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Nel ricordo di Tim Buckley

Creato il 29 giugno 2011 da Athos Enrile @AthosEnrile1
Nel ricordo di Tim Buckley

Trentasei anni fa moriva Tim Buckley
Per tracciare un degno profilo, ho dovuto "saccheggiare" le opinioni di altri, per mia inadeguata conoscenza (un libro letto ed un disco ascoltato non sono sufficienti per presentarlo degnamente).
Spero almeno che il mio "taglia e cuci" induca a qualche approfondimento l'eventuale lettore.
Tim Buckley e` il cantante piu` geniale della storia della musica rock, e forse dell'intera storia della musica.
Fu il primo dei moderni singer-songwriter, il primo ad alterare completamente il modello inventato da Bob Dylan, e rimane uno dei più grandi di tutti i tempi; ma definirlo "cantautore" e` limitativo.

Buckley era poco interessato ai testi (che infatti faceva scrivere al suo collaboratore Larry Beckett). L'arte di Buckley era tutta musicale, ed era un'arte d'atmosfera. Buckley usava tecniche straordinarie sia di canto sia di arrangiamento per scolpire atmosfere quasi cosmiche. Con la psichedelia la musica aveva cominciato un viaggio verso mondi diversi da quello terreno di cui si era sempre occupata la musica folk. Buckley continuò quel viaggio fino alla fine, scoprendo mondi sempre più lontani e sempre più insoliti.
Il percorso esteriore di questo "viaggiatore delle stelle" (come si definì lui stesso) era in parallelo un percorso interiore, alla ricerca di se stesso. La sua musica fu sempre una musica di scavo psicologico, anche quando si riallacciava alla canzone d'attualità del Greenwich Movement.Purtroppo quel percorso si concluse in un cimitero.
Buckley fu in gran parte estraneo ai subbugli delle due capitali della musica giovanile, distrattamente partecipe della protesta umanitaria di New York e vagamente imparentato con gli hippies di San Francisco. Buckley era certamente figlio della stessa era (tanto che di droghe morirà), ma la sua fu sempre una carriera molto isolata.
Il "sound" era il cuore della sua musica, e per ottenere quel sound Buckley navigò lo spazio del jazz e delle tradizioni orientali, oltre a quello del folk e del rock.
Come Captain Beefheart e Frank Zappa, anche Buckley apparteneva a un concetto alternativo di musica, un concetto che a Los Angeles non si espresse però mai sotto forma di movimento politico.

Buckley esibì fin dall'inizio una purezza artistica piuttosto rara nel mondo della musica rock.
L'elemento più originale dei suoi dischi era il canto, inizialmente ispirato da Fred Neil, che Buckley continuò a raffinare per anni.
Le sue conquiste in questo campo sono degne della musica d'avanguardia e certamente del jazz. Il suo canto era davvero un altro strumento, più simile alla tromba e al sassofono del jazz che al baritono della musica pop.
Come ebbe a dire il suo collaboratore Lee Underwood, Buckley fu per il canto ciò che Hendrix fu per la chitarra.
Le acrobazie del virtuoso erano soltanto una parte della storia. Gli esperimenti sul canto servivano a Buckley per comporre una narrazione altamente psicologica, fatta di allucinazioni e voli, dialoghi e silenzi, confessioni e deliri. Il suo gioco intricatissimo di gemiti, urla, guaiti, vocali estatiche, sussurri nevrotici, sussulti isterici, quel modo di quasi piangere cantando costituivano un vocabolario e una grammatica di grande effetto.
Buckley cominciava le canzoni imbastendo un racconto, soppesando le parole, ma poi le parole perdevano significato e diventano semplice suono, e infine puro delirio. E, man mano che perdevano la loro qualità "terrena", diventavano anche la chiave per accedere a un "oltre", a un'altra dimensione, una dimensione di puro spirito.
Il canto non era che uno degli strumenti, comunque.

Buckley arrivò a impiegare un ensemble da camera (percussioni, tastiere, fiati) per i capolavori della maturità. Nella sua arte vocale confluivano lo spirutual, il gospel e le austere tecniche tibetane (forse la proposta più originale di fusione fra occidente e oriente), ma Buckley rielaborò le sue fonti fino a pervenire a uno stile unico e personale.
Il ritmo era altrettanto duttile, di volta in volta una pulsazione ossessiva che percuote la mente, oppure un lieve trepestio che guida il cuore nei suoi titanici sforzi, oppure un serrato "jazzato" che vibra senza pause colorando di una strana frenesia la fantasia sospesa ad altezze vertiginose, oppure ancora un gentile vento soul che si distende in dolci e impalpabili sottofondi naturali.
Dalla fusione fra tutti questi elementi rivoluzionari avevano origine canzoni che sono poesie malinconiche ambientate in un mondo devastato da una follia tanto fievole quanto immane.

Più che narrare Buckley si lanciava in deliri, in flussi di coscienza, in associazioni libere.
La narrazione si spegne e si riattizza, s'infiamma ed esplode, si placa e collassa, s'inalbera epica e s'affloscia moribonda. La sensazione e` davvero quella di un viaggio fra le stelle, ma e` anche quella di una seduta psicanalitica, di un viaggio dentro la coscienza squilibrata di un caso incurabile. La musica fotografa una psiche che si dibatte spasmodicamente in un torbido impasto di cupe emozioni primordiali, in bilico sul baratro del suicidio, e ogni tanto riaffiora, ancora dolorosamente viva, palpitante.
La colonna sonora di questo tormento interiore era uno splendido caos musicale.
Buckley aprì una nuova era per il canto d'autore, anche se all'epoca nessuno se ne accorse, neppure lui che si professò sempre figlio del rhythm and blues.

Da un lato le sue acrobazie canore coniarono un'arte onomatopeica modulata all'infinito. Dall'altro il suo genio naive architettò arrangiamenti sempre più complessi e "colti", esplorando rabdomanticamente filoni tanto diversi quali il free-jazz, la linea genealogica blues- spiritual- gospel- soul, la musica latino-americana, il primitivismo africano.
I capolavori di Buckley sono brani estesi che hanno poco in comune con la "canzone".

Lo svolgimento e` libero e non c'e` ritornello. La melodia viene smembrata e distorta, allungata in una struttura lenta e strisciante che e` l'equivalente di un sogno. "Lorca" e "Gypsy Woman " sono brani senza fine in cui Buckley spalanca le porte della percezione e irrompe in un vuoto siderale.
Il passo epico dei primi dischi diventa via via sempre piu` astratto. Il tono tragico, in sordina, rimarrà sempre lo stesso, ma si tingerà di colori sempre piu` grigi, sempre più depressi. L'incedere, a sua volta, diventerà sempre più convulso, istericamente conteso fra pause in cui tratteneva il fiato e rovesci febbrili di emozioni, come se il cantante fosse scosso da improvvise e atroci illuminazioni di un tremendo segreto o precipitasse a capofitto in abissali inferni esistenziali. La musica di Buckley inseguiva un'idea, non importa dove questa si spingesse. Spesso si limitava a precipitare, senza vedere il fondo, in un buio di pupille sbarrate e di mani protese, in un'orgia eterna di grida disperate e di lamenti raccapriccianti. Buckley vagava in quello spazio di infinito nulla alla ricerca forse, di un'idea che fosse anche di salvezza. La sua carriera fu un lungo incubo privato. Buckley passò la vita a inseguire i suoi fantasmi interiori in labirinti di suoni e per itinerari cosmici, ma si era perso fin dall'inizio, e ciò che fa grande la sua arte e` che non aveva speranza di ritrovarsi. Quello di Buckley fu un incubo durato una vita, l'incubo di un naufrago alla deriva, che verrà alla fine ucciso dall'orizzonte con cui discorreva giorno e notte.
Questo approccio onirico, visionario, allucinato alla musica era certamente imparentato con l'acid-rock californiano, scaturiva da una sottocultura della droga intesa come liberazione e catarsi; ma a quell'approccio propenso a sondare gli abissi della mente, Buckley aggiunse un elemento di introversione e introspezione che procedeva quasi in direzione opposta alle celebrazioni di estasi pubblica dell'acid-rock. Ciò non toglie che, assillato da un profondo malessere esistenziale, Buckley fosse un personaggio più universale di quanto volesse essere, ma per puro caso: Buckley era un menestrello paranoico del disagio esistenziale della sua generazione, un perdente emarginato nella società dei consumi, un missionario dell'anticonformismo intellettuale come lo erano stati i beatnik, succube e non protagonista della vita.

Buckley esprimeva l'insofferenza per i valori dell'"american way of life" nello stesso modo in cui l'avevano espressa i poeti beat e i pittori astratti.
Tim Buckleynacque a Washington nel 1947,crebbe a New York e si trasferì ancora bambino in California. Si formò nei locali folk di Los Angeles, mentre frequentava la high school insieme con l'apprendista poeta Larry Beckett e con l'apprendista bassista Jim Fielder.

A quindici anni suonava il banjo in un complesso folk, ma ammirava soprattutto la potenza vocale dei cantanti blues, la creatività del free-jazz e il potere espressivo di tanta world-music. Buckley, Beckett e Fielder formarono prima i Bohemians e poi gli Harlquin 3.
Esercitandosi a controllare il respiro e le corde vocaliper ottenere la massima duttilità del canto (suo modello la grande Yma Sumac), Buckley scoprì la sua vera vocazione. Abbandonati gli studi e la moglie (frutto di una scappata dell'ultimo anno di high school), Buckley prese a esibirsi al "Troubadour", dove fece conoscenza con il chitarrista Lee Underwood.

Herb Cohen, il manager di Frank Zappa, lo scoperse che aveva appena diciotto anni, ma era già` un fenomeno, sia per la prodigiosa estensione vocale, sia per i diversi stili musicali che amalgamava nelle sue canzoni.
La sua personalità timida e sensibile, dolce e malinconica, schiva e modesta non si addiceva all'ambiente della musica rock. Buckley rimase sempre un ragazzo solitario. Scontava pero` l'isolamento con una massiccia dipendenza dalle droghe pesanti.

Buckley registrò il primo album, "Tim Buckley" , nell'arco di tre giorni nel 1966, (mentre nasceva suo figlio Jeff Buckley), circondato da uno stuolo di prestigiosi sessionmen reclutati da Cohen (Billy Mundi alla batteria, Van Dyke Parks alle tastiere, Jack Nitzsche per gli arrangiamenti d'archi, oltre a Underwood e Fielder).
Le canzoni sono tipiche dello stile dell'epoca, a metà strada fra Bob Dylan e la musica leggera. L'album si distingue dai tanti dell'epoca per un tono medio più fatalista e rassegnato.
La novità di maggior rilievo e` forse l'arrangiamento jazzato, e talvolta orchestrale.
Buckley ha 19 anni, e` incerto e titubante, soprattutto al cospetto dei più smaliziati collaboratori.
Gli riescono bene tenui bozzetti adolescenziali come "Valentine Melody" e "Song Of The Magician", ma la voce non ha modo di librarsi come "Song Slowly Song "lascia intuire.
Il secondo album,"Goodbye And Hello"( 1967), fu ispirato "Blonde On Blonde" di Dylan, che Buckley, Fielder e Underwood passarono mesi ad ascoltare e imitare.

Ambizioso e pretenzioso come l'album di Dylan, l'album di Buckley non riesce a trovare lo stesso magico equilibrio, ma costituisce comunque un gigantesco balzo in avanti per l'autore.
Buckley, in particolare, riesce a meglio amalgamare gli strumenti (compresi percussioni e tastiere).
Forse anche per l'influenza del produttore di turno, che volle dare all'album un sound rinascimentale, Buckley ricorre a una strumentazione che ha del sontuoso per un folksinger.
Il talento versatile ed eccentrico di Buckley ha comunque modo di emergere pienamente in canzoni toccanti che oscillano fra il lirismo favolistico alla Leonard Cohen, le pose dylaniane di "Je Accuse", e uno spleen di fragile bellezza.
Questo disco e` una raccolta di poesie sull'individuo che si presenta inerme al cospetto della pazzia del mondo.
Buckley rivelò la sua immensa carica emotiva con "Happy Sad "(1968).
Da qui Buckley comincia a essere se stesso.
Al confronto di "Happy Sad", il successivo" Blue Afternoon "( 1969) e` meno album di gruppo e più album del cantante. La batteria prende il posto delle congas e l'ensemble e` più disciplinato (forse anche perché Buckley fece anche da produttore).
Il disco continua comunque la messa a punto di un folk-jazz comunicativo, raffinato e cesellato fino all'ultima nota. La forma canzone (il ritornello, il ritmo, i tre minuti, eccetera) non esiste più, ma al suo posto subentra una forma canzone d'autore che la rinnova senza indulgere in eccessivi sperimentalismi: il canto fluisce libero su un accompagnamento casuale fatto di punteggiature ritmiche e tocchi colorati. Le canzoni sono solitarie confessioni autobiografiche, sospese fra onirismo freudiano e trance psichedelica.
Dal folk-jazz si passa con "Lorca "( febbraio 1970) al "free-folk"."
Se gli album precedenti avevano comunque subito l'influenza dei collaboratori e/o del pubblico, "Lorca" e` un album scritto per se stesso.
Lasciati liberi Friedman e Miller, la strumentazione si arricchisce nella sezione delle tastiere. L'ensemble si compone ora di congas, chitarra, piano elettrico. Il sound e` scheletrico. L'assenza di un ritmo gli conferisce staticita` e imponenza, a immagine e somiglianza dell'eternità.
I brani, lunghi e tesi, labirinti sonori di infima depressione, sono percorsi da brividi stremanti, frutto di una tristezza che rovista baratri senza fondo; Buckley e` alla deriva in un coma cosciente. E` un pianto assoluto, senza ritorno.
"Starsailor "(novembre 1970), da molti considerato il suo capolavoro e uno dei massimi dischi di tutti i tempi, e` il punto d'arrivo della folk-jazz fusion di Tim Buckley. E` al tempo stesso il suo album più visionario, psicologico, astratto, psichedelico, pittorico e jazz.
Buckley e` ormai dotato di una perfetta padronanza di tutte le tonalita` della voce e mette a frutto la maturità raggiunta. Gli ingredienti principali del disco sono il jazz e la psichedelia, che gli conferiscono una carica di energia spasmodica, il coraggio necessario per compiere una traversata cosmica che e` in realtà una traversata della mente.
Buckley incise poi altri due dischi mediocri e scolastici di ottuso soul-rock, con tanto di coro e sezione d'archi.
"Sefronia "(1973) contiene ben poco degno di nota ,e" Look At The Fool "(1974) fa il verso al soul orchestrale di Al Green .
Tim Buckley mori` per overdose nell'estate del 1975a Santa Monica.

Aveva 28 anni.
Lasciava un figlio che non l'aveva praticamente conosciuto, Jeff Buckley.
La critica rock non lo aveva apprezzato per nulla o lo aveva appena citato.
La "Encyclopedia", la "Storia" e l'"Album Guide" di Rolling Stone non gli dedicarono una sola riga, la "Penguin Encyclopedia" gli dedicò qualche riga distratta.
"Starsailor "era stato recensito a pieni voti soltanto dalla rivista jazz "Downbeat" e (anni dopo) in Europa.
Postumi vedranno la luce diverse registrazioni di concerti dal vivo. Da evitare le antologie, che privilegiano quasi sempre gli album più banali.

Dolphins

Le ultime parole famose:

"L'auto rimarra' sempre un lusso per pochi"(The Literary Digest, rivista USA, 1899)


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