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Joker: l’uomo che ride

Creato il 08 ottobre 2014 da Lospaziobianco.it @lospaziobianco

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Il Joker da Batman #1Il Joker da Batman #1

Il da Batman #1

Uno dei mezzi più utilizzati per approfondire un personaggio, alternativo all’introspezione psicologica, è la gestione delle interazioni con i suoi comprimari, siano essi amici o nemici. Quando poi si parla di eroi, spesso sono proprio i nemici che definiscono meglio il protagonista, in particolare quando si discute di supereroi. Superman, per esempio, ha in Lex Luthor il suo contraltare: un avversario senza poteri ma dalla grande intelligenza e ambizione, che, in ogni sua incarnazione (tra reboot e terre parallele), è sempre riuscito a metterlo in difficoltà tanto quanto i suoi avversari più potenti. Batman, invece, ha come sua nemesi principale il Joker, un personaggio folle, senza alcun freno morale, ma anch’egli dall’intelligenza e dall’agilità fisica senza pari.

Origini di un anti-mito

Si presenta sul primo numero di Batman, albo antologico stagionale che la DC Comics, sull’onda del successo del personaggio sulle pagine del mensile Detective Comics, fa esordire nella primavera del 1940. Creato da Jerry Robinson, Bill Finger e Bob Kane1, compare sin dalla prima pagina con la faccia bianca come un cadavere, i capelli verdi come la putrefazione e un sorriso ghignante come la morte. L’ispirazione iconografica è quella del protagonista di The man who laughs di Paul Leni, trasposizione cinematografica del racconto di Victor Hugo. Gwynplaine, interpretato ottimamente sullo schermo da Conrad Veidt, è un personaggio tormentato, la cui faccia è fissata in un ghigno incancellabile a causa di Giacomo II d’Inghilterra, che fa uccidere il padre e sfigura il volto del ragazzo.

Conrad Veidt in The man who laughsConrad Veidt in The man who laughs

Conrad Veidt in The man who laughs

Le origini del Joker, almeno quello della Golden Age, sono invece ignote e nella sua prima apparizione, in cui si presenta come uno spietato assassino, sembra quasi una sorta di Fantasma dell’Opera che si muove inafferrabile in una città che ricca di passaggi segreti, proprio come il Teatro dell’Opéra di Parigi descritto da Gaston Leroux.
In quel primo periodo, gli avversari di Batman hanno tutti un’esistenza effimera come quella di una farfalla, destinati spesso a finire uccisi, senza troppi rimorsi. Il Joker, però, grazie anche all’ispirazione gotica, presenta tutti gli elementi per diventare un personaggio di successo, e così, Whitney Ellsworth, l’editor dell’epoca, andando contro il parere dello stesso Finger, impedisce agli autori di uccidere il pluriomicida2: così alla fine della mini saga d’esordio sul primo numero di Batman, il team creativo è “costretto” ad aggiungere un’ultima vignetta in cui il medico, giunto per prelevare un morto si accorge, che, in realtà, il criminale è in realtà vivo!

Il Joker colpito a morte (a sinistra) è in realtà sopravvissuto (a destra)Il Joker colpito a morte (a sinistra) è in realtà sopravvissuto (a destra)

Il Joker colpito a morte (a sinistra) è in realtà sopravvissuto (a destra)

Le potenzialità della versione golden age vennero quindi esplorate in maniera estensiva: in una dozzina di apparizioni (alta la sua frequenza: nove apparizioni nei primi dodici albi)3, il criminale compì qualcosa come tre dozzine di omicidi, concludendo la sua corsa con una esecuzione sulla sedia elettrica, per poi venire riportato in vita chimicamente dai suoi scagnozzi su Detective Comics #64.

Da caricatura di se stesso al ritorno in grande stile

La copertina di Detective Comics #69La copertina di Detective Comics #69

La copertina di Detective Comics #69

Questa conclusione drammatica della lunga spirale di violenza portata avanti dal Joker diventa un vero e proprio reboot narrativo personale: da questo momento in poi, infatti, gli editor dell’epoca imposero agli autori di descrivere in maniera meno letale gli avversari di Batman regolari, primi fra tutti il Joker e il Pinguino, lasciando ai criminali estemporanei il compito di uccidere4.
Se da un lato la scelta era coerente con il ritorno seriale del personaggio sulle pagine delle riviste batmaniane, dall’altro portò a una macchiettizzazione del criminale (e per traslazione anche di Batman stesso), nonostante una delle cover più letali dell’epoca, realizzata da James Robinson, vede il pluriassassino impugnare minaccioso ben due pistole contro il dinamico duo sulla copertina di Detective Comics #69.

Nonostante la fama raggiunta, però, con l’avvento della silver age e di Julius Schwartz come editor del Crociato Incappucciato (1964), il Joker sparì dagli albi batmaniani, e bisognerà quindi attendere il 1973 con la pubblicazione de La vendetta in cinque atti di Dennis O’Neil e Neil Adams a partire da Batman #251.

Il Joker di Neal AdamsIl Joker di Neal Adams

Il Joker di Neal Adams

L’inizio della storia già dice tutto al lettore: un primo piano sul Joker di Adams che ride ossessivamente mentre, alla guida di un’automobile, si muove in una notte di tempesta, il tutto condito dalle inquietanti e oscure didascalie di O’Neil. E la città viene insanguinata: morti colpiti grazie al veleno o al gas o ad attacchi più diretti con il classico sigaro esplosivo, ma in questo caso mortale. Il Joker sfida Batman in maniera letale, arriva anche vicino a ucciderlo, ma una prima volta lo lascia in vita, e poi lo mette in una delle solite situazioni mortali da cui il Crociato Incappucciato riuscirà ad uscire, per poi concludere la storia con un inseguimento che sembra sorridere al folle Clown del Crimine, ma l’imprevisto è dietro l’angolo e la facilità con cui Batman conclude l’inseguimento sembra quasi un modo per riaffermare definitivamente la superiorità dell’eroe sul criminale, del bene sul male. È, poi, interessante fare un parallelo con la conclusione di Rackecty-rax racket, esempio del periodo caricaturale del personaggio, molto somigliante a una classica comica del cinema brillante dell’epoca.
Sempre Dennis O’Neil proseguirà con questa descrizione del personaggio, folle, omicida e psicopatico, in Questa volta ti ucciderò, Batman! su Batman #260, disegnata da Irv Novick e Dick Giordano. Gas, veleno, ghigliottine sono gli ingredienti di un’avventura che aggiunge un nuovo tassello alla caratterizzazione moderna del Joker e che nel 1975 lo porterà ad avere una miniserie personale di nove numeri5.

Alcune copertine della serie dei 1975-76 The JokerAlcune copertine della serie dei 1975-76 The Joker

Alcune copertine della serie dei 1975-76 The Joker

Conseguenza della rivoluzione narrativa di O’Neil è il Batman che, nel 1977 per una manciata di numeri, compare sulle pagine di Detective Comics: sul 469 fa infatti il suo esordio un nuovo sceneggiatore batmaniano, Steve Englehart, affiancato all’inizio (per soli due numeri) da Walt Simonson, presto sostituito da un obiettivamente più efficace Marshall Rogers, all’epoca poco più che esordiente. Se dal lato delle sceneggiature, Englehart introduce maggiori elementi sulla vita privata di Bruce Wayne, come ad esempio la sua relazione con Silver St.Cloud, dall’altro Rogers si rivela più efficace del suo predecessore grazie a un tratto preciso, pulito, ben dettagliato e alla scelta di inquadrature abbastanza innovative per l’epoca. Le ottime inchiostrazioni, poi, contribuivano a definire al meglio la parte grafica: non è un caso, dunque, che questo Batman sia considerata una delle interpretazioni definitive del personaggio, così come il Joker che compare nei numeri 475-476 è uno dei migliori in assoluto.

Il Joker di Marshall RogersIl Joker di Marshall Rogers

Il Joker di Marshall Rogers

Englehart propone una caratterizzazione non troppo lontana dal Principe Pagliaccio del Crimine di O’Neil: il Joker, infatti, utilizzando la scusa della richiesta del copyright sul suo ghigno satanico (arriva anche a diffondere il gas tra i pesci, che così acquistano un sorriso decisamente innaturale), dissemina la città di cadaveri. Englehart, poi, non rinuncia nemmeno alle gag, come durante l’ingresso del criminale all’ufficio brevetti quando all’esclamazione dell’impiegato, “Buon dio!“, il Joker risponde girandosi e chiedendo “Dove?” Questo ingresso, però, ci restituisce anche un criminale graficamente inquietante: elegantissimo, entra sollevando il cappello mentre una carta cade a terra da una tasca interna dell’impermeabile e la sua inquietante risata lo circonda come una spirale. Altrettanto inquietante è, poi, il confronto con Thorne, politico corrotto, che si conclude con una vignetta in cui quest’ultimo si ritrova completamente circondato dalla risata del Joker: un modo graficamente efficace per mostrare l’assedio con cui il criminale ha stretto Gotham durante il suo fuggevole ritorno sulle scene.
Come afferma lo stesso Englehart, buona parte di questo materiale confluirà come ispirazione per il Batman di Tim Burton, mentre la seconda parte del progetto dello sceneggiatore, Dark Detective, miniserie in sei numeri del 2005, ispirerà il secondo film di Christopher Nolan.

Il rapporto con Batman: De Matteis, Moore, Morrison, Kieth

Dark Detective, però, ci porta a un’epoca decisamente più moderna: siamo a dopo Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller, interpretazione quanto mai oscura del personaggio che, insieme con Anno Uno, ha contribuito a rilanciare il personaggio fino al già citato Batman di Burton. Il successo dell’operazione spinge la DC Comics a varare la testata Legends of the Dark Kinght, dove vari team creativi si alternano per raccontare avventure fuori continuity, sia sul passato del personaggio, sia su un suo ipotetico futuro. All’interno della testata, nel 1994, sui numeri che vanno dal 65 al 68, viene data alle stampe Going sane di J.M. De Matteis, meglio noto come lo “strizzacervelli dei supereroi“, e Joe Staton.
La storia è abbastanza semplice: da una parte abbiamo un Joker che sembra aver recuperato la sanità, dopo aver apparentemente ucciso Batman. Si costruisce, quindi, una nuova identità, e lo fa così bene da dimenticare completamente il suo passato. Riesce così a trovare anche un nuovo amore, e questa sua nuova vita non sembra tormentata da nulla, se non da un piccolo disturbo mentale tenuto sotto controllo con delle pillole. Dall’altra, invece, Bruce Wayne, in convalescenza in uno dei classici paesi della campagna statunitense, che nel frattempo si prepara, ossessionato dagli orrori che il Joker sta perpetrando o programmando in sua assenza.
Alla fine De Matteis ribalta i due personaggi, portando alla luce ciò che meglio li definisce entrambi: una follia che spesso nasce dal dramma e che si tramuta in ossessione, ma soprattutto ciò che li separa è la capacità di controllare queste ossessioni e di non diventare a propria volta carnefici dopo esserne state vittime.

Joker: l’uomo che rideJoker: l’uomo che ride

The killing joke, edizione Planeta De Agostini

Per quanto questa caratterizzazione sia, però efficace, quelle che probabilmente hanno segnato più di tutte i decenni successivi fino a oggi sono di Moore in The Killing Joke e Morrison in Arkham Asylum6.
Alan Moore riteneva e continua a ritenere The Killing Joke un’opera minore nella sua produzione. A tal proposito, infatti, affermò7

Non sta dicendo nulla di molto interessante.

Nonostante questa opinione da parte del suo stesso autore, The Killing Joke costituisce un punto di riferimento importante nella caratterizzazione del Joker, risultando un primo e abbastanza riuscito tentativo di sintetizzare le varie anime incarnate dal personaggio nel corso della sua storia editoriale.
Per portare a termine con successo questo obiettivo, Moore partì da Detective Comics #168, storia che introdusse, con una operazione di retrocontinuity, il Cappuccio Rosso nelle origini del Joker: nessuno aveva mai realmente esplorato quell’aspetto del passato del pericoloso assassino, diventando così un punto di partenza ideale per un autore che, come Alan Moore, aveva basato buona parte dei suoi successi su una caratterizzazione realistica dei personaggi.
Per raggiungere questo obiettivo, lo scrittore di Northampton, utilizzando le nuove teorie della psicologia criminale, cerca di comprendere le ragioni intime della follia del Joker, descritto prima della trasformazione come uno dei tanti piccoli abitanti della grande città, con un sogno nel cassetto e una famiglia cui non si sente all’altezza. E’ un uomo sconfitto, deluso, depresso, che si lascia trascinare dagli eventi mentre il mondo gli cade addosso.
Quando emerge dalle sostanze chimiche nelle quali si è gettato per sfuggire a Batman, negli attimi prima di ridere ossessivamente, il Joker resta sospeso, quasi in contemplazione, forse arrivando alla consapevolezza che lo farà impazzire ben più delle stesse sostanze chimiche cui è entrato in contatto:

E’ tutto uno scherzo. Tutto ciò per cui si combatte o si vive… è una barzelletta mostruosa e demente!
E allora… perché non vedi il lato comico?
Perché non ridi?

Ecco una delle motivazioni dell’ultimo attacco a Gordon e Batman descritto da Moore: sparare a Barbara, futura Oracolo, torturare Gordon fin quasi alla follia, spingere il Cavaliere Oscuro ad affrontarlo in un luna park abbandonato costellato di trappole. Tutto per strappare una risata, e soprattutto per dimostrare un concetto:

da The killing jokeda The killing joke

da The killing joke

Basta una giornataccia, per trasformare l’uomo più sano del mondo in uno svitato!
Ecco quanto disto dal mondo: solo una giornataccia!

Batman, però, non è d’accordo:

Forse è sempre stata colpa tua!

A supporto di ciò, porta Gordon, che nonostante tutto è riuscito ad aggrapparsi alla sua stessa sanità mentale, che invita Batman a non commettere sciocchezze:

Dobbiamo fargli vedere che la nostra strada funziona!

grida un Gordon nudo e psicologicamente prostrato alla volta del Crociato incappucciato.

da The Killing Jokeda The Killing Joke

da The Killing Joke

E questa frase diventa un mantra, la chiave per leggere il finale ambiguo della storia in un senso positivo: secondo Grant Morrison, ultimo di una lunga schiera, in una chiacchierata “radiofonica” con Kevin Smith, alla fine della conviviale risata Batman uccide Joker, eppure contro questa interpretazione non solo va il giudizio di Moore, ma anche due dettagli interessanti. Da un lato c’è una rappresentazione di Batman abbastanza granitica, quasi superficiale come rappresentante della legge e dell’ordine. Manca qualunque dramma interno per la morte dei genitori, ma il personaggio sembra utilizzato da Moore come una rappresentazione malleabile dei dolori delle vittime del Joker. Dall’altro, se ci si sofferma sul titolo, ci si può rendere conto che lo sceneggiatore britannico non sta uccidendo il barzellettiere (joker), ma la barzelletta (joke): non è un caso che il Joker paragona il mondo a una comica, e questo rende, allora, proprio il criminale l’uccisore della barzelletta, il vero e unico assassino in una storia dove non è realmente morto nessuno.

Batman entra nel manicomio ArkhamBatman entra nel manicomio Arkham

Batman entra nel manicomio Arkham

Se nel primo caso il Joker è protagonista della storia, nella vicenda disegnata da Dave McKean è il manicomio di Arkham a essere protagonista e il Joker, per quanto motore di tutta la storia, ne è un semplice meccanismo. Questo, però, non impedisce a Morrison di proporre una sorta di sintesi definitiva tra il lato burlone e quello violento e drammatico del criminale: con una drammatica telefonata il Joker suggerisce al suo avversario di aver cavato un occhio a uno degli ostaggi, e solo il suo arrivo impedirà una crescita della violenza. Poi, sulle scale del manicomio, si scopre che la donna ha ancora tutti e due gli occhi mentre l’assassino urla, tra una risata e l’altra:

Pesce d’Aprile

Il Joker di Dave McKeanIl Joker di Dave McKean

Il Joker di Dave McKean

Morrison, poi, continua a giocare con questa dicotomia per la rappresentazione del personaggio: per bocca della psicoterapeuta Ruth Adams, rimasta di sua volontà nel manicomio insieme con il dottor Cavendish, viene rappresentato come “al di là di ogni possibile cura“, considerato quasi come affetto da una patologia simile alla sindrome di Teourette o da una sorta di “super sanità“:

Un’originale modificazione dei modelli percettivi umani. Un modo di pensare che riflette le inquietudini metropolitane di questo secolo.
(…) Il Joker non sembra avere alcun controllo sulle informazioni sensoriali che riceve dal mondo esterno.
Riesce a venire a capo di questo caotico insieme di input solo lasciandosi trascinare dalla corrente.
Ecco perché un giorno è un pagliaccio dispettoso, e un altro un assassino psicopatico. Non ha una vera personalità.
Si ricrea giorno per giorno.
Vede se stesso come il signore della trasgressione. E il mondo come un immenso teatro dell’assurdo.

La sfida che lancerà il Joker a Batman sarà puramente psicologica, sottolineata dal test di Rorschach o dalla sua instabilità mentale: citando esplicitamente Killing Joke, l’assassino psicopatico racconterà una barzelletta sempre legata al pesce d’Aprile, alla fine della quale ucciderà una delle guardie del manicomio.

Joker e Batman da Secrets di Sam KiethJoker e Batman da Secrets di Sam Kieth

Joker e Batman da Secrets di Sam Kieth

Ciò che Morrison ha tenuto fuori è, però, l’estrema intelligenza dell’assassino e che verrà recuperata da Sam Kieth in Segreti, miniserie in cinque numeri del 2005. In questo caso il Joker, sfruttando al massimo le sue capacità di manipolazione e affabulazione, riesce a ottenere la libertà vigilata e l’appoggio dei media, riuscendo così a rappresentare Batman come un violento e un assassino e addossandogli la colpa di omicidi in realtà commessi dal Joker stesso.
E’ interessante notare come Kieth non mette mai in discussione la follia o la violenza del Joker, ma ne riprende gli aspetti dinamici e intellettivi, mescolandoli con un atteggiamento brillante, in una caratterizzazione che, evidentemente, ha contribuito molto anch’essa al secondo film di Nolan.
Il lavoro dell’autore sul personaggio, però, non poteva dirsi concluso, e dopo essersi confrontato con Moore in Segreti, lancia la sfida a Morrison con Follia: Kieth lascia nel lettore la sensazione che il Joker ha un assoluto e quasi totale controllo su ciò che avviene all’interno dell’Arkham Asylum, che più che sopprimere la sua violenza, sembra quasi una scatola che momentaneamente la racchiude fino alla prossima evasione. Vendette, morti apparentemente insensate a causa di piccoli dispetti mai dimenticati, il principio di una rivolta: poi alla fine, dopo una notte di caos e di terrore, tutto torna alla normalità, fino alla prossima volta.

Morte della famiglia

Con il reboot narrativo di New 52, il Joker sembrava sparito dalla circolazione: dopo essersi fatto asportare chirurgicamente la faccia, per un anno non aveva dato notizie di se, fino a che non attacca con decisione Batman e i suoi collaboratori, quelli che in questi anni abbiamo imparato a chiamare Bat-family.
È compito di Scott Snyder e Greg Capullo quello di riportare un Joker più folle e violento che mai: Morte della famiglia è un’operazione narrativa complessa, gestita come la precedente Notte dei Gufi. La storia principale si sviluppa sulle pagine di Batman, mentre le altre testate prevedono tie-in o citazioni di poche pagine all’interno degli albi.

Joker: l’uomo che rideJoker: l’uomo che ride

Il Joker secondo Patrick Gleason 

La migliore caratterizzazione, a dimostrazione del fatto che scrivere il Joker non è così semplice, è quella fornita da Snyder stesso e da Peter Tomasi sulle pagine di Batman and Robin: il Joker, ossessionato sempre più dal Crociato Incappucciato, attacca ciascuno dei suoi collaboratori e in particolare Robin si trova immerso nel sangue a sfidare un Joker descritto come gratuitamente folle e spietato. Tomasi sfrutta il tie-in per approfondire Damian e metterlo a confronto diretto con se stesso prima della storia che ne decreterà la morte sulle pagine di Batman Inc., utilizzando una delle caratteristiche tipiche del fumetto seriale moderno: i dialoghi serrati.
Snyder, invece, costruisce una storia profondamente intimista, in cui le didascalie introspettive di Bruce Wayne, tutti dei piccoli pezzi di bravura letteraria estremamente rari nel mondo supereroico moderno, assumono un’importanza enorme. A puro titolo di esempio c’è l’apertura del secondo numero della saga, con una sorta di mini saggio sull’occhio e su ciò che esso è in grado di trasmettere: e l’occhio del Joker trasmette amore. Un sentimento malato, deviato dalla follia, che porta, in un moto egoistico, al tentativo di sterminare la famiglia del suo nemico, in un gioco in cui la manipolazione mentale del criminale raggiunge vette ineguagliate, considerando che alla fine Bruce verrà messo in discussione da tutti i suoi collaboratori, anche da quel figlio che per la maggior parte dell’attacco aveva difeso il padre.

Il Joker di Greg CapulloIl Joker di Greg Capullo

Il Joker di Greg Capullo

Tutto questo porta alla fine in secondo piano il gioco citazionistico di Snyder, che evidentemente parte dalla indimenticata Una morte in famiglia, con il Joker che uccide il secondo Robin, Jason Todd, senza dimenticare Killing Joke o Arkham Asylum o lo stesso Going sane, dove gli occhi del Joker assumono un ruolo importante nella vicenda, o ancora la citazione letteraria a Straniero in terra straniera di Robert Heinlein: il Joker, infatti, nel suo tentativo di progettare una nuova famiglia per Batman, sembra ispirarsi proprio alla struttura familiare proposta da Valentine Michael Smith, protagonista del romanzo. Ancora più esplicito è, poi, il riferimento all’Ultima avventura di Holmes e al suo Ritorno: il confronto finale e la caduta del Joker nei burroni labirintici della bat-caverna è un esplicito richiamo al confronto tra Holmes e Moriarty e la sua caduta finale dalla cascata.
Certo che il Joker sia sopravvissuto alla caduta, ecco che Snyder prova a rispondere alla domanda definitiva: perché non ucciderlo una volta per tutte?
Per la paura di chi ne prenderà il suo posto: e se fosse qualcuno di ancora più folle e incontrollabile?

Conclusioni

Come già scritto, il Joker è uno dei personaggi più difficili da caratterizzare. Lo stesso Morrison, nella sua gestione del Batman seriale, lo ha utilizzato molto poco (e per molti appassionati non così efficacemente come in Arkham Asylum), mentre Brian Azzarello, con Lee Bermejo, ne ha dato una caratterizzazione più da criminale da strada, un personaggio più vicino ai piccoli malavitosi che uccidono perché possono, perché hanno la pistola dal lato giusto della mano.
Questo, però, è solo un aspetto del personaggio, che nel complesso risulta l’incarnazione del male assoluto, quello incomprensibile, insensato. E se cerchi di trovare una ragione per comprenderlo e domarlo, anche tu sarai preda di quella follia, verrai trascinato nel buio più profondo. A meno di non essere un abitante di quel buio. A meno di non essere un pipistrello.

da Batman #1da Batman #1

da Batman #1


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