#10: Togliersi le scarpe in ufficio

Creato il 16 agosto 2010 da Marxell

Infrangere un tabù primordiale: restare scalzi in ufficio.

I colleghi tedeschi in ufficio: sandali e calzini bianchi di spugna

Radicate nel profondo dell’incoscio, le inibizioni ancestrali si manifestano come monumentali recinti che circoscrivono il comportamento umano. Alcune sono insormontabili, come magistralmente descritto dall’arte di Sofocle nell’Edipo Re e scientificamente codificato da Freud prima, e da Jung poi, altre si rivelano più fragili e, seppur con fatica, valicabili. È quanto è successo a me.

Appena arrivato nella mia nuova azienda, fui condotto in un primo giro di presentazione nei nuovi uffici. L’emozione per l’inizio ufficiale della mia seconda vita professionale ed umana era pari alla curiosità verso i nuovi mondi che si dischiudevano ai miei occhi come ad un novello Cristoforo Colombo. Quali meraviglie esotiche avrei scoperto in questi nuovi posti?

Ad una prima occhiata le differenze con il mio vecchio ufficio di Milano non sembravano enormi, uffici più piccoli sostituivano gli enormi open space a cui ero abituato, le attrezzature sembravano forse più moderne, ma non molto di più. Tuttavia un particolare richiamava il mio occhio come una nota stonata in quella nuovissima sinfonia. Quasi tutte le scrivanie erano vuote, era tempo di vacanze autunnali, ma sotto ognuna, allineate in bell’ordine accanto alla sedia, spuntavano paia di sandali o di pantofole. Non riuscivo a capacitarmi, continuavo nel mio giro ormai del tutto incurante del mio accompagnatore che mi spiegava la funzione dei vari reparti, attento solo a scorgere nuovi esemplari sotto la successiva scrivania. Per la maggior parte si trattava delle famigerate Birkenstock, sandali tedeschi per antonomasia, quelli che loro amano portare con i calzini corti bianchi nelle loro passeggiate sulle spiaggie romagnole. Già, ma come osavano far bella mostra di sé negli uffici di una multinazionale di fama mondiale?

Più tardi, nei giorni successivi, tutto mi fu chiaro. I colleghi tedeschi amano giungere in ufficio e lì come prima azione del girno lavorativo togliersi le scarpe, in inverno di sicuro, ma a volte anche nella piovosa estate bavarese, per restare comodi in ciabatte e calzini, sia gli uomini sia, seppur più raramente, le donne, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Giurai allora di non farmi corrompere, di non scendere nel loro abisso, la mia italica dignità lo avrebbe impedito con una ribellione dai più profondi recessi del mio Io.

Ed invece non ce l’ho fatta, mi son fatto trascinare nel fango, giù nelle tenebre dell’Ade, un percorso senza ritorno, l’anima è ormai macchiata e nulla potrà renderle l’antice purezza. È stato in un giorno di primavera, l’ufficio non era al completo, solo un neoassunto al tavolo accanto al mio, guardo la mia scrivania con intensità fino ad allora mai sperimentata, è lunga e mi copre da sguardi indiscreti, la porta è defilata, adesso o mai più, con lentezza e movimenti calibrati ma prudenti mi sfilo la sinistra, una leggera pressione del piede destro sul tacco è bastata, poi va via anche l’altra, distendo gli alluci, inarco le piante, sento un senso di freschezza e benessere mai conosciuto prima, i tessuti si espandono, le carni compresse si rilassano, una inebriante emozione parte dalle mie estremità e mi invade, al sandalo da ufficio non arriverò, lo giuro sulla tomba dei miei antenati, ma intanto adesso sono libero, impuro ma felice.

MERAVIGLIOSO!


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