Magazine Calcio

Il calcio con gli occhi a mandorla

Creato il 19 settembre 2012 da Antoniogiusto
Il calcio con gli occhi a mandorla È obbligatorio citare la seconda regia di Bellocchio, quando il discorso orbita attorno alla Cina? No, ma visti i presupposti - partite truccate, arbitri in manette, ingaggi con troppi zeri e nomi illustri sia in campo che in panchina - pare proprio il caso di farlo: la Cina è vicina. Calcisticamente, almeno.
Un decennio fa, Beppe Materazzi, padre del Marco in gol a Berlino, faceva una capatina presso la Grande Muraglia: la sua missione, allenare il Tianjin Teda. Oggi, anno di - dubbia - gloria calcistica 2012, il canuto C.T. che quel 9 luglio 2006 sbaciucchiava la Coppa del Mondo assieme al più tatuato dei Materazzi si ritrova alla guida del Guangzhou Evergrande. Il motivo? Non uno, ma 10 milioni. Di euro. L'anno. E così, tra brasiliani panciuti e presunti fuoriclasse con gli occhi a mandorla, ecco anche il nostro Marcellone Lippi. Predicatore nel deserto? Be', non esattamente: diciamo che qualche oasi c'è, costata uno sproposito, ma c'è. Darío Conca, 900mila euro al mese per neppure centosettanta centimetri d'altezza ed un sinistro da far girare la testa, incanta le platee in Guangdong e viene quotidianamente rimpianto dai tifosi del Fluminense, con cui nel 2010 ha trionfato nel Brasileirão. Attorno a questa sorgente di limpidissima classe argentina, orbitano compagni che non sfigurerebbero nel Vecchio Continente. La punta Muriqui, brasilianissimo in gol 16 volte nello scorso campionato e destinato a migliorarsi, ha 26 anni ed è tutt'altro che da rottamare. Medesimo passaporto - non tutti i brasiliani d'oriente sono in conflitto con la bilancia - per Cléo, da Guarapuava (Paraná), che sino a un anno fa sgollava e sgomitava in Serbia, tra Stella Rossa e Partizan Belgrado. «Made in China», invece, Zheng Zhi: difensore evolutosi in mediano, numero 10 sulle spalle e fascia di capitano al braccio, ha assaggiato il calcio britannico con le maglie di Charlton Athletic (tre stagioni) e Celtic. L'ultimo acquisto - mentre scrivo - è Lucas Barrios, vagabondo in Sud America, un triennio e due Meisterschale vinte con il Borussia Dortmund, chiuso da Lewandowski, ha deciso di rimpinguare il proprio conto in banca con un'ondata di yen. Inutile girarci attorno, la stragrande maggioranza di questi contratti vengono firmati solo ed esclusivamente perché ad un'occasione economica del genere è impossibile rinunciare, e non ricapiterà di certo. Già, ma chi paga? Xu Jiayin, immobiliarista, bilionario - sì, «bi» - affamato di calcio e di vittorie. Il Guangzhou Evergrande lo finanzia lui, che s'ispira a Roman Abramovich ed ambisce a conquistare la Champions League d'Asia entro il 2015.
Gli yen piovono anche sull'altra sponda di Canton, quella del Guangzhou R&F, che si è appena assicurato Yakubu Aiyegbeni, erculeo centrattacco nigeriano autore di diciotto gol nell'ultima, sfortunata stagione disputata con la maglia del Blackburn, mestamente retrocesso.
Shanghai, affolatissima - 23 milioni di abitanti, la seconda città più popolosa del pianeta arriva terza - metropoli d'oriente, divisa in Pudong a est e Puxi a ovest dal fiume Huangpu, è stata scelta da Didier Drogba come prossima residenza. O, per meglio dire, Zhu Jun, fantastilionario, fondatore della The9 - il cui nome fa riferimento al fatto che i videogiochi siano la nona arte: credo di non dovervi spiegare in quale settore operi - e proprietario dello  Shanghai Shenhua, gli ha fatto un'offerta che l'ivoriano non ha potuto rifiutare. Pur essendo stato il miglior giocatore dell'ultima edizione della Champions League, rocambolescamente vinta con la maglia del Chelsea. Chelsea in cui, sino a gennaio, Drogba condivideva lo spogliatoio con Anelka, trasferitosi in Cina con forse troppo anticipo - va detto, il rapporto con Villas Boas era ormai putrescente - ma di certo economicamente soddisfatto della decisione presa. Ad ispirare questa coppia francofona, ecco Giovani Moreno, colombiano classe '86, fino a ieri numero 10 del Racing Club di Avellaneda. Ah, li allena Sergio Batista, che l'anno scorso spiegava a Messi e connazionali come muoversi in campo, appollaiato sulla panchina dell'Albiceleste.
Se Guangzhou Evergrande e Shanghai Shenhua fanno incetta di strapagati fuoriclasse, le altre componenti della Super League cinese non sono certo da meno. E così, ecco sbarcare in oriente attempati campioni, alla ricerca di un ultimo, remunerativo contratto. Seydou Keita, partito Guardiola, ha salutato il Barça ed il tiqui-taca, con cui aveva sensibilmente ingrassato il proprio palmarès, per andare ad ingrassare il portafogli nel Liaoning, lautamente stipendiato dal Dalian Aerbin. Ha invece scelto il Beijing Guoan, la squadra della capitale, Frédéric Kanouté, dopo aver concluso la propria, indimenticabile esperienza a Siviglia. Un altro calciatore africano, Christopher Katongo, milita invece nell'Henan Construction dal luglio 2011. «E chi sarebbe?», si domanderà qualcuno: «Il miglior giocatore dell'ultima Coppa d'Africa», rispondono gli almanacchi. Altro nome che, ai più, potrebbe non dir molto, è quello di Joffre Guerrón. Esterno ecuadoriano, sfavillante in Coppa Libertadores nel 2008, stella più brillante del torneo, vinto con la LDU di Quito in finale contro il Fluminense di Conca. E Thiago Silva, e Washington, e Thiago Neves... Classe 1985, si accasa anch'egli al Beijing Guoan, e chissà quanti cross sfornerà per il capoccione di Kanouté. Merita infine una citazione Fábio Rochemback, volante a proprio agio in Europa per quasi un decennio, con Barcellona, Sporting Lisbona e Middlesbrough, oggi in forza al Dalian Aerbin.
Enumerate le virtù tecniche del campionato con gli occhi a mandorla, e ribadito come motivazioni e condizione atletica potrebbero scarseggiare, è giunto il momento di illustrarvi le altre similitudini che accomunano il calcio cinese a quello occidentale. Sì, perché piaghe purulente come Calciopoli e le scommesse non sono toccate esclusivamente alla Serie A.
In manette, di recente, son finiti Xie Yalong e Nan Yong, suo predecessore a capo del centro amministrativo dell'associazione calcistica cinese: dieci anni (e mezzo) a testa, per aver accettato tangenti per centinaia di migliaia di dollari. In gattabuia anche diversi calciatori, quattro dei quali vantano anche un bel gruzzolo di presenze in nazionale: Shen Si, Qi Hong, Jiang Jin e Li Ming, quest'ultimo solo omonimo del recordman di presenze con la Cina (141, per l'altro Li Ming). Stessa sorte anche per quattro arbitri, e qui spicca il nome di Lu Jun, chiamato a fischiare in Corea e Giappone nel 2002, oltre che all'Olimpiade australiana d'inizio millennio. Sì, la Cina s'è avvicinata. Forse, un po' troppo.

TSU CHU, L'ANTENATO CINESE DEL CALCIO

Che il calcio, così come lo pratichiamo - e amiamo - oggi, sia nato in terra d'Albione, è fuor di discussione. Un lunedì d'ottobre del 1863, il 26 ad esser precisi, si ritrovano alla Freemasons' Tavern, sita in Great Queen Street, a Londra, i rappresentanti di alcune società calcistiche della zona: viene stilata una lista, contenente le prime quattordici regole del nostro adorato gioco. Al signor Francis Maule Campbell, tesoriere della neonata Football Association, nonché rappresentante del Blackheath F.C., la nona, la decima e pure la quattordicesima non garbano: fortuna!, nel 1871 il suo Blackheath  darà vita alla Rugby Football Union, assieme ad altri venti club, regalandoci un meraviglioso sport.
L'idea di sollazzarsi con la sfera, però, non è certo così recente. Nella lussureggiante Firenze dei Medici, piazza Santa Croce fungeva da «teatro del Calcio»: era questo il primo «capitolo» del regolamento del calcio fiorentino, redatto da Giovanni Bardi nel 1580 e composto di 33 articoli. Ventisette uomini per parte: quindici corridori suddivisi in tre quadriglie, cinque sconciatori e sette datori, quattro dei quali «innanzi» ed i restanti tre «addietro». L'obiettivo, era quello di depositare il pallone nella rete posta a fondo campo, segnando la cosiddetta «caccia». Sempre nella penisola italica, l'harpastum spopolava un paio di millenni fa. Il nome altro non è che la latinizzazione del termine greco ἁρπαστόν (harpaston), il cui significato è all'incirca quello di «strappar via»: somigliava più al rugby che al calcio, a giudicare dalle poche testimonianze, ed era evidentemente ispirato all'ellenico episkyros, che si giocava in dodici contro dodici (o 14 contro 14) ed aveva come obiettivo quello di fare meta, o l'equivalente dell'epoca.
Dopo aver passato in rassegna gli antenati europei del nostro calcio, ecco che spuntan fuori i cinesi. Che con la palla s'iniziarono a dilettare - sembra - un tremila anni fa circa. L'invenzione viene attribuita a Huang Di, il celebre «Imperatore Giallo», ma di leggende sul suo conto ce ne son più di troppe, e allora ecco il nome del gioco: tsu chu, con il primo termine che sta a significare «colpire con il piede» ed il secondo che designa la sfera, rigonfia d'aria o di piume. Di certo praticato durante gli anni contrassegnati dalla dinastia Han, cioè dal 206 avanti Cristo in poi, il gioco, originariamente praticato dai soldati per migliorare le proprie doti atletiche, si diffuse tra i civili, donne comprese. Con la dinastia Song, regnante in Cina dal 960 al 1279, ecco il professionismo: il tsu chu aveva contagiato la popolazione, dall'imperatore al servo, ed era possibile vivere di ciò. Competitivi anzichenò, i nostri amici cinesi esportarono il tsu chu nelle regioni adiacenti: in Giappone, ma anche in Vietnam e Corea. I nipponici, che lo ribattezzarono «kemari» furono anche protagonisti di avvincenti incontri con i cinesi. Chissà, forse anche loro - come gli inglesi un bel po' di lustri più tardi - sfoggiavano l'epiteto di «maestri».
Antonio Giusto Fonte: Calcio 2000

Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :