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Gravity

Creato il 23 febbraio 2014 da Nadia Strawberrie @river_inthesky

Prima di cominciare a parlare di Gravity ci sono un paio di cose che vorrei precisare. Innanzitutto, dovete sapere che guardare un qualsiasi film di ambientazione spaziale in compagnia del mio giovane Padawan è un inferno! Tanto per farvi capire, il giovane Padawan è innamorato dello spazio… uno di quelli che vive appiccicato ai documentari di genere, il cui film preferito è Apollo 13, uno che si infervora ogni qual volta si accenna a sbarchi sulla Luna, si emoziona al solo menzionare Marte, e cose così… Ora, siccome voi siete delle persone super perspicaci, avrete subito intuìto che di fronte ad un titolo come Gravity in questa casa si sia aperto uno squarcio gigante.

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Alla fine di tutte le discussioni, comunque, l’unico commento che rimane da fare è uno e solo uno: non c’è veridicità scientifica che tenga, davanti ad un capolavoro di pura arte cinematografica com’è Gravity, e se a dispetto di tutte le premesse lo ha ammesso anche il giovane Padawan un motivo ci sarà…

Ben venga l’artificio della storia e la fantasia degli eventi, quando ci troviamo a confrontarci con un’esperienza visiva unica e totalizzante, con uno spazio che è protagonista ed antagonista assoluto della scena, con un’emozione straziante e viscerale che ci lascia senza fiato.

Senza nulla togliere all’ottimo Clooney e alla sublime Sandra Bullock, tremendamente brava nel dar vita ad un personaggio femminile straordinariamente forte, è nella regia di Alfonso Cuaròn e nel comparto tecnico che Gravity trova i suoi veri protagonisti.

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E’ qui che Cuaròn dichiara al mondo tutta la sua visione e la sua genialità, guadagnandosi tutta la mia ammirazione ed i miei applausi. La sua capacità di gestire un’impostazione autoriale nettissima e di fonderla magistralmente ai mezzi e alle tecnologie utilizzate ci lascia veramente senza fiato, con effetti speciali totalmente piegati al servizio dello spettacolo ultimo destinato al grande schermo.

Ancor più eccezionale è la perfetta simmetria tra l’abilità nei movimenti di camera e il mood della pellicola, laddove l’alternanza tra campi lunghissimi e primi piani diviene ben più che mera tecnica.

La trasformazione è immediata e produce un’esperienza di un’intensità disarmante per lo spettatore, che si ritrova a fluttuare in uno spazio immenso e claustrofobico, disperso nel nulla assoluto e costretto in una morsa di tensione dentro i minuscoli spazi delle tute e delle cabine.

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