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Pino
Daniele odiava Napoli, almeno questo è quanto mi confessò nell’estate del 1976,
al termine di un concerto che tenne ad Ischia Ponte, davanti a non più di due
dozzine di spettatori, mi pare che il biglietto costasse tremila lire. Poi, sì,
l’odio è un sentimento ambivalente, e allora possiamo dire pure che l’amasse,
ma tacere dello schifo che provava per i peggiori difetti dei napoletani – basta
leggere come si deve Napul’è, ’Na tazzulella ’e cafè e Terra mia – significa fargli un grosso
torto, piacesse o non piacesse la musica che componeva. Pino Daniele apparteneva
a quella minuscola percentuale di napoletani che di Napoli non sono disposti a
sopportare quella rassegnazione, quel fatalismo, quella strafottenza, quella pusillanimità,
quella furbizia da servi e quel viscido sentimentalismo che taluni riescono
perfino a esibire con orgoglio come un carattere che esige uno statuto di
antica nobiltà: se ne hanno la possibilità, fuggono via, e appena poté farlo
Pino Daniele lo fece. Il fatto che usasse il dialetto napoletano significa poco
o niente, di fatto la sua musica non ha nulla di napoletano, né della tradizione
classica, né di quanto su quella è venuto a imbastardirla, per lo più
caricaturizzandone i tratti. Era un apolide, si era scelto un linguaggio fuori
d’ogni contesto regionale o nazionale, e in quanto al carattere, scontroso com’era,
più che napoletano lo si poteva dire abruzzese, friulano, tutto, ma non
napoletano. Vedere come Luigi De Magistris si avvoltola nel suo sudario, come a
farsene un tabarro, è spettacolo vomitevole. Ancor più, però, lo è il vedere
una città intera che fa finta di piangere – lacrime finte, di quelle vere non è
più capace da secoli – e del morto non aver capito un cazzo.
