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Vince Carter: una rinascita inattesa ai Dallas Mavericks

Creato il 17 marzo 2013 da Basketcaffe @basketcaffe

“Non è una Lega per vecchi” potrebbe sostenere qualcuno prendendo in prestito e modificando il titolo del film dei fratelli Coen, vincitore di ben 4 premi Oscar. Premi che, se proiettati in ottica NBA, potrebbero paradossalmente essere assegnati ad alcune star ultratrentenni, che con le loro prove smentiscono di fatto la teoria sopra citata. Basta dare un’occhiata alle prestazioni di Bryant, Pierce, Duncan e Carter per capire che i cosiddetti “vecchietti” in questa Lega possono starci eccome.

Prendiamo Vincredible ad esempio, ed analizziamo i suoi numeri e la sua stagione. Una stagione che fino a qui ha riservato ben poche soddisfazioni ai suoi Mavericks (complice anche la lunga assenza di Nowitzki), ma che ha permesso a Carter di ritagliarsi un ruolo importante quando in tanti lo davano già per finito. Partendo dalla panchina Vince produce 13.1 punti di media tirando con il 43.8% dal campo e il 41.3% dall’arco (massimo in carriera) ai quali si aggiungono 4 rimbalzi, il tutto con un impiego di 25 minuti a partita. Sono numeri ottimi, che se proiettati sui canonici 48 minuti diventano 25 punti e quasi 8 rimbalzi. Inoltre negli ultimi mesi è cresciuto ancora, con un gennaio da 14.7 punti, un febbraio da 13.9 e un marzo finora da 15 di media.

Cifre ottime, specialmente per un giocatore di 36 anni che da due o tre stagioni a questa parte sembrava finito per davvero. Una fine che sarebbe stata ingloriosa per un atleta che ha fatto sognare ed innamorare milioni di tifosi con i suoi voli e le sue schiacciate, al quale però, è sembrato mancare qualcosa per diventare una Superstar di primissimo livello. A Carter, sono state assegnate numerose etichette, tra le quali quelle di eterno sopravvalutato, grande schiacciatore ma giocatore incompleto e non vincente. Come in tutte le etichette, esiste un fondo di verità, ma le cose nella realtà sono e devono essere diverse. Essere scelti molto in alto nei draft di fine anni ’90 comportava enormi pressioni e aspettative, in quanto la NBA del dopo-Jordan aveva un disperato bisogno di trovare un nuovo volto da esibire al mondo intero. Carter, così come Bryant, Iverson o Ray Allen, impersonificava la speranza non solo di Stern e soci (impazienti di esportare un nuovo prodotto dopo la macchina da soldi che era stato MJ), ma anche di milioni di persone, di poter finalmente vedere un nuovo supereroe in canotta e calzoncini. Molta gente ha così pensato che Vince dovesse, per forza di cose, essere un giocatore di primissimo livello.

Sia chiaro, nei primi anni a Toronto, Carter ha dato l’impressione di poter realmente dominare la NBA, ma con il tempo si è capito che Air Canada non è mai stato un leader vero e che la leadership di squadra non era la sua miglior caratteristica. Il meglio di se lo ha infatti dato da secondo violino nei Nets di Jason Kidd, senza mai però riuscire a ottenere dei risultati nei playoff. Il declino di Carter come giocatore è coinciso con il declino del suo fisico, gli anni bui di Orlando prima e Phoenix poi, sono lì a dimostrarlo. Con il passare degli anni, è riuscito a costruirsi un tiro più che affidabile dalla lunga distanza, arma che lo rende un attaccante ancora efficace, mentre è sempre stato un discreto interprete della fase difensiva, lato del giocatore che non tutti conoscono.

A Dallas, Vincredible è riuscito a risollevarsi e avere l’opportunità di chiudere dignitosamente una carriera che ha regalato comunque sprazzi di talento e atletismo che rimarranno nella storia della NBA e del basket in generale. Basti pensare ad Oakland, dove ha vinto a mani basse lo Slam Dunk Contest con una prova balistica quasi surreale, o a Sydney, dove ha stupito il mondo intero con la famosa “In Your Weis”. Ma anche adesso, a 36 anni e con un ruolo secondario, sa dare il suo contributo, sintomo di grande giocatore.


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