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Le mie recensioni: "indovina chi viene a natale?", un'altra incompiuta per il cinema italiano

Creato il 12 gennaio 2014 da Carloca

Film come "Indovina chi viene a Natale?" lasciano l'amaro in bocca e un vago senso di incompiutezza, di insoddisfazione. Persino di rabbia, mi verrebbe da dire. Sì, rabbia, perché certe pellicole sono emblematiche di quella sindrome da "vorrei ma non posso" che attanaglia una troppo larga fetta del cinema italiano d'oggidì:  la sensazione che ci sarebbero i mezzi e le idee per costruire qualcosa di non convenzionale, di non scontato, ma quando si tratta di tirare le somme manca il coraggio di osare. Quasi un... coito interrotto, il film di Fausto Brizzi, per usare una metafora un tantinello ardita. In parole povere, un'opera che tanto prometteva e che poco mantiene. E non si trattava di promesse di poco conto: per lunghi minuti, il film lascia infatti balenare l'illusione di trovarci davanti a un qualcosa di diverso dall'ennesima rimasticatura del più scontato dei prodotti natalizi da grande schermo. COMMEDIA CORALE - Dopo i titoli di testa, sembra sbocciare una gradevole commedia corale, mai banale, con attori e ruoli azzeccati. Non è originale la collocazione spazio - temporale natalizia, ma lo è, quantomeno per il cinema nostrano, la situazione nella quale la vicenda va a svilupparsi: il ritrovo di parenti, naturali e acquisiti, presso la dimora dell'anziano (e da poco trapassato) capofamiglia, un grande cantante di successo nei decenni precedenti: una casa in montagna piena degli allori conquistati dall'artista, fra i quali, curiosità, spicca anche il celeberrimo leone rampante appoggiato alla palma, il trofeo assegnato ai vincitori del Festival di Sanremo. C'è un colorato e riuscito affresco di personalità e di storie: la famiglia meridionale (Carlo Buccirosso e Rosalia Porcaro) che adora il Natale e tutti i riti, religiosi e pagani, che ne accompagnano le celebrazioni; c'è la coppia di industriali del ramo dolciario (Diego Abatantuono e Angela Finocchiaro) soddisfatta perché, in tempi di crisi, è appena riuscita a dare una gratificazione economica supplementare ai dipendenti, e c'è la loro figlia (Cristiana Capotondi) che, a sorpresa, si presenta in vacanza con un fidanzato (Raul Bova) disabile, in quanto privo degli arti superiori a causa di un misterioso incidente... E c'è anche, dulcis in fundo, una Claudia Gerini sentimentalmente tormentata, i cui due figlioletti bersagliano di scherzi da riformatorio il malcapitato nuovo compagno di lei, Claudio BisioCROLLO... NELLA RIPRESA - Le diverse vicende personali sembrano ben intrecciarsi e fondersi in maniera armoniosa, i vari personaggi sono quasi tutti tratteggiati in maniera convincente; e soprattutto, fondamentale per una commedia comunque brillante, leggera e "festiva", si ride, grazie a un copione ben scritto, a battute mai volgari, a una comicità lieve che permea fin qui la pellicola, senza mai scadere nel trivio. Ciò dura fino all'intervallo: dopo, riprende un film diverso, piegato al più bieco sentimentalismo, alla sdolcinatezza, alla rincorsa verso un finale alla "volemose bbene" prevedibile con largo anticipo sui titoli di coda. Incredibile: pareva, alla riaccensione delle luci in sala, d'aver assistito a due distinte opere. Ma a colpire negativamente è stato l'abbandono, improvviso e ingiustificato, del registro vivace e giocoso che aveva reso godibile la partenza, per virare verso un indigeribile zuccherificio. BUONI SENTIMENTI - Eccola, dunque, l'ennesima "incompiuta" del grande schermo italico: mancanza di coraggio, di voglia di osare, o, chissà, una improvvisa crisi di creatività che ha impedito di condurre fino in fondo una "linea editoriale" narrativa, ripiegando sul tarlo che sta minando tanto cinema ma anche tanta fiction televisiva nostrana: il dover esser sempre e comunque rassicuranti, regalare allo spettatore buoni sentimenti, baci e abbracci finali e ammore, tanto ammore, anche laddove si potrebbe costruire un prodotto dignitoso battendo strade diverse. L'unico accenno di voglia di andare controcorrente rimane il ritratto a due strati del disabile Raul Bova: da una parte un messaggio che invita alla naturale accettazione di chi è stato più sfortunato, con l'esaltazione delle "diverse abilità" del ragazzo, dall'altra un'esasperazione del personaggio (lo si fa addirittura guidare un'auto coi piedi) e la sua "smitizzazione" conclusiva, allorquando ne vengono smascherate alcune bugie... Un racconto poco politically correct, ma è, lo ripetiamo, l'unico sussulto di ribellione in un'opera che scolora col passare dei minuti. PORCARO NON VALORIZZATA - Poco altro c'è da dire, se non sottolineare le varie prove d'attore: detto del bel Raul, sufficientemente credibile, assolutamente censurabile lo scarsissimo spazio riservato a Rosalia Porcaro, che ricordiamo briosa protagonista negli ultimi contenitori comici di successo prodotti dalla Rai, i vari "Convension" e derivati dei primi anni Duemila. Fra i "mostri sacri" di celluloide qui presenti, Claudio Bisio è di certo il più in palla e salva a più riprese il film nella sua impari lotta coi terribili figli di Claudia Gerini, dal canto loro appesantiti da un copione che non si accontenta di renderli antipatici: ben lungi dal suscitare ilarità, i loro tiri mancini hanno dentro qualcosa di odioso, e per di più la loro battaglia contro Bisio viene tirata troppo alle lunghe, finendo col nuocere ulteriormente all'opera di Brizzi. La stessa Gerini, la Finocchiaro e Buccirosso se la cavano con mestiere ma senza incantare, Abatantuono continua ad annaspare all'inseguimento di una verve che non ha più da tempo e che cerca di riprodurre con esiti modestissimi, la Capotondi inanella un'altra prestazione da buon mediano, un 6 e mezzo che non la lancerà nell'Olimpo delle nostre attrici ma che ne certifica comunque una discreta crescita professionale; superflua la comparsata di Massimo Ghini. Un piacere rivedere Isa Barzizza, "eroina" del cinema leggero anni Cinquanta, mentre Gigi Proietti, il divo delle sette note già defunto e che compare solo con una videoregistrazione postuma, regala un cameo garbato e ben riuscito. Poteva e doveva essere, la sua, l'unica parentesi strappalacrime di "Indovina chi viene a Natale?", invece, come detto, a lungo andare il "volemose bbene" ha dilagato. Peccato. 

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