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Lettere a Primo Levi: Vaʼ pensiero, sullʼali dorate

Da Leragazze
Lettere a Primo Levi: Vaʼ pensiero, sullʼali dorate
da Andrea Mantegna

Caro Primo,

come vorrei azionare la macchina del tempo, passare a prenderti negli anni Ottanta, tornare nel 2011 e portarti a vedere il Museo di storia naturale di Milano. Come ho fatto con il nipotino, ma lì è bastato il treno “regionale veloce”. Quanto al corrispettivo Museo torinese, ha varie cose graziose, ma per il momento non regge il confronto.

Sicuramente ti piacerebbe un casino. Come quella volta nellʼ81, alla mostra delle farfalle organizzata nei locali dell’ex ospedale San Giovanni Battista di Torino. Che bellezza! Già, ma in base a che?

Perché sono belle le farfalle? Non certo per il piacere dell’uomo, come pretendevano gli avversari di Darwin: esistevano farfalle almeno cento milioni di anni prima del primo uomo. Io penso che il nostro stesso concetto della bellezza, necessariamente relativo e culturale, si sia modellato nei secoli su di loro, come sulle stelle, sulle montagne e sul mare.

Da vero cultore della scienza e simultaneamente dell’umanesimo qual eri – specie rara! – già ti immagino mentre ficcanasavi tra le vetrinette con lʼaria trasognata di un bambino, e intanto le tue meningi giravano a mille a infilzare citazioni una dietro lʼaltra, da Dante in su.

Ma la suggestione delle farfalle non nasce solo dai colori e dalla simmetria: vi concorrono motivi più profondi.

Qua ti volevamo.

Non le definiremmo altrettanto belle se non volassero, o se volassero diritte e alacri come le api, o se pungessero, o soprattutto se non attraversassero il mistero conturbante della metamorfosi: questʼultima assume ai nostri occhi il valore di un messaggio mal decifrato, di un simbolo e di un segno. Non è strano che un poeta come Gozzano (“lʼamico delle crisalidi”) studiasse e amasse con passione le farfalle: è strano, anzi, che così pochi poeti le abbiano amate, dal momento che il trapasso dal bruco alla crisalide, e da questa alla farfalla, proietta accanto a sé una lunga ombra ammonitoria.

Sì, perfino dietro lo splendore iridescente dei lepidotteri si cela un mistero, Quel Mistero, quellʼunico. Un arcangelo Gabriele con il volto coperto dalla Maschera di ferro.

La visita furtiva di una farfalla, che Hermann Hesse descrive nellʼultima pagina del suo diario, è unʼannunciazione ambivalente, ed ha il sapore di un sereno presagio di morte. Il vecchio scrittore e pensatore, nel suo romitaggio ticinese, vede levarsi in volo “qualcosa di scuro, silenzioso e fantomatico”: è una farfalla rara, unʼAntiopa dalle ali bruno-violette, e gli si posa su una mano. “Lenta, al ritmo di un respiro tranquillo, la bella chiudeva e apriva le ali di velluto, tenendosi aggrappata al dorso della mia mano con sei zampette sottilissime; e dopo un breve istante sparì, senza che io ne avvertissi il distacco, nella gran luce calda”.

E tra le piccole creature del giardino non esistono solo le farfalle. Ci sono anche… beh, la prossima volta.

Tuo d



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