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Scrivere

Creato il 29 aprile 2015 da Cobain86

macchina da scrivere typewriter

Scrivere per molti è un puro atto per ricordare: scrivo perchè verba volant ma scripta manent.

Da piccolo qualcuno (non so se i miei genitori o mia nonna) mi regalarono una macchina da scrivere meccanica per bambini.
Scrivere era un’impresa epica: oltre a non avere un nastro per correggere gli errori i tasti erano duri come ammortizzatori mal regolati, la molla bisognava affondarla a colpi di martello per poter incidere il carattere sul foglio.

Inoltre il risultato sembrava una di quelle lettere che i malavitosi mandano per ottenere il riscatto, al fine di non farsi riconoscere: sfido che siano rimaste poche lettere di quel periodo.

Un po’ più grandicello, considerando il computer un investimento esorbitante, mi regalarono una macchina da scrivere elettronica: rispetto alla prima mi sembrava di battere sulla Formula 1 delle tastiere.
Oltre ad avere i margini era dotata di modernissimi sensori per il maiuscolo (lucetta verde) e un nastro correttore per non dover buttar via un foglio intero per un carattere sbagliato: con quella scrissi il mio primo giornalino (letto, manco a dirlo, da mio padre, mia madre e qualche sua amica. Tiratura 1 copia settimanale.

Le foto le incollavo o le graffettavo (capirete che erano molto risicate, all’epoca avevo solo delle usa e getta per fare i miei scatti)  e poi, intorno, compariva il mio bel articolino.
Grazie a questa passione in seconda superiore mi affidarono la direzione del giornalino scolastico (ma tralasciai i dettagli della mia nomina e chiesi alla prof riservatezza, avevo troppa paura di passare per coglione: inventai la bazza -bugia, ndr- che avevo già fatto una cosa del genere alle medie), anche lì tiratura molto risicata e pochissimi numeri usciti, solo uno penso.

Quando a 14 anni ricevetti il mio primo computer ero esaltato come una pantegana in una discarica: non capivo un’acca di processori, dischi fissi e compagnia bella (pensavo che per copiare un programma bastasse spostare il collegamento sul floppy disk!), avevo un monitor da 17 pollici grosso come un carro armato, una tastiera con tasti così alti che dovevo fare i carpiati da una riga all’altra ed un mouse a pallina che ci metteva vent’anni a muoversi, ma era già un primo passo.

Il mio giornalino subì una radicale trasformazione, grazie (soprattutto) all’utilizzo di Publisher, usato e trafficato fino allo sfinimento: all’epoca non avevo ancora Internet e quindi usavo molti più applicativi rispetto ad ora.

Poi arrivò Internet (avevo 16/17 anni) e da lì incominciai a fare il mio primo sitarello (modificato, smontato e rifatto più volte), dove riversare tutto quello che avevo scritto in quei 3 anni: delusioni, amori (non corrisposti), paure e tante lacrime andarono a spalmarsi su centinaia di pagine web che forse solo alcuni affezionati hanno letto.

Sono cambiate cose, persone, fatti: prima preso, poi illuso, di nuovo scaraventato nella vita reale a dover fare i conti con me stesso, a dover veder tutti i giorni la persona che mi faceva impazzire e che avrei voluto baciare per sempre, mi sono messo in discussione.

La scrittura è sempre stata lì, silenziosa ed inerte, arma che sfoderavo dal mio fodero: non tanto per i temi (spesso nei resoconti sono più brave le ragazze per la loro capacità analitica e riassuntiva) quanto per ciò che provavo e vivevo nel mio cuore, nella mia mente, fino a sconvolgermi l’anima.

Ho scritto lettere (al computer però, a mano dopo qualche pagina inizio ad avvertire qualche doloruccio) che hanno commosso, emozionato (fino alle lacrime), infuriato, innamorato: era la mia costante ricerca d’emozioni, il mio pass partout per compensare in parte le mie mancanze. Scrivi bene, molto bene mi dicevano.

É arrivata l’università, un fiume di nuove ragazze e nuovi incontri, tante occasioni, la possibilità di ricominciare dopo 5 anni di convivenza forzata con la stessa classe: primo giorno non conoscevo nessuno, dopo un mese (grazie all’aiuto di Giulio -amico pavullese- e della corriera, dove ho rivisto amiche di altre classi delle superiori) avevamo parlato con una 50na di fanciulle (ma niente di serio: impegnate, complicate, single convinte, paranoiche, con il trombamico, con mille spasimanti) che sono state, per così dire, la nostra iniziazione al mondo accademico.

Musica e scrittura erano (e sono) il mio mondo riservato, la mia valvola di sfogo: c’è chi suona, chi canta, chi balla. Io massacro le mie tastiere con i miei voli mentali, le mie gioie, i miei desideri ma anche le mie angosce.

Ora ho un piccolo blog (ma abbastanza seguito, da quanto mi dicono i commenti e le statistiche WordPress; Technorati ha classificato pure i miei post) dove libero la mia fantasia, la mia rabbia e la mia gioia, paura e amore, fortuna e destino: non credo (spero) sarà il mio punto d’arrivo, spero che sia un po’ più in là rispetto a quello di partenza. A voi il giudizio finale.

Marco


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