Magazine

La tassonomia della felicità

Creato il 27 aprile 2012 da Lundici @lundici_it
àAmo le liste da sempre. Quella della spesa, quella dei buoni propositi per l’anno nuovo, quella dei libri che devo comprare, quella dei pro e dei contro. Da bambina mi dilettavo a stilarne di continuo e cambiavo posto agli elementi  che le componevano, a seconda dell’importanza rivestita nella mia scala di valori. Dalle liste passavo alle classifiche, insomma. Mai niente era lasciato al caso nei miei elenchi. Mai una lista era definitiva, perché nel compilarla prevedevo la variabile casualità, dovuta al fatto che qualcosa poteva venirmi in mente prima e qualcosa dopo. Il tutto stava nel riordinare la lista una volta chiuso irrevocabilmente l’accesso a nuovi elementi. Potevo così sostituire la vecchia provvisoria, con la nuova definitiva. Ed ero felice.Oggi, a trent’anni, le mie liste sono cambiate, si sono evolute. Ma neanche poi tanto… Basti pensare al lavoro che faccio: mi ritrovo a occupare un posto in una graduatoria da scalare (detta “graduatoria a esaurimento”, nervoso aggiungerei, visto che l’agognato ruolo nella scuola pubblica è un miraggio più che un obiettivo) e tengo il conto dei miei punti come da bambina tenevo il conto delle figurine di Lady Lovely. (Qualche nato negli anni ’80 se la ricorda, Lady Lovely? Perché a volte mi pare esistesse solo nei miei sogni… Chiaramente preferivo la perfida Neronda dalla chioma corvina!)

Gli elenchi, le liste, le classifiche sono necessarie all’uomo per tenere sotto controllo le cose della vita e dare un valore, un giusto peso, a ognuna di esse. Così, nella mia scala di valori di bambina, la panna veniva prima della crema e lo zabaione prima della panna. Il mascarpone batteva tutti gli altri però, e la cioccolata era decisamente fuori dal podio, ma un quinto posto non era poi tanto male.

C’è bisogno di ordine, almeno mentale, per archiviare le informazioni: si tratti delle figurine di Lady Lovely, di libri preferiti, di graduatorie o di pro e contro. La madre della classifica è senz’altro la classificazione.

Ma cos’è la classificazione? Secondo la definizione che ne dà Wikipedia, essa consiste nel disporre le entità di un dato dominio di conoscenze in opportuni contenitori tra i quali si stabiliscono dei collegamenti riguardanti una o anche più relazioni. Bellissimo. Ecco di cosa ha bisogno l’uomo: di ficcare ogni entità dentro un contenitore. Se chiudo gli occhi vedo tutti i tupperware delle mie conoscenze archiviati con ordine maniacale e cronologico. È più di una semplice raccolta dati. È un’interpretazione scientifica del dato raccolto. Fantastico.

La classificazione fa bene alla salute, ne sono convinta. Aiuta a capire il mondo e non ha controindicazioni o rischi, se non quello del ragionamento asettico per cassetti chiusi. Cosa che tra l’altro noi insegnanti rimproveriamo ai ragazzi, sebbene a volte capiti anche a noi di peccare di ottusità in questo senso. L’importante insomma sarebbe lasciare aperti tutti i tupperware della conoscenza, così da far traspirare le entità in essi contenute. E soprattutto non privarle del contatto con le entità compagne, che giacciono ordinate negli altri contenitori.

La tassonomia della felicità

Karl von Linné, padre della moderna classificazione

Il padre della moderna classificazione scientifica è lo svedese Karl von Linné (1707-1778), noto come Carolus Linnaeus (il nome latinizzato è un’abitudine degli ambienti scientifici e filosofici dell’età moderna, poiché il latino era la lingua scelta da molti studiosi per testi dotti), o Carlo Linneo per noi italiani. Lo si studia a scuola, in biologia, per l’introduzione del metodo che viene usato nella tassonomia delle varie specie.

Carlo Linneo inventò la nomenclatura binomiale, cioè l’accostamento di due nomi, uno del genere (comune a una serie di specie) e uno specifico, il secondo, che definisce e distingue le varie specie di quel genere. Così la Phalaenopsis Amabilis altro non è che la comune orchidea che troviamo all’Ikea a 7.99 Euro , la quale, parola mia, rifiorisce ogni anno più rigogliosa di prima se la si chiama col suo nome e le si parla in latino!

Quando l’estate scorsa tra le varie tappe del mio tour scandinavo ho visitato la città di Uppsala, ho sentito il bisogno di salutare Carlo Linneo, sepolto nella bellissima cattedrale che si trova a poca distanza dal giardino botanico dell’Università.

La tassonomia della felicità

Cattedrale di Uppsala (Svezia), dove riposano le spoglie di Carlo Linneo

Il giardino fu restaurato proprio da lui ed organizzato in modo che le piante fossero disposte secondo la classificazione da lui individuata. Commovente direi. Gliene sono grata. Allo stesso modo, su sua ispirazione, io ho tentato di organizzare la mia libreria a casa, suddividendo per genere ed edizione i vari volumi che la compongono. Se non fosse che alcune maledette case editrici producono libri simili, ma di altezze diverse mannaggia a loro! Ed è per questo saliscendi tra i tomi che spolverare la mia libreria si trova sul podio tra le faccende che odio di più sbrigare, dopo stirare e svuotare la lavapiatti pulita. Tralascerò il resto della classifica dal quarto posto in poi.

Quasi un secolo dopo Linneo, un altro grande scienziato si affacciava sulla scena mondiale per i suoi studi che avrebbero cambiato per sempre le sorti della scienza moderna. Si tratta di Charles Darwin (1809-1882), il padre dell’evoluzionismo, ancora oggi bistrattato da bislacche idee creazioniste che sussistono a volte perfino nella scuola pubblica. Fortunatamente questo non avviene solo in Italia.

La tassonomia della felicità

Charles Darwin, padre della teoria dell'evoluzione

Ma andiamo con ordine e senza farci prendere la mano: Charles Darwin fu un grande studioso naturalista che teorizzò l’origine dell’uomo da un antenato comune e l’origine ed evoluzione delle specie animali e vegetali, per selezione naturale. Per farlo il dottor Darwin doveva aver classificato ogni cosa gli capitasse sott’occhio! Proprio come Carlo Linneo!

Nel 1858 Darwin si presentò alla Linnean Society di Londra, la maggiore associazione del mondo per lo studio e la diffusione della tassonomia e della storia naturale, il cui nome fu dato proprio in onore dello scienziato svedese.

Una cosa molto interessante che ho scoperto andando ad abitare a Offagna, paesino d’impianto medievale nell’entroterra anconetano – in cui mi sono trasferita per condurre una bucolica e serena vita matrimoniale – riguarda il fatto che entro le mura del piccolo borgo si trovi il Museo Regionale Marchigiano di Storia Naturale.

La tassonomia della felicità

Offagna (An), paese che ospita il Museo Regionale Marchigiano di Scienze Naturali

Intitolato a un grande naturalista anconetano, Luigi Paolucci (1849-1935), il museo ospita una serie di reperti naturalistici e una ricca strumentazione scientifica d’epoca. All’interno si possono ammirare non solo la ricostruzione dello studio dello scienziato con oggetti personali, libri e stampe, una collezione di animali esotici, ma anche numerosi esemplari della fauna tipica dei vari ambienti marchigiani (fluviale, costiero, collinare, delle gole rupestri e montano).

La tassonomia della felicità

Luigi Paolucci, naturalista anconetano che intrecciò rapporti di lavoro e amicizia con Darwin

Anche questo scienziato doveva essere proprio fissato con liste e classificazioni! Luigi Paolucci ebbe come punti di riferimento per le sue ricerche i due grandi studiosi di cui s’è parlato poco fa: Carlo Linneo e Charles Darwin. Linneo era ormai morto da un pezzo quando Paolucci si affacciava alla ricerca scientifica, ma rimase sempre un’icona per lo scienziato marchigiano, il quale invece riuscì a incrociare sulla sua strada il padre dell’evoluzione delle specie, intessendo con lui una fitta corrispondenza. Paolucci chiamò Carlo suo figlio, proprio in onore dell’amico e collega Charles. E a me piace pensare che un po’ l’abbia fatto anche per Linneo.

Che tenerezza, poi, se penso al sottilissimo filo che collega tre esemplari di Homo sapiens (direbbe Linneo), che nel giro di due secoli, quasi tre, sono riusciti a creare teorie, farle evolvere e perfezionare, passando per la Svezia, l’Inghilterra e l’Italia! E che bello per me aver potuto unire il filo che Paolucci non poté unire con Linneo per questioni anagrafiche, semplicemente salutando l’uno nell’università svedese che ne ospitò le ricerche e l’altro nel suo studio personale!

La tassonomia della felicità

Piante fossili terziarie dei gessi di Ancona, di Luigi Paolucci, 1896

Forse esagero nella percezione di questo contatto, ma mi sono sentita un tramite: ho portato all’uno i saluti dell’altro. E nella lista delle cose che hanno reso felice la mia vita fino adesso, sicuramente c’è anche questa. (Di sicuro questa lista non sarà mai definitiva, e reputo impossibile creare una classifica tra le varie entità che la compongono, soprattutto perché voglio vivere per sempre. E per sempre è un tempo davvero lungo per raccogliere dati!)

La tassonomia della felicità

Le mappe dei miei sogni, di Reif Larsen, ed. Mondadori

Un libro sorprendente che racconta l’amore per l’ordine e la classificazione è “Le mappe dei miei sogni” di Reif Larsen, ed. Mondadori. L’autore americano, che ha la mia età – e per questo non distinguo se provo per lui sincera ammirazione o cieca invidia – racconta come TS Spivet, dodicenne solitario e geniale che vive in un ranch del Montana, passi il suo tempo a dare un ordine alle cose che vede, classificandole e trasponendole in mappe meravigliose da lui stesso disegnate. Mappe che riguardano tutto il mondo percepito dai suoi occhi: del comportamento della famiglia, della struttura fisica degli animali, delle piante, dei luoghi, degli oggetti. Una specie di taccuino che raccolga il mondo sotto forma di classificazione e di disegni. E la meraviglia di questo libro è che in ogni pagina, a lato del testo scritto, si trovino i disegni di TS Spivet, riprodotti con un delicatissimo color seppia di cui è difficile non innamorarsi.

La tassonomia della felicità

Le mappe dei miei sogni: Papà sorseggia il whisky con un sensazionale grado di regolarità

Nell’intreccio del romanzo, il protagonista applica talmente bene il metodo scientifico alle sue attività, che lo Smithsonian Institution, senza sospettare di avere a che fare con un ragazzino, gli comunica per telefono di essere il vincitore del prestigioso Premio Baird. Di qui comincia l’avventura del dodicenne che scappa nel cuore della notte e viaggia su treni merci come un vagabondo, per andare a ritirare il suo premio. A fargli compagnia durante il viaggio, un prezioso manoscritto di sua madre, chiamata da lui stesso La dottoressa Claire, in cui viene ricostruita la storia dei suoi avi e dell’amore per la scienza che ebbero dai tempi di Darwin. Per chi ha amato il libro, consiglio vivamente una puntatina sul sito interattivo http://www.tsspivet.com/ deliziosa trasposizione delle vicende del romanzo e degli oggetti di studio del protagonista.

Passando su un altro piano di scrittura e di tipologia di libri, mi vengono in mente due pamphlettini di autori italiani che si sono dilettati nel compilare elenchi di cose riguardanti la propria vita.

Mi riferisco a “Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo, ed. Einaudi, in cui l’autore, col suo stile leggero e scanzonato, ci svela che i momenti di cui parla nel titolo si annidano ovunque, e hanno la funzione epifanica di mostrarti qualcosa che fino a quel momento non avevi mai considerato. E quando tu, lettore, sarai immerso nelle pagine del libro di Piccolo e ti ritroverai in situazioni vissute milioni di volte in giornate in cui credevi non fosse successo nulla da ricordare, sappi che ti si stamperà in faccia un sorrisetto ebete e penserai, annuendo tra te e te: “È  vero! È proprio così!”

La tassonomia della felicità

Momenti di trascurabile felicità, di Francesco Piccolo, ed. Einaudi

Piccolo a modo suo riesce a classificare l’inclassificabile: i momenti in cui non succede nulla, ma una porta sulla conoscenza delle cose del mondo ti si apre.

Il secondo libro a cui mi riferisco è di un altro Francesco nostrano. Si tratta del “Dizionario delle cose perdute” di Guccini, ed. Mondadori. L’autore elenca in ordine alfabetico le usanze del suo passato che rimangono ormai nella memoria di chi ha la sua età. Con la tenera malinconia di chi vive negli anni ‘10 del 2000, Guccini ricorda e commenta i giochi d’infanzia e la moda perversa di quando era ragazzo. Siamo di fronte a uno spaccato sul Novecento, scritto con uno stile in alcuni punti un po’ faticoso (abbellito da esagerati melismi linguistici) che se non fosse quello di Guccini in quanto Guccini, avrei trovato ridondante. È che uno si immagina il suo vocione e la erre moscia di quando canta “La locomotiva” e allora si trova a sorridere e a dargli ragione.

La tassonomia della felicità

Dizionario delle cose perdute, di Francesco Guccini, ed. Mondadori

Forse è una moda degli ultimi tempi quella di compilare liste. Si veda per esempio la trasmissione di Fabio Fazio e Roberto Saviano, della scorsa stagione su Rai3: “Vieni via con me”. Tutte le puntate erano incentrate su elenchi stilati e letti dai vari ospiti. Alcuni erano toccanti e struggenti, come quelli delle umiliazioni subite dai lavoratori precari, o delle offese cui sono soggetti immigrati, omosessuali, disabili, in un’Italia in cui l’odio è quasi legalizzato… Altri elenchi erano più leggeri e divertenti, ma nascondevano dietro la semplicità, significati e interpretazioni profonde della nostra realtà italiana.

La tassonomia della felicità

Fabio Fazio e Roberto Saviano negli sudi di Vieni via con me

Perché si sente il bisogno di elencare e classificare? Perché dare un posto a ogni cosa e pretendere che ogni cosa abbia il suo posto? Cosa nasconde questa perversione tipica dell’uomo? Temo che il bisogno nasca per aggrapparsi a una sicurezza che difficilmente si riesce ad avere, nel momento in cui ci si scopre consapevoli di vivere in una realtà difficile da spiegare, districare. Si riordina una stanza quando il disordine provoca angoscia. Oppure non si permette alla stanza di diventare caotica, prevenendo il disordine attraverso la manutenzione dell’ordine. Ma la finalità di tutto questo qual è?

Non saprei, ma mi limito a chiudere gli occhi e a spolverare i miei tupperware, cercando di tenerli tutti aperti e disposti a seconda dell’altezza. Essi racchiudono le cose meravigliose che fanno parte del mio mondo. E ogni tanto, quando li osservo nel buio dei miei occhi chiusi, respiro un’aria che sa di buono, di ordine. E mi accorgo che è nato un nuovo, inaspettato, momento di trascurabile felicità.


Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :