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Ignoranza italiana in musica

Creato il 13 febbraio 2012 da Cristiano Porqueddu @Cristiano195

Riporto qui un bellissimo articolo scritto da Corrado Sevardi per http://www.ottoperotto.org sullo status culturale musicale e sul dilettantismo imperante promosso a professione usato per difendere ipotetici gusti musicali basati sul numero di tracce contenute sul proprio iPod.

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“Ci permettiamo di toccare un tema che potrebbe sembrare marginale alla devastata condizione del nostro Paese oggi, ma secondo noi non lo è affatto: quello dell’impresentabile livello dell’educazione musicale dell’italiano medio.

Il compito è difficile però, poiché tenteremo di sottolineare la gravità di una lacuna sociale inaccettabile rivolgendoci a una platea nella quale i più, proprio perché ne ignorano i reali termini, facilmente neanche si pongono il problema, non ne percepiscono il sussistere stesso come tale.

Non solo: trattandosi di un fatto non di semplice ignoranza, ma della sovrapposizione a essa di una diffusa incultura, cioè di una pseudocultura errata e infarcita di stereotipi, luoghi comuni ed equivoci instillati nel tempo dallo star system e dalle stritolanti regole del mercato della musica cosiddetta “di consumo”, rischieremo anche di andare a toccare la sensibilità di molti che, parlando di musica, sono invece candidamente convinti di avere brillanti strumenti di giudizio ed esperienza al proposito.

A ciò, si unisce un aspetto ulteriormente spinoso: il fatto che il campo dei cosiddetti “gusti musicali” agisce una dimensione privata, affettiva che si può spingere fin all’idolatria e mitizzazione e che porta di frequente ad avere, nei confronti di coloro che si considerano i propri mostri sacri, atteggiamenti di fanatismo, adesione incondizionata, passione adolescenziale e acritica.  Quindi, andando a toccare tali certezze si rischia talvolta di prendere i pesci in faccia, quasi si trattasse di interloquire con ultras di calcio ai quali è stata mossa offesa verso la propria squadra del cuore.

Come facciamo a dirvi che quel cantante che ha costituito la colonna sonora del vostro primo bacio, di quelle vacanze meravigliose con la prima fidanzata, di una serata memorabile di intimità, o degli ultimi giorni prima dell’esame di maturità e del quale ascoltate ancora oggi dopo vent’anni i pezzi è un mediocre mestierante e vi ha pian piano educato a emozionarvi con qualche banale e vuoto  giochetto di giri di accordi già presente in altre diecimila canzoni scritte nello stesso secolo? A dirvi che forse alcune corde vibranti migliori del vostro essere hanno voluto mettersi in risonanza con esperienze d’ascolto che stanno infiniti piani al di sotto di quanto la vostra natura complessa avrebbe saputo percepire, se foste stati dotati semplicemente del vocabolario e della sintassi necessari a comprendere altre carature di linguaggio musicale?

Come fai a dire a qualcuno che avrebbe potuto essere una persona migliore, vivere esperienze più profonde, intense, raffinate e consapevoli anche in tutti gli altri aspetti della sua esistenza, se avesse imparato ad accorgersi che dentro determinata musica trovi questo, ma in altra trovi ben altro?

Il fatto è che qualunque cosa “educabile” – in questo caso l’orecchio (e il cervello che sta tra i due orecchi) – è anche potenzialmente “diseducabile”.

Se abituate una persona a mangiare caramelle da bambina, poi quando dà il primo bacio, quando fa il suo primo bagno di notte al mare con gli amici, quando si laurea, questa riterrà per tutta la vita che le emozioni gustative della caramella possano racchiudere tutto il mondo possibile delle sue capacità percettive dei piaceri del palato, di ciò che è complessivamente “essente” nell’universo dei sapori e lo assocerà pure ai momenti fondanti della sua esistenza, omologandovelo sul piano valoriale.

Farà un viaggio in Australia e seduta a guardare il tramonto dalla Ayers Rock metterà in bocca una caramella credendo di festeggiare e sublimare quel momento con un’altra esperienza analogamente pregnante.

Cosa ne può sapere questa persona dell’esistenza dei profiteroles o della torta Saint Honoré? Guai a chi le toccherà le sue caramelle. Poi magari sarà diventata lo stesso ingegnere nucleare, scoprirà vaccini o salverà vite umane sul tavolo operatorio, chi si può permettere allora di dirle che avrebbe potuto vivere con maggior pienezza la sua vita fin lì se fosse stata educata meglio in campo musicale? Se invece di “sentire” sempre gli stridori stonati di un “pupeggiante” vino ordinario in cartone avesse “ascoltato” le strutturate e sublimi costruzioni di un beethoveniano Brunello di Montalcino? (i lambruscofili, e sono tra quelli, non me ne vogliano)

E il quesito estremo cui la situazione del nostro Paese ci porta a formulare polemicamente è: ma in fondo cosa c’entra la musica con la vita? Come possiamo far capire a una società che tra gli strumenti di solidità e difesa maggiori che potrebbe avere anche per affrontare congiunture inquietanti come quella che stiamo passando in questi anni ci sarebbe quello di una migliore educazione musicale diffusa?

Vediamo: prima della Rivoluzione industriale, che instaurò un’istruzione per tutti (quasi) sostenuta con risorse pubbliche, c’era stata quella di Carlo Magno nel periodo detto della “rinascenza carolingia”. L’imperatore franco, da analfabeta, istituì scuole vicino a monasteri e abazie dando vita a una ripresa culturale diffusa. Il processo ebbe come atto fondante simbolico l’istituzione della Scuola palatina, presso il palazzo reale di Aquisgrana. In questo luogo, in un rinnovato interesse per gli studi classici, fu favorito l’insegnamento delle arti secondo il trivium e il quadrivium. Sapete cos’erano? Erano una divisione delle scienze escogitata dagli antichi nella convinzione che nella Grammatica, la Retorica e la Dialettica da un lato, nella Geometria, l’Aritmetica, l’Astronomia e la Musica dall’altro fosse compreso tutto il sapere che l’uomo può acquisire, al di fuori della Rivelazione. Esatto avete letto bene: geometria, aritmetica, astronomia e MUSICA.

Non scenderemo in particolari troppo tecnici, ma tentiamo di far almeno insospettire i lettori più curiosi su come la competenza musicale possa richiedere fondamenti culturali e spessore intellettivo non banali. Facciamo solo un piccolo e nudo elenco di punti che riguardano l’attività di un musicista: padronanza della lettura della scrittura musicale, padronanza di uno di uno strumento (per chi suona), padronanza della composizione (per chi scrive), comprensione della polifonia (sovrapposizione indipendente delle parti), andamenti armonici (modalità, tonalità e gli accordi), ritmo, dinamiche (l’intensità di suono), forme musicali (sinfonia, toccata, sonata, fuga, rapsodia, fantasia, minuetto, valzer, giga, concerto, ciò che ne fu arrivando al ‘900, ecc.), combinazioni dei timbri degli strumenti, tecnica e possibilità espressive di ogni diverso strumento, conoscenza della poetica di ogni autore per saperlo interpretare correttamente, codici estetici e contesto culturale del suo periodo storico, fisica acustica, psicologia e aspetti della percezione psicoacustica, implicazioni intellettuali e filosofiche legate a ogni tipo di composizione in base all’autore e al periodo in cui è stata scritta, rapporti tra parola e musica, conseguenti competenze letterarie e poetiche, sviluppo di una “sensibilità” uditiva, emotiva, sensoriale, capacità di ascoltarsi criticamente mentre si suona, di ascoltare mentre si sente suonare (pensate a cento strumenti diversi che suonano una sinfonia di un’ora di durata magari con un coro di altrettanti componenti)… Si potrebbe continuare ancora a lungo; qualche sospetto comincia a venirvi?

Sappiate che, come ricorda oggettivamente Andrea Frova nel suo per altri aspetti opinabile saggio “Armonia celeste e dodecafonia”, «il cervello dei musicisti di professione presenta strutture e funzioni diverse da quelle dell’uomo medio» infatti le immagini tomografiche dei neuroscienziati attestano una neuroplasticità capace di attivare rapidamente le connessioni sinaptiche preesistenti e crearne di nuove che ne fa una sorta di «élite dotata di capacità percettive del suono che raramente si riscontrano nel normale pubblico che siede in platea, (…) come atleti di professione che raggiungono risultati inarrivabili per l’uomo comune».

Aggiungiamo che intraprendere studi musicali significa appassionarsi a una “disciplina”, cioè a qualcosa che nello scatenare la parte più profonda della nostra parte affettiva, istintuale, sensoriale, ci richiede però di “disciplinarci” con metodo, applicazione, costanza, capacità strategica all’interno del suddetto bagaglio di conoscenze e di esercitarci ogni giorno in tutto ciò.

Aggiungiamo che frequentare un Conservatorio significa entrare in un ambiente dove, al contrario di quanto avviene normalmente in tutte le altre scuole di ogni ordine e grado, i giovani vivono un’esperienza unica: quella della “bottega d’arte”, del laboratorio, quella di un luogo ove è la passione a muovere gli entusiasmi e le motivazioni. In conservatorio, chi ci va, mediamente ci vuole andare, non ne farebbe mai a meno, non sta disattento a lezione, non vive svogliatamente la propria formazione come un’imposizione, bensì assiduamente come una scelta consapevole ed emozionante. Vive un rapporto personale e individuale discente-docente ed esperienze di gruppo folgoranti con altri giovani e adulti. Tutto questo è qualcosa di molto simile a ciò che Sir Ken Robinson (un filosofo dell’educazione che suggeriamo di conoscere) indicherebbe come rivoluzionario nei percorsi educativi, se si verificasse nelle scuole tradizionali. Provate infatti a pensare all’atmosfera che ci siamo tutti sciroppati dalle elementari in avanti, ogni giorno, ogni settimana, nove mesi all’anno, per tutta la nostra giovinezza…

Una Fuga di Bach o una Sinfonia di Brahms sono monumentali costruzioni intelligenti, elaborazioni geniali di poche note iniziali dalle quali si sviluppano gigantesche cattedrali espressive. Una Sonata di Beehtoven o un suo Quartetto sono il pensiero stesso, la filosofia fatta musica, Kant, Shopenhauer, Goethe, l’Illuminismo, lo Sturm und Drang romantico, la perfezione formale generata dalla volontà creatrice alla confluenza di estro e tecnica alla scoperta del nuovo, dell’ulteriore. Una composizione di Luigi Nono è la radicale ricerca del rapporto tra l’estetica del suono costruito dalle sue fondamenta e l’impegno civile per una società migliore. E dovremmo riempire pagine e pagine di questi esempi a implicare ogni aspetto dello scibile.

L’arte musicale si colloca là ove s’incontrano le nostre attitudini razionali e irrazionali, emisfero destro e sinistro, educa a comparare criticamente, a interpretare, a fare propria la materia del nostro operare per tradurla e renderla fruibile agli altri, educa all’ascolto, al nuovo, al diverso da sé, a dare risposte molteplici a medesime domande, quelle che interrogano l’uomo dall’inizio della civiltà, è la summa dell’espressione umana. La musica è matematica, proporzioni, forma, testo, sintassi, emozione, pensiero, filosofia, architettura, progetto, folgorazione intuitiva, iperbole e norma, trasgressione della norma, corporalità e logica, spirito e ragione, radicalità delle scelte, onestà, precisione stilistica, etica, civiltà. La musica è libertà consapevole (a onta dell’estetica crociana e programmi ministeriali conseguenti).

Forse per questo in Italia hanno reso quasi tutti analfabeti in materia, relegando la musica a quell’ora barbosa in cui a scuola si studia la lezione dell’ora successiva, o a espressioni del mondo giovanile che raramente si discostano da pratiche modaiole e dilettantistiche, prive di sostrato culturale e spesso banalmente omologate, seppur (e se ne intuiscono i motivi) sacralmente celebrate dal sistema mediatico e del mercato. E così siamo tutti un po’ più superficiali sudditi tra le canzonette-caramelle e meno cittadini consapevoli della polis.”

Fonte:  http://www.ottoperotto.org/2011/12/musica-ignoranti-e-sudditi-inconsapevoli/?fb_ref=addtoany&fb_source=profile_oneline


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