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La terra del fuoco cilena: in viaggio “con la vespa” 11

Creato il 13 luglio 2013 da Postpopuli @PostPopuli

Ecco la Terra del Fuoco cilena (e poi argentina). Prosegue l’itinerario nel mondo in viaggio con la Vespa (e non solo) di Giorgio Càeran, con l’undicesima puntata. 

di Giorgio Càeran

Da Giramondo libero – In viaggio con la Vespa o con lo zaino (Giorgio Nada Editore)

(gennaio 1988, parte di un viaggio iniziato il 1° ottobre 1987 e finito il 24 aprile 1988)

Terra del fuoco cilena 226x170 LA TERRA DEL FUOCO CILENA: IN VIAGGIO CON LA VESPA 11

Punta Arenas (da wikimedia.org)

A causa della mancanza di servizi giornalieri da parte dei mezzi di trasporto pubblici, devo riprendere a fare l’autostop dal porticciolo di Porvenir fino al centro abitato (5 km) e poi verso Ushuaia. Nella Terra del Fuoco il servizio delle corriere di linea nel tratto “Porvenir-Rio Grande” viene effettuato soltanto mercoledì e sabato.

Il servizio di trasporto marittimo da Punta Arenas a Porvenir è invece giornaliero, come quello da Punta Delgada a Manantiales; il secondo ha però il vantaggio di partenze frequenti. Per gli autostoppisti forse sarebbe meglio giungere alla Terra del Fuoco seguendo quest’ultima via, perché ogni giorno dalle 7,30 alle 22,30 c’è un andirivieni di traghetti da e per l’Isola Grande. Inoltre, il ferry-boat da Punta Arenas a Porvenir impiega parecchio tempo e se dovesse soffiare vento troppo forte non salperebbe neppure. L’altro traghetto, al contrario, compie il viaggio in meno di mezz’ora: è il percorso scelto dai camionisti provenienti da “Buenos Aires-Rio Gallegos” e diretti a “San Sebastiano-Rio Grande-Ushuaia”, il che è indicativo.

Ormai, da Punta Arenas, tento di giungere a Ushuaia da questo porticciolo. Così, dopo analoghi spostamenti, eccomi da capo con l’autostop anche nella leggendaria Terra del Fuoco. Lo sterrato costeggia l’oceano in un susseguirsi di salite, discese e tratti pianeggianti. Il furgoncino è pieno di persone e cianfrusaglie e, a un certo punto, si ferma di fianco a una minuscola costruzione bianca a forma di casetta, che indica il posto dove è morto un parente dell’autista, vittima di un incidente stradale con il camion.

Dopo due ore di viaggio scendo infine al bivio da cui partono le strade per “San Sebastiano-Rio Grande” e per Caleta Joufina. Tutto attorno c’è solamente erba secca, e purtroppo nulla per ripararmi dal vento, che soffia instancabile. Se dovessi trascorrere qui la notte, sarebbe molto triste per me. Mi sento terribilmente solo e abbandonato, pur sapendo però che triste non è l’esser solo sapendo di esserlo, semmai è esser soli credendo di non esserlo… come giustamente dice un antico detto. E io “so” d’essere solo, quindi sono più sereno di chi, pur essendo in compagnia, alla fine si sente più solo di me. Per inciso, situazioni del genere non sono tanto rare, anzi…

Trascorrono pochi minuti e un simpaticone mi dà un passaggio su un altro furgoncino, che però si conclude a un nuovo incrocio a dieci chilometri da San Sebastiano. Poco prima avevamo superato un ampio spazio occupato da un gregge, con le sue pecore che sembravano magre e con poca lana (forse perché appena tosate). Attendo mezz’ora e un ennesimo furgoncino si ferma e una coppia argentina m’invita a bordo; sto però un po’ scomodo sul cassone. Così, grazie a questi ultimi passaggi provvidenziali, scendo sino alla dogana cilena di San Sebastiano, località composta da una decina di caseggiati e da un albergo-ristorante tutt’altro che a buon mercato. Questa dogana è il punto di congiunzione del percorso, scelto soprattutto dai camionisti argentini, che da Rio Gallegos vanno a Punta Delgada e a Manantiales.

Dopo una prolungata attesa, un camionista mi dà infine un altro passaggio di quattordici chilometri fino alla frontiera argentina (ancora a San Sebastiano), dove mi gusto una panoramica sull’oceano (cosa che quella cilena non offre). Sono a trecentodieci chilometri da Ushuaia. Al momento fra Cile e Argentina non c’è alcuna differenza oraria, perché in Cile vige l’ora legale e nell’altro Paese no. Nella dogana argentina trascorro la notte riparandomi in qualche modo dal gelo in una specie di sgabuzzino isolato e sprovvisto di porta. Entro nel mio sacco-letto estivo completamente vestito, tenendo addosso anche la giacca a vento. Passo una brutta notte per colpa del freddo pungente, con una temperatura vicina allo zero. Del resto questo sacco a pelo non è adatto né alle temperature particolarmente fredde né a quelle calde; va bene per le mezze stagioni, essendo un compromesso tra due estremi. D’altro canto, in un viaggio del genere, che va incontro a contrapposte condizioni climatiche, cosa avrei dovuto fare? Portarmi appresso un paio di sacchi-letto anziché uno solo? Certo, ma poi non sarei più stato un viaggiatore, ma un mulo da soma! Che fare, dunque? Stringere i denti quando le cose vanno male e pensare sempre in positivo, ricordandosi che tali situazioni non dureranno per l’eternità e arriveranno senz’altro momenti migliori. È l’unica “tattica” che funziona davvero, almeno così vale per il sottoscritto; in caso contrario c’è da penare ancor più, aggravando il già difficile momento.

Il giorno dopo un camionista mi dà un passaggio per ottanta chilometri fino a Rio Grande, una località che si affaccia sull’oceano a est dell’Isola Grande. La solita strada di terra battuta stavolta è interrotta da un breve tratto bene asfaltato, utilizzato come pista di atterraggio per gli aerei durante la guerra delle Falkland (chiamata anche Malvinas), scoppiata nel 1982 tra l’Argentina e la Gran Bretagna. Giunto poi a Rio Grande, constato che la città è spudoratamente industriale, senza particolari attrattive.

Successivamente, un altro camionista argentino, molto loquace e gentile (che fra l’altro mi offre anche un panino con bistecca alla milanese e un delizioso vino bianco di Mendoza), mi porta alla meta finale: Ushuaia, distante quattromila chilometri dal Polo Sud. La velocità del camion è di appena 30/40 chilometri l’ora, ma poco importa, perché abbiamo modo di raccontarci un’infinità di cose… tanto che il veicolo sembra correre più veloce del tempo. Mai come in Argentina la mia condizione di italiano ha riscosso così tanti favori da parte dei nativi. Molto spesso, altrove succedeva il contrario. Qui, invece, forse grazie al 40% della popolazione originaria dell’Italia, sono accolto benissimo un po’ ovunque.

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Ushuaia (da Wikipedia)

Arrivo nella capitale delle terre Australi argentine, ultima città dell’emisfero meridionale (al momento animata da poco più di trentamila abitanti), mercoledì 20 gennaio giungo alle ore 18,15, corrispondenti alle 22,15 italiane. Provo un po’ d’emozione, specie considerando con quanta fatica ho ottenuto i passaggi che mi hanno consentito di percorrere i quattrocentosettantadue chilometri che separano il porticciolo di Porvenir da Ushuaia. Dalla dogana argentina fino a qui la strada è stata di terra battuta, tranne una cinquantina di chilometri pre e post-Rio Grande. Forse fra pochi anni potrebbe essere tutta asfaltata.

C’è il sole, il vento è docile e la temperatura è di sette gradi, più alta quindi di Rio Grande e San Sebastiano. Ushuaia è un’oasi non solamente a livello paesaggistico ma anche climatico, dato che finalmente si gode una temperatura più tollerabile e soprattutto priva del fastidioso ventaccio. Infatti, la cima del passo Luis Garibaldi (nome che ricorda un personaggio locale, non di certo Giuseppe Garibaldi) fa da barriera naturale lasciando al nord vento e freddo, mentre verso Ushuaia è tutto più mite. Il curioso fattore climatico ha permesso a quest’ultima cittadina di avere uno sviluppo economico diverso dagli altri agglomerati, il quale è basato principalmente sul turismo.

Di fronte a Ushuaia c’è Puerto Williams, un piccolissimo villaggio militare cileno sull’isola Navarino, al di là del Canal Beagle. Al momento, però, non c’è alcun collegamento navale tra le due località (appartenenti a nazioni diverse), che pur sono vicinissime l’una all’altra. Difatti, se da Ushuaia si vuole visitare l’ultima colonia degli indios yamanas ubicata a Navarino, è necessario ritornare a Punta Arenas, e da lì occorre servirsi di un’imbarcazione cilena che parte una sola volta la settimana. La cosa è assurda, tanto più che basterebbe una semplice barca a remi per collegare le due sponde, ma non va dimenticato che, a causa della guerra anglo-argentina (in quell’occasione gli inglesi usarono le basi cileni durante il conflitto: cosa imperdonabile!), fra Cile e Argentina in questo momento [siamo negli anni Ottanta, ndr] i rapporti non sono per nulla amichevoli… tutt’altro.

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