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VIRUS di Ivan Fedeli

Da Dedalus642 @ivanomugnaini

Il recente libro di Ivan Fedeli, Virus, edito da Dot.com Press, tratta tematiche complesse, si muove su terreni fragili, sul sentiero che sovrasta panorami di caotico dolore, un camminamento stretto, eppure notevolmente trafficato. Molti viaggiatori hanno riempito valige di foto e didascalie retoriche, oppure, forse per difesa, forse per distrazione, eccessivamente sfocate oppure nitide ma asettiche. Fedeli, pur conscio della difficoltà, ha deciso di procedere passo dopo passo sulla strada che sovrasta quello stesso abisso, ha sentito di doverlo fare, per rispetto a quella speranza che ancora, nonostante tutto, percepisce come sfida estrema, l’unica reale trasgressione. E il sentire che Fedeli trasmette è sincero. Proprio perché non aspira a convincere della sua autenticità; non la vuole dimostrare come un teorema, un dogma, un assioma. La esplora, piuttosto, si muove sui lidi e nelle vie metropolitane del nostro paese e osserva, certo di non avere certezze, disposto a recepire il male e l’assurdo, deciso ad attraversarlo e a lasciarsi attraversare senza diventarne complice. Con la sola forza della parola, la testimonianza, che non significa di per sé giustizia, ma è pur sempre una forma di resistenza, una presa di posizione.
Prendere posizione significa rinunciare ai privilegi di fondo, quelli a cui ognuno, e i poeti non fanno eccezione, restano spesso e volentieri aggrappati, volenti o nolenti, consciamente o in modo spontaneo, connaturato. In primo luogo il privilegio cronologico: quello di poter dire che la scrittura è fuori del tempo, in un limbo indefinito e indefinibile, una landa astratta in cui ciò che avviene, di qualunque natura siano gli accadimenti, è distante, percepibile con un distacco tutto sommato rassicurante. Il secondo tra i privilegi di lusso è quello della mancata identificazione: osservare qualcuno o qualcosa significa essere qualcos’altro o qualcun altro. E il soggetto della visione diventa in ogni caso un oggetto, anche nel caso in cui si tratti di persone. Fedeli, non con una dichiarazione astratta, ma in modo concreto, verso dopo verso, rinuncia in questo libro ai privilegi di cui sopra. Si muove volutamente su diversi piani temporali, tra riferimenti ad anni trascorsi, tragedie scandite e mandate a memoria, e, sul fronte opposto, la cronaca attuale, quella letta su giornali che ancora odorano di inchiostro fresco o ascoltata e vista su canali che sono già passati al digitale terrestre. L’effetto è immediato e deciso: quello di parlare del passato e del presente dando al lettore una visione più ampia, quella del sempre, la ciclicità, la natura perpetua del dolore, della sopraffazione, della violenza di inesauribile vena e ferocia che l’uomo rivolge all’uomo. Da questa prospettiva, anche il secondo privilegio sparisce: se il tempo non ci separa, se non fa da filtro distorsivo, anche lo sfasamento delle individualità non ha più modo di essere: “ci si ammalava dunque senza sosta/ nessun vaccino precauzione prece/ penetrava a fondo il canino e dopo/ la voce telecratica il lavaggio/ dei neuroni in massa si sbavava”, scrive Fedeli nella sezione iniziale del libro. “Ci si ammalava”: l’io diventa noi, e non in ossequio ad un abile gioco linguistico, ma per logica del sentire, necessità del raccontare sapendo di essere voce e corpo, sguardo e materia. Poco oltre, a pagina ventuno, l’autore annota: “il virus tutto addosso e non dà scampo/ seziona svuota l’occhio annulla il tempo”.
Questa immedesimazione permette una visione a tutto tondo, il piano oscilla dal dettaglio alla panoramica, da un lato della strada a quello opposto, dai migranti alla gente che li guarda sbarcare e marciare scortati verso i “centri di accoglienza”. L’autore in tal modo può dipingere con un unico tratto l’ansia di chi sbarca e “la paura di incrociarli”.
Da lì può giungere una visione a tutto tondo, una considerazione ampia sul come, se non sul perché: “hanno vinto cambiando il dna/ con quegli strani incroci tra canzoni/ di natale e pubblicità progresso/ i bimbi tutti biondi immacolati/ il popolo al sicuro e fuori il freddo/ …/ la paura è questo/ dividere il puro e il malato il resto/ che sprofonda da ciò che stando a galla/ balla pensando ci sarò domani”.
Per esprimere appieno questa perdita della coscienza della sacralità della materia e del corpo umano, Fedeli ricorre alla metafora più cruda e veritiera: l’altro diventa rifiuto, l’estraneità si incarna, quasi una paradossale resurrezione che conduce alla morte piuttosto che alla vita. La nuova epoca dell’Italia, parafrasando il titolo di una delle sezioni del libro, è scandita dalla macerie, rifiuti fatti di cibo e di carne, di astrazioni televisive, di quiz e reality show. Non resta allora che fare un resoconto accurato, un elenco accurato dei vari generi di Macerie di cui viviamo e moriamo giorno per giorno. Gli scarti del tempo e della vita che produciamo e da cui siamo prodotti e riciclati senza speranza di rigenerazione. Come la “donnina dai cinquanta euro di bonus”, che affronta con parole grosse il discorso della crisi, “recessione speculazione pil/ come se le frasi avessero un corpo/ loro e tu perdessi il filo, la prova/ di rimanere intatta a fine mese”. Questi tentativi di sopravvivenza, questo percorso a ostacoli tra le macerie, avviene, per molti, in totale solitudine, tra folle di persone perennemente connesse tramite web “mentre la vita accade per sbaglio”. Per il resto, non rimane che prendere atto che il virus, “la peste non ha nome, non ha faccia/ impazza non dà scelta ci rimpiazza/ nel video dei tg nel lazzaretto/ affilia i membri in una sola razza”.
Si riparte, allora, da questa ineluttabile presa di coscienza, la consapevolezza del nostro stato, tramite i versi di Franco Loi posti ad esergo della sezione La città dei giusti: “Sèm poca roba, Diu, sèm quasi nient/ forsi memoria sèm, un buff de l’aria”. Siamo niente e viviamo in luoghi dove è muto lo sguardo di chi passa e “la paura fa avere paura”. Anche qui, in questa terra delle esperidi che alcuni chiamano “paese del sole, tempo/ approdo, speranza, la striscia oblunga/ che aspetta il tramonto e chiude alle neve”.
Il libro di Fedeli invita a scrutare ad occhi aperti le nostre paure, a ricordare i tempi di Ellis Island, le visite mediche ai nostri connazionali emigrati esaminati come se fossero bestie da macello. Collegando il moderno e il passato, segue i passaggi e le mutazioni del virus che ci ha resi “pura biomassa”. La sola via di uscita, forse, è affrontare il virus, sapendo di averlo già contratto, di essere noi stessi quel contagio che ci rende vittime e carnefici. Ricominciare da quel punto, fino a riscoprirci, magari, ad “amare la vita prima che sia troppo tardi”. I.M.

————————————-

IVAN FEDELI
Poesie tratte da “Virus”, Dot.com Press, 2011

erano i giorni della pandemia
un’influenza strana un po’ barocca
il virus nei polmoni nella testa
la pelle con le pustole poi gli occhi
appesi contro il video, nei tg.
Vederli contagiati, deperiti
finché non ci si accorge che è già qui
il male sotto casa quando bussa

(la faccia, i lineamenti di quegli altri
lo sguardo scuro e dopo tutto il resto:
invasi da una schiera silenziosa,
un morbo pestilente mai a riposo)

* * *

è il tempo delle ronde, della scure
tu vigila che l’ora non si sa
la forma del contatto se c’è rischio
a prenderli per mano, dirne i nomi,
chiamarli come il cane con un fischio

* * *

ci si ammalava dunque senza sosta
nessun vaccino, precauzione, prece
entrava il fantasmino dentro e dopo
la voce telecratica, il lavaggio
dei neuroni, in massa si sbavava
urlando a più non posso: democratica
illusione che tutto si parifica,
si annulla, come nel diciotto a Breving
le fosse piene sotto il permafrost
di madri senza nome, donne pregne
lasciate lì incubate per vergogna

(il virus tutto addosso e non dà scampo
seziona, svuota l’occhio, annulla il tempo)

* * *

(è così il contagio: azzerare tutta
la memoria e l’abiura del passato.
Niente storia, solo un lieve collasso
dei giorni, un passo senza direzione,

basta poco: quattro parole in croce
verbi all’indicativo, impersonali
e poi lo sguardo bieco, la deriva
del bene non sapendo quale il male)

* * *

Hanno vinto, cambiato il dna
con quegli strani incroci tra canzoni
di natale e pubblicità progresso,
i bimbi tutti biondi, immacolati,
il popolo al sicuro e fuori il freddo:
capire chi davvero è poi se stesso
chi si adombra con gli zigomi viola
e il vomito indotto. Non si sa come
colpirà il nemico, certo nessuno
lo riconosce. La paura è questo:
dividere il puro e il malato, il resto
che sprofonda da ciò che stando a galla
balla pensando ci sarò domani

* * *

1.1

Hai separato l’umido dal secco la plastica le pile le lattine
ogni cosa al suo posto come è giusto e tutto logicamente intruppato
chi da un lato chi da un altro. Dunque l’educazione di base è il principio
sapere che tenere che scartare nel modo più indifferente totale

(così quel giorno i rifiuti e altro ancora come nel luglio del trentotto il bene
e il male ritrovarsi almeno sani schivarla la pietà che si dà ai cani)

1.2

Perché la malattia fa paura ti chiedono il nome chi sei che vuoi
senza premura in un modo pulito basta un sorriso educato e il mondo è
salvo ma un ghigno forzato cos’è diranno ti vogliono bene è vera
amicizia non sei la sporcizia e per strada c’è sempre un gruppo che corre
ti insegue purifica il fuoco scalda l’inverno. Il nuovo millennio riscopre
gli eroi i nostri patrioti l’eterno riposo per chi si converte gli altri
distesi e sopra coperte nemmeno una prece un segno di croce (abbassa
la tele c’è il quiz che mi piace in rete il mio nome mi addormento felice)

* * *

(macerie 1. Italia, crisi)

Donnina dai cinquanta euro di bonus
in coda per la frutta un po’ ammaccata
e i bastoncini findus la domenica

avevi nello sguardo un non so che
di antico, il portafogli a fisarmonica
e le parole grosse sulla crisi

recessione speculazione pil
come se le frasi avessero un corpo
loro e tu perdessi il filo, la prova
di rimanere intatta a fine mese

tutta nella carne e nel sangue, arresa
solo al colpo di tosse, a tuo marito
quando cambia canale di nascosto
dopo la cena mentre a letto dormi

in attesa di carezze mai date.
(Si affonda in un attimo, il terremoto
davvero è cadere senza sapere)

* * *

(macerie 2. Milano, lebbra)

L’alleato invisibile, il disegno
divino di colpa: chiamano lebbra
la carne che si gonfia, dopo il labbro

biascica, sputa l’infedele polpa
e sangue. Non c’è posto per l’antica
pietà mentre a terra sbocca il nemico,

mostra i segni di un dio vendicatore.
Un caso a milano e nessuno sa
nessuno vuole sapere davvero.

(Nell’ umano decoro tutti lì
leopardiamente umili spostando
macerie come si deve tra simili
ricordando per non dimenticare)

* * *

(macerie 14. Tv)

Comincia così. Il guinness dei primati,
il televoto in onda per il naufrago
migliore, lo speciale sulla vita
nei posti esclusivi per le vacanze.

È democrazia visiva in tinta
con il divano nuovo e i tuoi calzini
tolti per un dopocena italiano
con famiglia e patatine Pai

in offerta. Non dirlo non del tutto
che è perfetto questo mondo a colori
come là fuori non accadesse altro.

(Nel bacio della buonanotte al piccolo
girandoti nel letto mentre il sonno
tarda aspetti senza affanno domani)

* * *

(macerie 15. Studenti)

Rasati fino allo sguardo non belli
mentre masticano nervosamente
cercano l’ombra dove vomitare
le ultime parole prima del tempo.

Vogliono un riparo tra i bagni e il bar
per esistere un po’ senza pensare:
interrogarli, ma come filtrare
Leopardi Montale le notti in chat,

tutto connesso, mischiato nel male
di vivere e miabella89
alle tre di notte pronta al contatto,

la webcam sulle rotondità accese
cinque minuti solo cinque minuti
tua mentre la vita accade per sbaglio.

(Tutto per chimica reazione sforzo
anche l’alba, anche la luce nuova
del giorno quando sferza gli occhi, abbaglia)

* * *

(macerie 16. Nipoti)

Chi mai l’avrebbe detto, i nipotini
di bella ciao ridotti a seppellire
ancora i nonni. Cos’è la memoria
se non miseria di tempo, poltiglia

di gente che va via. È l’oblio il punto,
la sua dimenticanza senza appello
come non ci fossero figli, storia
e tutto si risolvesse in abbagli

soluzioni momentanee dove
cercare la quadratura del cerchio.
Eppure vent’anni, inneggiando a roghi

e fantasmi tornati: piove a roma
nessuno propone rime o parole
buone. E siamo schiene, sguardi più proni.

( i nostri i nostri guerrieri altruisti
ascoltano l’inno cuore alla mano
le moto crudeli i loro pensieri)

***

La peste non ha nome, non ha faccia,
impazza non dà scelta ci rimpiazza
nel video dei tg nel lazzaretto
affilia i membri in una sola razza.
Ma tu lo osservi il cielo intero avanti
ti fondi all’orizzonte non ti perdi
nel brulichio di nomi adesso sguardi
dimentichi te stesso poi t’inventi
fingendo una parata per la festa
e dietro è carnevale preghi il vento
che spinga ben distante voci chiocce

la bimba che s’infetta i chiodi il tempo.

* * *

V’è un paese che i Grài chiamano Espèria,
terra vetusta, fertile e guerriera
(…)
Virgilio – Eneide , Libro I , trad. Guido Vitali

Raccontano di una terra lontana
dai dolci fiori, di un popolo forte
fatto schiavo per oblio, la morte
è memoria resa stantia, alzheimer
che rode in modo progressivo e vivo
è chi dimentica in fretta. Tu hai preso
a piene mani l’unguento ingoiando
la polvere bianca, ora un mondo nuovo
circonda un presente eterno, il vento
affonda l’orizzonte e non c’è fronte
migliore dove colpire il nemico.

* * *
L’hanno chiamata terra delle esperidi,
alcuni paese del sole, ponte,
approdo, speranza, la striscia oblunga
che aspetta il tramonto e chiude alla neve:
trovarci almeno resistenza al fango,
solo un breve sussulto dignitoso
adesso che la marcia serra i passi
e un sissignore rimbomba ossequioso.
Cos’ è colpa se non vivere stando
tutti in stand by mentre il canino affonda
la carne venuta da altrove e piove
sui nomi, muore la storia di un mondo,
la gloria è la ronda che passa, chi
si piega si abbassa vive godendo.

* * *

Ma almeno ci fosse un fuoco di paglia,
la mano buonista verso quegli altri
cattiva memoria è il danno alla specie
mentre su facebook, al telegiornale
si pensa alla razza afflitta dal male:
la colpa è il diverso afferma la piazza
con voce guidata e attenti alla puzza
perché li riconosci dall’odore,
la sudorazione impura, il respiro
da bestia quando si affannano in cerca
di donne pronti allo stupro, poi sputano
ovunque senza pudore, consumano
l’acqua ci inquinano l’aria, la nostra
vita in pericolo e il mostro è servito.

* * *

Il cielo di notte a Roma si staglia
come se in tutto ci fosse un respiro,
donne passeggiano, i bimbi vicini
l’italia è così: si dà in un sorriso,
la madre che chioccia e a fianco il marito,
nessuno mai pensa e questa è la vita.
Eppure vederli negli occhi che tagliano
i caschi, contarli per gli anni, il ringhio
del fiato: collezionano denti ossa
contenti del raccolto. Pulizia
è questo lavarsi le mani dopo
la mietitura alla stazione Termini,
dove muto è lo sguardo di chi passa
e la paura fa avere paura.

* * *

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient,
forsi memoria sèm, un buff de l’aria
Franco Loi

Nella loro stretta di mano muti
come i pesci cresciuti nell’acquario
salgono in macchina annaspando un po’
col temporale addosso, tutta pioggia
che scende a sipario e Milano è un luglio
di palazzi bagnati senza l’ombra.

Un sorriso soltanto e poi sparire
nell’acqua che fagocita e non sembra.

* * *

Dunque questo il nostro modo di amare
l’assuefazione ai si dice al narrato
l’immagine che domina l’ascolto
di cronache presunte di peccati
commessi per bestialità la norma
alzare il tiro per decreto fare mostra
di muscoli teppaglie ronde scure
importa la paura della folla
la molla dopo scatta e non si torna
si marcia per la strada bella squadra
di giovani promesse della vita



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