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Il neo-popolare contemporaneo

Creato il 24 marzo 2015 da Fasterboy

Caroline S. Brooks and her sculpture in butter during a public exhibition at Amory Hall, Boston, USA, in 1877.Per una cultura non-progettuale, non-storica, multi-etnica

Loretta Vandi

Potrebbe sembrare un giudizio avventato presentare la società italiana contemporanea – così spinta verso rinnovamenti, riforme, chiara distinzione di ruoli – come una brutta copia di quella medievale. Sarebbero forse passati invano tutti quei secoli che, pur contraddistinti dalle regole dettate prima nel corso del Rinascimento, poi dalla Controriforma, in seguito torte e ritorte fino ad arrivare al Novecento, avevano avuto il pregio di mettere le diverse classi al loro posto e di stabilire che la cultura è sempre e solo quella alta?
Eppure basta saper guardare – e neanche tanto per il sottile – ed ascoltare la realtà quotidiana di ogni grande o piccola città dell’Italia: poliglottismo imperante anche dopo la fine di ogni estate, compresenza di diversi modi di intendere il mondo, mobilità, transitorietà, inventiva nel trovare mezzi di sussistenza. Mi si potrebbe obiettare che tutto ciò è senz’altro vero, ma questa è solo la marginalità, una massa indistinta dovunque la si scopra. In fondo la vera contemporaneità è fatta di individui che si distinguono nel campo della politica, dell’economia, dell’arte, capaci di non cedere di fronte a problemi legati alla produttività, agli scambi economici, all’onnipresente ‘mercato del lavoro’, abili nel progettare (da tempo mi è venuto il sospetto che la nostra cultura sia quella dei progetti, ed il campo in cui sta infierendo di più sia senz’altro quello della scuola) e altrettanto abili nel dichiarare l’obsolescenza degli stessi prima che se ne siano visti i risultati.
Forse che l’instabilità, l’aleatorietà, il vivere secondo probabilità, sono ancora capaci di incuterci così tanta paura? Mi si dirà che tutto dipende dal fatto che si è affermata una diversa concezione della storia. Se Arthur Danto ci ha parlato della morte della storia in senso positivo, come di un peso di cui ci si è liberati, perché prodotto di un modo unilaterale di considerare lo sviluppo (1), forse parlava prendendo in considerazione solamente tutti quegli artisti che di certo della storia con la S maiuscola non sapevano che farsene, visto che le loro opere ben difficilmente sarebbero state interpretabili secondo codici precedenti. Tuttavia, pur negando quella Storia, è innegabile che nessuno di loro abbia mai cercato di passare inosservato: la necessità di rientrare in una diversa storia, costruita su misura su di loro da qualche storico-critico sensibile alle leggi del mercato è sempre stata impellente. Ma c’è un altro aspetto che Danto non ha considerato ed è che nella storia – in quella ‘Storia’ – non è detto che qualcuno ci voglia entrare a tutti i costi, perché in fondo non ne ricaverebbe altro se non omologazione, asservimento, etichettamento e mancanza di prospettive. Mi accorgo che questo senz’altro dovrebbe essere di nuovo il parere di uno storico-sociologo: l’individuo che non pensa alla storia, l’a-storico per scelta inconsapevole, non avrebbe bisogno di definirsi ma solo di essere nel presente. Questo sarebbe il campo del neo-popolare contemporaneo, che ha dato il titolo al mio intervento.
Il tema del popolare non è nuovo. Diversi pensatori l’hanno scelto come argomento per i loro approfondimenti critici, ma per il momento ne prenderei in considerazione solo due, Carlo Ginzburg e Piero Camporesi, per il fatto che, se il primo ha voluto soffermarsi su “culture popolari” senza mai però mettersi sullo stesso piano dei loro svolgimenti, preferendo un utilizzo a distanza, direzionato verso un’interpretazione politica, il secondo se ne è fatto paladino appassionato, coinvolgendo nel suo discorso – fatto abbastanza insolito – anche le donne. Una delle sue pagine più belle potrebbe essere letta come un’epopea di donne senza volto e analfabete ma che, alla fine, non possono che essere considerate come eroine: “I messaggi segreti della cultura popolare – orale, gestuale, simbolica, altamente formalizzata – quelli più originali, passano attraverso l’elaborazione e la trasmissione femminile” (2). Naturalmente all’interno di tutto questo, che potrebbe sembrare a prima vista un armamentario piuttosto sofisticato, non dovremmo andare alla ricerca di trattati filosofici, ma di piccoli trattati senz’altro, seppure orali, relativi all’arte del vivere e del morire, come “le fiabe, le preghiere, gli scongiuri, gl’incantesimi, i lamenti, le cantilene, le ninne-nanne, le nenie, le ricette” (3). Tutto questo bagaglio di saperi sarebbe valido solo per il medioevo? Basterebbe poco per tradurre in termini contemporanei quello che Camporesi sollecitamente sembrava solo suggerire. Ma ad una condizione. Le culture popolari del passato sono state sempre interpretate – Camporesi compreso – secondo un modello binario, perché così si è creduto che fosse la ‘mentalità’ di coloro che stavano vivendo quei momenti: alto/basso, bene/male, falsità/verità. Un modello che sembrava funzionare più che discretamente, perché le forze in gioco erano indirizzabili (almeno formalmente) verso una sfera sacra e una profana, dove la Chiesa occupava il posto privilegiato mentre nobili, borghesi e popolani costituivano tutto il resto.
Per il neo-popolare contemporaneo, carico ugualmente di angoscia, di immaginazione, di instabilità, vorrei proporre un altro modello, che si trova non semplicemente in una sfera intermedia permessa dal binarismo (quella, ad esempio, in cui qualcosa non è ancora completamente buono, e neppure decisamente cattivo) ma al di fuori di esso. È la sfera dell’ambiguità, dell’eternamente indeterminabile. Al suo interno vi è stato chi, pur trovandosi in un ambiente psicologico e mentale che non avrebbe mai potuto prendere una forma chiara e definitiva, non si è mai perso d’animo ed ha inventato, costruito (ben consapevole che non sarebbe stato, come consigliato dal Vangelo, sulla pietra, ma sulla sabbia), tenendo in considerazione anche gli altri senza voler diventare a tutti i costi un leader, non cercando di imitare coloro che avevano avuto successo ma, con sottili azioni di arrangiamento, ha saputo far stare in equilibrio, usando la sensibilità, quello che tante elucubrazioni intellettuali avrebbero fatto rapidamente cadere.
Non nego che tutto questo potrebbe essere fastidiosamente visto come il mondo dell’effimero, dell’inconsistente, dell’esistenzialmente non pregnante, insomma, il mondo dove il caso regna. Tuttavia, se guardiamo bene e se arriviamo ad accettare il caso come un fattore sensibilmente positivo, non è che il mondo in cui potrebbe funzionare il bricolage esistenziale, ora che la storia ha già detto e fatto tutto e che l’originalità non è più materia capace di produrre una differenza, neppure nell’arte. Non è così cadere nella pura e semplice cultura materiale? E chi potrebbe mai muoversi con sicurezza su queste sabbie che non possono che essere alla fine mobili? Chi non ha mai disprezzato la cultura materiale e chi non ha mai temuto di fallire pur usandola sono state tutte quelle donne che, almeno dal medioevo in avanti, hanno abitato (non solo attraversato) quella zona ‘al di là del bene e del male’ che, confessiamolo, non ha mai posseduto nulla di ideale o di utopico ma una direzione umanamente percorribile, senz’altro.
Come possiamo riconoscere i prodotti odierni di queste donne, portavoci del neo-popolare, ammesso che “le fiabe, le preghiere, gli scongiuri, gl’incantesimi, i lamenti, le cantilene, le ninne-nanne, le nenie, le ricette”, siano state già sfruttate, apparendo oggi sotto diverse forme in televisione, nei rotocalchi o nei libri per bambini, prodotti per una cultura di massa, mentre alla trasmissione orale sembra essere lasciato uno spazio irrisorio? C’è un orale popolare che parla attraverso una diversa oralità e un orale popolare che si esprime attraverso il visivo, ma un visivo non assimilabile alle le produzioni di massa, create dall’alto. Per il primo caso, non posso che riferirmi alla ricchezza linguistica di tutte quelle donne che stazionano in Italia esercitando le più svariate attività e che nei momenti di riposo si ritrovano nei pressi di una stazione, in un giardino, in un bar a discutere animatamente delle loro esperienze settimanali, facendo entrare ogni tanto nei loro commenti in lingua originale, qualche parola italiana, che acquista, in quel nuovo contesto, tutta un’altra vitalità. E questa vitalità non è certo un indice di nostalgia (sebbene non escludano ritorni) e non è neppure quella che muove alcuni di noi a tornare alla natura per ritrovare un senso della vita meno precario, più ‘naturale’ – una bella invenzione delle varie catene ‘bio’ e una bella illusione alla quale ci sottoponiamo volentieri, tanto non richiede particolari sforzi e in più ci fa sentire di nuovo ‘nel giusto’). È la vitalità dell’invenzione linguistica prodotta da nuove esperienze che non vengono lasciate svaporare all’interno della fatica quotidiana, è la forza di reinventarsi anche dove non ci sono radici, anzi, dove non si sente la necessità di impiantarle e, purtuttavia, riuscire a vivere.
Per il secondo caso – l’orale popolare tradotto nel visivo – ho in mente una donna la cui attività mi ha sempre colpito, Caroline Shawk Brooks (4). Anche se vissuta tra otto e novecento, quello che produsse e il modo con cui lo utilizzò, valgono anche per un discorso sul neo-popolare odierno. Sposata, abitava in una sperduta fattoria nell’Arkansas, accudendo con la stessa cura marito, figli, e mucche. Cosa mai avrebbe potuto cambiare la sua vita e, con essa, quella di altri? Solo il fatto di sfruttare il caso, di mettere a frutto quella dote manuale che aveva nel lavorare i prodotti del latte e, nello stesso tempo, mantenersi consapevole che la strada intrapresa, pur non avendo nessuna solida base, andava tentata ugualmente. Si trattava di andare a vendere quel prodotto che costituiva uno dei sostentamenti della sua famiglia – il burro – sotto una forma diversa, e qui le venne in mente di realizzare bassorilievi e statue, mantenute intatte dalla liquefazione grazie a un accorgimento da lei escogitato. Non entrò mai nell’arte ufficiale (non era sua intenzione) ma quello che più colpisce del suo epilogo artistico è che, svaniti gli apprezzamenti del pubblico nati solo dallo stupore iniziale, non si ritirò ma cercò di presentare i suoi prodotti in un diverso contesto, quello delle fiere. Non avendole mai considerate lei stessa creazioni artistiche intoccabili, senza aver avuto bisogno di attendere le teorizzazioni benjaminiane sulla morte dell’aura, non ci volle molto affinché le potesse utilizzare come attrazioni, alla stessa stregua di altri fenomeni che chiameremmo, ingiustamente, da baraccone. Non era riuscita neppure a creare una tendenza che si sarebbe poi potuta trasformare in moda (chi mai avrebbe voluto fregiarsi di essere uno scultore burroso nel senso letterale del termine?) ma aveva affrontato seriamente una realtà non seria. Tutto il contrario di quel fenomeno in cui l’arte contemporanea spesso inciampa, cioè di divenire una moda e di quest’ultima sposarne la falsa originalità, gli ingannevoli profondi cambiamenti, quel je ne sais quoi così sapientemente messo a nudo da Roland Barthes nel suo Sistema della moda (5), con un procedimento argomentativo in cui lo strutturalismo è stato fatto uscire dalle sue secche teoriche per poter smascherare tutto un mondo – la moda – che impone i suoi dictat basati su presunte genialità.
Nella cultura neo-popolare tutto questo non potrebbe mai avere luogo, per il semplice motivo che il riciclo con la funzione di sfociare nel bricolage – il necessario e non libero riutilizzo di qualcosa già utilizzato in precedenza ma con altri fini – è una verità chiara sia a chi la usa sia a chi ne viene consapevolmente a contatto. L’abilità manuale (non specificamente artistica), il prendere iniziative senza pregiudizi e senza appoggi, il saper sfruttare il caso (con l’infinita varietà di oggetti usati che mette a disposizione) per inventare: questi i componenti della piccola ricetta di Caroline Shawk Brooks ma già sperimentata prima e dopo di lei da tutte quelle donne che non hanno potuto accedere a studi superiori. È la proposta della mobilità e dell’azione sociale che, pur partendo da livelli basilari, può estendersi a quelli superiori senza aver bisogno di assumere un ruolo definito per poter lasciare un segno. Non nego che tutto questo potrebbe apparire come una svalutazione degli sforzi che diverse donne hanno fatto soprattutto nel corso del XX secolo per portarsi nei luoghi del potere, conquistarlo ed esercitarlo alla stessa stregua degli uomini, per dimostrare le stesse doti di comando e di progettualità. Non nascondo che si tratti di una critica, perché l’aver raggiunto posti mai ottenuti in passato da donne non è, a mio parere, una dimostrazione di particolari doti femminili. Mi sembra, piuttosto, una conferma che anche le donne sanno assumere comportamenti maschili, abbandonando l’abilità di essere mobili nel loro comportamento, lasciando da parte gli equilibrismi sull’indeterminato e il non progettabile. Insomma, queste donne hanno cambiato natura e le loro decisioni non sono diverse da quelle che qualsiasi uomo, a quei livelli, avrebbe potuto prendere. Allora, non avrebbero dovuto mai combattere per questo?
Credo che la battaglia non avrebbe dovuto giocarsi su questo campo, perché mezzi, percorsi e scopi erano già stati tracciati in precedenza da altri. La vera funzione della donna neo-popolare sarebbe di contrastare, di criticare, di fare tentativi in un campo non ancora percorso dagli uomini in cerca di potere. Questo campo è fastidioso, stancante, non ricompensante, eppure fondamentale perché solo attraverso l’irregolarità si può fare il verso sia al potere che agli uomini normali, irregolarità cresciuta all’interno dell’ambiguità, che accetta il diverso senza volerlo trasformare. Una tesi che, a ben ricordare, aveva proposto Michel Foucault nella sua Storia della follia (6), ma che sembra non aver toccato profondamente nessuno, se non colui che l’aveva proposta. Avrebbero poco senso in una cultura neo-popolare termini come sottomissione (referita agli sforzi della cultura non popolare di imporre la propria lingua) o stabilità (come quella ricercata da coloro che si sono collocati in una posizione di dominio decisi a non perdere lo spazio conquistato). Ancora meno avrebbe senso l’accettazione di modelli di perfezione a cui riferirsi, quelli proposti un tempo dai teologi e dai filosofi (uno dei migliori esempi era l’imperativo categorico kantiano). La cultura neo-popolare potrebbe solo indicare una via incerta, tormentata, a tratti pericolosa, ma molto vitale, perché capace sia di stare in equilibrio sul ‘divenire’ che, se capitasse di cadere, di rialzarsi prontamente con un immediato tocco di auto-ironia.

Note

1. Arthur C. Danto, “The End of Art: A Philosophical Defense” in History and Theory, 37 (1998), pp. 127-143.
2. Piero Camporesi, Rustici e buffoni. Cultura popolare e cultura d’élite fra Medioevo ed età moderna, Torino, 1991, p. 20.
3. Id., p. 20.
4. Rebecca Bedell e Margaret Samu, “The Butter Sculpture of Caroline Shawk Brooks (1840-1913)” in Maureen Daly Goggin e Beth Fowkes Tobin (a cura di), Women and Things, 1750-1970. Genderd Material Strategies, Farnham, 2009, pp. 205-225.
5. Roland Barthes, Il sistema della moda, Torino, 1970.
6. Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica, Milano, 1963.


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