Pubblicato da Elisabetta Bricca
È un dato ormai, di fatto: il ruolo dello scrittore è cambiato, non necessariamente in un’accezione positiva. La modernità è un mostro che fagocita ogni spiraglio di libero pensiero, anche quello dell’arte. Siamo molto lontani, com’è forse giusto che sia (ma non ne siamo così convinti), dalla figura di colui che faceva della sua arte vita e viceversa. Lontani da coloro che incidevano le parole su carta per lasciare un messaggio ai posteri, o solo perché ne sentivano dannatamente il bisogno. Come respirare, come mangiare, come alito di vita, senza il quale la stessa esistenza non avrebbe avuto senso. La scrittura era visione, l’interpretazione della società in cui l’artista viveva.
Il libro era il sogno o la ribellione di un’anima.
Con l’avvento dell’era moderna e in modo particolare con il dominio dei mass media (parliamo della metà del secolo scorso) la figura dello scrittore, in quanto artista, sovversivo, filtro tra il mondo reale e quello immaginario, ha levato al cielo il suo canto del cigno.
In passato, si cercava il libro, non il nome di chi lo aveva scritto.
Oggi, lo scenario nel quale l’autore opera e il mercato editoriale di cui fa parte è del tutto mutato, lo scrittore diviene così il personaggio attorno al quale ruotano strategie di marketing sempre più complesse e sempre più mirate a vendere il vendibile. L’autore non è più colui che lavora dietro le quinte, lasciando che sia la propria opera a trovare il suo posto nel mondo, ma si atteggia a star hollywoodiana. La stessa scrittura deve rispettare i trend del momento, trend che arrivano, nella maggior parte dei casi, da oltreoceano. Quali sono i generi che vendono di più? Qual è quello maggiormente richiesto dai lettori? Queste sono le domande imperanti a cui bisogna rispondere.
Siamo nell’era del “caso editoriale”, che non sempre corrisponde necessariamente alla qualità, quanto piuttosto al “basta che se ne parli”. Da artigiano della parola, lo scrittore è divenuto uno degli anelli della catena di produzione del mondo dell’editoria, e lavora sempre più spesso su commissione. Ha sacrificato la sua “voce interiore” per mettersi, così, al servizio della legge di mercato. L’omologazione ne è la conseguenza. Oggi i libri si acquistano nei supermercati, esposti in scaffali che si trovano accanto a quelli dei salami e delle mozzarelle.
Al Women’s Fiction Festival di Matera 2011, ascoltando alcuni americani addetti ai lavori che davano consigli agli scrittori e agli aspiranti tali, si aveva l'impressione che si riferissero alla scrittura di un libro come a un lavoro in cui si deve confezionare il vestito adatto, rispondendo a specifiche esigenze del cliente. Il taglio adatto, la fantasia adatta, il modello adatto. Certo, scrivere oggi è anche questo, però mai come in quella occasione la sensazione è stata quella di una produzione di massa: avventure romance con begli uomini in tartan per commesse che devono andare al lavoro in metropolitana, variazioni in stile paranormal per ragazzine che sbavano per Edward e Jacob (stiamo parlando di Twilight, ovviamente) e via così. Okay, la lettura ha un effetto potenzialmente endemico e quindi si può sempre cominciare a leggere partendo da qualsiasi lato di questo mondo sfaccettato, per carità, ma la differenza, rimanendo nella metafora del taglio e cucito, non è fra una sartina e Armani – che ha dalla sua lo stile, la poesia anche di certe trovate originali, ma sobrie – ma fra chiunque metta la sua anima nell'abito che concepisce e chi magari, noto o meno noto, semplicemente non lo fa.
Allora, per fronteggiare l'abbassamento delle aspettative del pubblico, drogato da schifezze (Cinquanta sfumature di schifezze), quale speranza dobbiamo riporre nel futuro? Forse auspicare un considerevole aumento del buon senso delle case editrici, che dovrebbero capire che diavolo stanno facendo e trovare un equilibrio fra la tradizione del loro lavoro, le vendite e l'orgia del bagno nei social network, che sono diventati l'ultimo mezzo per proporre linee editoriali, fra concorsi e contest. Quel che sappiamo è che le storie, a volte, hanno quel qualcosa per cui rimangono impresse nei cuori e segnano, con un senso di necessità e di precisione nel modo in cui interpretano l'anima umana. Non solo il cuore, come emozione – gli scrittori come distributori a gettone di emozioni facili – e non solo la mente, che pure si forma sui grandi pensieri, ma l'anima.
Voi, piuttosto, cosa ne pensate?
Magazine Cultura
Mercifico ergo sum: il libro come merce tra Hollywood e le mozzarelle
Creato il 07 agosto 2012 da AlessandrazPotrebbero interessarti anche :
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