dolce mia donna, lo gire
nonn-è per mia volontate,
che mi convene ubidire
quelli che m'à 'n potestate:
or ti conforta s'io vado
e già non ti dismagare,
ca per nulla altra d'amare,
amor, te non falseraggio.
Vostro amor è che mi tène
ed àmi in sua segnoria,
ca lealmente m'avene d'amar voi sanza falsia.
Di me vi sia rimembranza,
no mi aggiat 'n obria,
ch'avesta in vostra balia
tuta la mia disianza.
Dolze mia donna, 'l commiato
domando sanza tenore,
che vi sia racomandato,
che a voi riman lo mio core;
cotal è la 'namoranza
degli amorosi piaceri,
che non mi posso partire
da voi, donna, i lleanza.

di Stefano Rapisarda.treccani.it/enciclopedia/federico-ii-attivita-poetica_(Federiciana)/

Sono sei i componimenti che, con vario grado di attendibilità, diversi testimoni assegnano al nome di Federico.

Tra le altre, la canzone "Dolze meo drudo", assegnatagli dal Vaticano contro l'anonimato del Palatino. È una 'canzone di donna' che parrebbe imitare "Dolce coninzamento" del caposcuola Giacomo da Lentini, ma con una significativa variatio in direzione embrionalmente narrativa. La voce di donna lamenta l'imminente partenza del suo amante verso una destinazione non precisata e l'uomo risponde rassicurandola circa la solidità del suo sentimento d'amore. Se di crociata si tratta, certo non è esplicitata, né il testo contiene riferimenti che possano farvi pensare, come in Rinaldo d'Aquino, Già mai non mi conforto, vv. 5-6: "Vassene lo più gente / in terra d'oltremare". Unico riferimento geografico è qui la Toscana, cui la donna reca biasimo, ma senza esplicitare se essa sia la destinazione del suo amato o il luogo dal quale sia stato emanato l'ordine di partenza. Per il fatto che l'uomo dica mi convene ubidire quelli che m'a n'potestate qualche studioso ha ritenuto che la canzone non sia ascrivibile a Federico (da Torraca, 1902, p. 173, a Debenedetti, 1947, p. 12, e Panvini, 1962-1964, p. XLVI), ma è argomento debole e nella sostanza ingenuo: ogni ipotesi di corrispondenza tra testo e 'vissuto' è del tutto improponibile in questo tipo di 'poesia formale'. Qualche irregolarità metrica dipende forse dalla mimesi di gusto popolareggiante (Contini, 1970, p. 50); presente anche una delle poche assonanze non riducibili a rima perfetta della lirica siciliana, Toscana: amava; si riscontra anche un discreto margine d'incertezza per quanto attiene alla divisione delle 'battute' tra l'uomo e la donna, ma nel complesso il testo è piuttosto semplice e non reca cruces insormontabili. Dolze meo drudo è l'unico componimento siciliano di cui esista un accompagnamento musicale, ma ciò non ha alcun significato ai fini della vexata quaestio del cosiddetto 'divorzio tra musica e poesia'. Si tratta infatti di un brano musicale posteriore di circa un secolo, conservato in un manoscritto contenente composizioni polifoniche dell'ars nova italiana trecentesca, di presumibile provenienza veneta; le conclusioni di Nino Pirrotta, scopritore del brano, non lasciano adito a dubbi: "Della musica abbiamo poche speranze di poter mai conoscere l'autore, possiamo però escludere che risalga al tempo di Federico II" (Pirrotta, 1984, p. 144)


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