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Quarto potere?

Creato il 19 gennaio 2013 da Ilsegnocheresta By Loretta Dalola

le storie diario tialianoUn argomento degno di riflessione, quello trattato da Corrado Augias nel programma Le Storie – Diario italiano, soprattutto in periodi come questo, alla vigilia del voto e in piena campagna elettorale dove i media acquistano un rilievo particolare, potenzialmente in grado di influenzare l’opinione pubblica. Si parla di giornalismo con l’autore del libro Informazione e potere di Mauro Forno, docente di storia del giornalismo e della comunicazione politica e storia dei media all’università di Torino.  Un rapido sguardo che analizza le maggiori questioni che hanno attraversato il giornalismo, stampa ed editoria, fino all’avvento della televisione e dell’informazione on-line. Informazione e potere costituiscono una sinergia che ha assunto in Italia un rapporto molto stretto. ” Il mito del giornalismo che si oppone al potere e fa da cane da guardia si sviluppa soprattutto nei paesi anglosassoni, dove i giornalisti rappresentano un quarto potere che si sarebbe opposto al sistema inglese, in rapporto agli altri tre ( esecutivo, legislativo e giudiziario), in Italia la realtà è ben diversa e non sempre ha svolto il dovere informativo”.9788842098959

In effetti la storia del nostro giornalismo ha origini diverse da quelle anglosassoni, culla dell’informazione corretta, con i fatti separati dalle opinioni e la citazione delle fonti e da quella tipologia di  giornalista americano che non si piegò al sensazionalismo e ai gusti del “grande pubblico”, mantenendo sempre il distacco dell’osservatore. Ancora prima che la televisione nascesse, la politica e lo Stato sapevano già scontarsi, senza i faccia  a faccia o le urla ma utilizzando  durissime parole scritte con le quali  si argomentavano le opinioni per spiegare, da fronti opposti la propria verità. Duelli appassionanti nei giornali di partito (ognuno avveva il suo )  che utilizzavano la dialettica politica per dettare la linea ai militanti e ai simpatizzanti. Il Popolo, l’Avanti, La Voce Repubblicana, Il Secolo d’Italia, per citarne qualcuno, di quelle gloriose testate, poche si sono salvate, offuscate dai tempi a da esigenze contemporanee differenti. Ma le radici dell’influenza del potere affonda ancora più lontano.  Il giornalismo dell’800 è già un giornalismo di potere politico che si raccoglie attorno ai gruppi, alle élite, prima ancora dell’Unità d’Italia.

Il problema tocca più da vicino il nostro giornalismo quando si è assoggettato al potere per non “disturbare i governi”, perché il sistema politico  italiano ha un ‘autorità legale molto bassa “per questo crea un sistema per il quale per un giornalista è importante far parte comunque del gruppo. Al di fuori di particolari fasi storiche o di casi molto specifici, quasi mai i giornalisti italiani sono riusciti a rivendicare concrete forme d’indipendenza o controllo sulle testate in cui lavoravano. E anche quando hanno ottenuto – sotto il fascismo – l’istituzione dell’albo (vale a dire di uno status di professionalizzazione e quindi di autonomia teoricamente elevato, al pari di quello di un medico o di un avvocato), hanno poi dovuto pagare il prezzo della perdita di qualsiasi pretesa d’indipendenza, ponendosi al servizio degli interessi politici del regime. In Italia non esitono editori puri, c’è il problema della proprietà, se l’editore è un costruttore di automobili  è difficile che possano comparire grosse critiche su quel giornale a una certa marca di automobile”.

Inevitabile che un giornalista abbia le sue idee e che esse trapelino nelle sue parole e servano anche per interpretare i fatti però, i fatti sono una cosa e l’interpretazione è tutt’altra.

Ma allora dov’è la libertà di stampa?

Impossibile da trovare visto che la nostra storia ci rimanda già ad un lungo processo  dove i primi governanti dell’appena nata Unità erano intimoriti da quello che sarebbe potuto succedere dopo l’Unità. Il paese era appena stato creato, tutto era ancora precario, eccetto la paura dei giornali che, al contrario,  era concreta,  come concreto era il modo per controllarli, da li inizia una lunga tradizione di ingerenza del potere politico, economico e finanziario...

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E oggi? Tutti i media interagiscono. I giornali riprendono quello che accade in televisione, si richiamano alle trasmissioni con titoloni e spazi informativi. La Tv è più forte, per non parlare di Internet che avanza prepotentemente e sotto molti aspetti sta superando il “potere assoluto” della Tv. In realtà quasi mai un nuovo mezzo di comunicazione soppianta e travolge  totalmente un vecchio media, coesistono, interagiscono, creano nuovi legami. Le reti di massa hanno un fascino illusorio del potenziale democratico.  Chiunque può potenzialmente caricare informazione ma, anche in questo infinito spazio, diverso il discorso sulle possibilità di essere letto. Esistono sistemi che filtrano il flusso informativo e che dunque, di fatto, manipolano l’informazione.  Insomma, il rapporto tra potere politico, economico e finanziario e informazione è troppo spesso vittima della “malcelata aspirazione di entrare a far parte di quella oligarchia, in una logica di non alterazione – e anzi spesso di salvaguardia – dei rapporti di potere”.

I programmi televisivi e il materiale prodotto nella rete hanno ormai finito per influenzare profondamente i contenuti dei giornali, che da tempo hanno dovuto ripensare il proprio linguaggio e il proprio aspetto. Vero è che non tutti i giornali scrivono le stesse cose e che i giornalisti hanno le stesse autorevolezze ma l’obiettività non può esistere e i giornali rivelano la loro anima. La mancanza di obiettività inizia dalla gerarchia delle notizie, quelle che “contano” in prima pagina il resto a scendere, ma chi decide la loro importanza ?

Resto comunque convinta che a fare la differenza siano i contenuti espressi attraverso i mezzi. Tutto sta nell’interpretarli.


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