Magazine Diario personale

Sei come sei

Creato il 08 maggio 2014 da Povna @povna

Sgombriamo subito il campo da possibili dubbi: Sei come sei è un libro brutto, e la ‘povna – che su (e con) Melania Mazzucco ha già avuto modo di lavorare, per contratto – avrebbe fatto grandemente a meno di leggerlo, se sulle (personalissime) scelte di lettura domestica del liceo romano Giulio Cesare non si fosse alzato il polverone che c’è stato. Poiché però viviamo in un’Italia bigotta, perbenista, ipocrita, e la ‘povna, oltre che cittadina che riflette, ha pure il privilegio di essere insegnante, le tocca parlarne. E dunque, prima, le è toccato leggere il chiacchieratissimo romanzo (hai presente autore e casa editrice, adesso, come sguazzano?), perché a lei hanno insegnato fin da piccola (ciò che lei cerca ogni giorno di passare ai propri alunni) che le cose si fanno in un modo soltanto: molto bene.
Così si è procurata il corpo del reato (gratuitamente) e in un paio di giorni ha onorato il suo contratto, in modo da poter ora dire la propria senza vanvera sul famigerato ‘caso’.
Sei come sei è un romanzo in pieno stile Mazzucco: c’est à dire, privo di uno stile, di una personalità, di una trama che sia degna. Un carattere, questo, che condivide con molti autori forti delle grandi casi editrici, progettati a tavolino come macchina da premi e da vendite: prendiamo la Mazzantini, la Avallone, i Numeri primi e i D’Avenia de noantri e avremo (declinati nei vari e necessari sottogeneri) esempi serialmente, stagione dopo stagione, riprodotti, dello stesso manufatto editoriale. La Mazzucco, di suo, ci mette quel 20% che la rende (un po’) riconoscibile, a specchietto per le allodole. E cioè: la prosa da liceale bene che ritorna, tutta impuntata, senza ripetizioni, lessico forzatamente alto (è mai possibile mettere in bocca a una ragazzina di undici anni che attraversa i vicoli di Roma, e si lamenta della puzza, la parola “sozzi”?!); le citazioni colte da studiosa dilettante; la sociologia spicciola da réportage engagé contemporaneo. In più, quando non fa romanzi storici (come nel caso dei Lei così amata e Vita, dove citò Tolstoj, per non sapere né leggere, né scrivere), per esempio in un Giorno perfetto, la ricetta prevede un po’ di musica pop (che, come si sa, non guasta). Quella volta era Lou Reed, questa volta Clementino il rapper (d’altra parte il passaggio a Einaudi Stile Libero in qualche modo si paga). In mezzo a questa salsa (che, su per giù, è uguale per ogni testo), il racconto specifico si concentra su Eva (nomen omen? ma dai!), pre-adolescente dalla storia atipica perché nata da due babbi (il cantante ex-maledetto Giuseppe ‘Giose’ e il professore universitario Cristo “Christian” – a esagerare con la simbologia scoperta), attraverso il ricorso alla maternità surrogata. Rimasta precocemente orfana di Christian (con papà Giose ‘vedovo’), Eva viene affidata agli zii da servizi sociali che, in Italia, per mancanza di leggi, fanno quello che fanno. E un giorno, durante un’uscita scolastica, uno screzio con un compagno (costruito in una maniera melodrammatica che è tutto, fuorché plausibile) scatena la sua fuga alla ricerca di Giuseppe, e un po’ anche della sua storia. Così, tra flashback sui tempi felici (della vita di Eva con i genitori, ma anche dei prodromi della relazione che porterà alla suo essere nel mondo), la trama si dipana sulla metafora del viaggio: a ritroso, nel tempo, sull’onda della memoria e dei ricordi. E anche reale, di Eva e Giose, che devono tornare a casa. Il finale (aperto) è implausibile almeno quanto l’inizio, e così accontenta tutti. Perché fornisce materiale impegnato da inserire convenientemente in un dibattito, aprendolo su temi caldi di educazione civica e sociale. Non è quello che è successo, però, a questo romanzo, che, dalla sua pubblicazione, ha continuato a vivacchiare ai margini delle classifiche di vendita. Chi ha lavorato, anche solo occasionalmente, con una casa editrice, sa come funziona in questi ambiti: se un libro lo permette, si prova a montare il caso in maniera sistematica, confidando che prima o poi il battage pubblicitario paghi. Non è stato così, e meritatamente (forse perché il pubblico è meno sciocco del previsto, o, più probabilmente, perché la verniciatura pop da Stile Libero non basta a intaccare la natura dello zoccolo duro dei lettori di Mazzucco). Non è stato così, fino alla vicenda del Giulio Cesare – un caso di malafede mediatica che è ancora poco definire reazionaria. Capita così che dieci righe di una scena di sesso tra due uomini (la pessima descrizione di un pessimo pompino, come ha scritto lui, magistralmente), non particolarmente castigate, ma nemmeno così hard, se è per quello (lasciamo stare la letteratura antica e/o delle origini, che è sempre incorniciabile nella sua irraggiungibile distanza, ma viene da chiedersi quanti colleghi abbiano per davvero letto Lolita o Stand By Me, che pure figurano nei tantissimi elenchi di letture delle medie e del biennio, se questa descrizione finto-porno di Mazzucco li scandalizza, tanto o poco), diventino il pretesto per un attacco che di letterario ha solo (e vagamente) il libro da cui prende spunto. Tutto il resto è azione consapevole e politica: (la ‘povna lo ha già datto), perbenista, meschina, bigotta della peggior specie. Il resto, è dovere di cronaca. Si può andare a ricostruire molto sul sito del Giulio, se si ha voglia; oppure leggere il post di Murasaki, quello di Oggi (e i millemila altri). La ‘povna, dal canto suo, prova a concludere, aggiungendo, rapide, due cose.
La prima riguarda la fatidica domanda: “era necessaria quella descrizione? E’ pornografica?”. Le risposte sono “no”, e “no”, rispettivamente. Perché la descrizione del pompino incriminato nulla aggiunge e nulla toglie alla struttura della trama, alla psicologia dei personaggi, alla stilistica del testo. Nello stesso tempo, pur esplicita, trasuda letterarietà implausibile, e nulla ha di effettivamente pornografico. E’ sciocca, banale, inutile: peraltro, si legge e si dimentica (come il resto della storia) in meno di un batter d’ali.
Ciò detto (e veniamo alla seconda considerazione), il romanzo pecca, e molto. Di pornografia, persino, a voler divertirsi a usare un’accezione metaforica del termine. E’ pornografico, infatti, nel senso proprio di uso consumistico, scegliere certi temi in maniera superficiale e sciocca, per costruirci sopra un congegno letterario scala-vendite; è pornografico sdoganare l’idea del figlio salva crisi della coppia (non importa se gay o etero), come avviene, esplicitamente, nel romanzo; è pornografico usare così la simbologia di Cristo, san Giuseppe ed Eva con boriosa noncuranza; è pornografico maneggiare con tanta sicumera i sentimenti degli adolescenti (mettendo in piedi, in un pasticcio sentimentale, la storia del primo amore tra “diversi” – la figlia del gay e il dislessico); è pornografico dimostrare tanta imperizia nella costruzione della trama.
Ma tutto questo (ancorché vero, verissimo), pertiene a un’area di raffinatezza letteraria che nulla a che fare con questa odiosissima polemica, con l’omofobia degli attacchi politici da destra, con tutto quello che, di extra-letterario, si è detto di questo romanzo: una maniera per rendere, alla letteratura e alla società, un doppio pessimo servizio. Alla società perché di certo non si sentiva bisogno dell’ennesima crociata contro i diritti civili, in questo paese già abbastanza negati e sotto attacco. Alla letteratura perché procura a un libro del quale tacere è bello, nell’unico ambito in cui possa per davvero procurarselo (cioè: ben al di fuori delle pagine del testo), i suoi cinque minuti di fama.


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