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Col
cartello che recita «vietato
fumare» siamo
dinanzi al caso in cui la norma dichiara circoscritta la sua sfera
d’azione
indicandone i limiti: il divieto vige entro il perimetro del locale
nel quale è affisso il cartello. Solo apparentemente le cose stanno
in altro modo con l’imperativo
«non
uccidere» che
leggiamo sulle tavole mosaiche: qui sembrerebbe che il divieto valga
sempre e dappertutto, e tuttavia a dettarlo è lo stesso Dio che poi
comanda siano uccisi gli idolatri, gli apostati, le adultere, i
sodomiti, quanti non abbiano rispettato lo Shabbat, quanti abbiano
contravvenuto agli ordini paterni, ecc.
Si sarebbe autorizzati a credere che ogni divieto abbia dei limiti,
tanto meno precisabili quanto meno sembrerebbe che la norma intenda
darsene, com’è
nel caso di quella morale, che ha sempre in sé la vocazione a
dichiararsi universale e inderogabile, ma che immancabilmente è
costretta a concedere eccezioni, anche quando sembrerebbe non
ammetterne: «ama
il prossimo tuo come te stesso»
(Mt
22, 39), va bene, ma allora a che ti serve la spada (Mt
10, 34)?
Se è così per ogni norma, pare inevitabile
che questo accada anche nel caso della massima, che è sì il
principio che intende regolare una condotta, ma pure la sentenza, il
motto, il
brocardo attraverso cui questo si esprime: più lapidaria sarà la
frase, meno il principio che essa espone si rivelerà inviolabile,
perché è proprio la brevitas
in cui essa si dà a lasciar spazio per le note a pie’
di pagina, nelle quali anche la più «dura
lex» fa i conti con riserve, dispense e strappi.
In fondo, è proprio su questo paradosso che l’aforistica
ha costruito la propria fortuna: apodittica per statuto, esaurisce
tutta la sua cogenza precettistica nello
spazio di una frase, non di rado compiacendosi di contraddizioni
interne.
L’unico
ambito in cui la norma parrebbe farsi legge inviolabile è quello
della logica, ma pure qui, immancabilmente, si piega alle necessità
del suo più comune impiego, che è quello della persuasione. [Qui
evito ulteriori considerazioni rimandando altrove, ai punti III e V.]
Quando Ludwig Wittgenstein dice: «Lascia
al lettore ciò di cui è capace anche lui»,
sembra volerci dare un consiglio buono sempre. In realtà troviamo
questa frase tra quei Pensieri
diversi che
Georg Heinrik von Wright raccolse qua e là nei suoi manoscritti,
dove erano appuntati come annotazioni a margine della pagina. Così
contestualizzato, il monito è rivolto a sé solo, e per quella sola pagina,
sennò non si capisce che senso avrebbe nel suo Tractatus
logico-philosophicus il
punto 1.1 («Il
mondo è la totalità dei fatti, non delle cose»),
dopo averci già detto che «il
mondo è tutto ciò che accade»
(1) e dovendo poi affermare che «ciò
che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose»
(2). Per meglio dire: avrebbe senso solo per esplicitare un passaggio
implicito, ma da chiunque agevolmente desumibile.
E tuttavia «lascia
al lettore ciò di cui è capace anche lui»
sta
in esergo o a conclusione di questo o quel manuale di retorica, come tacita ammissione dell’inevitabilità
del vulnus
che la logica argomentativa deve subire nel foro in cui l’uditorio
sia gravemente incapace: per quanto si possa render conto nel dettaglio di ogni più minuto passaggio . Che mi pare sia la dolente ammissione che una
norma dinanzi alla quale siamo tutti eguali sostanzialmente non
esiste. E passi per quella giuridica, passi pure per quella morale,
ma doverlo ammettere pure per quella che dalla logica informa
l’argomentazione, da un lato, costringe all’apparentamento della democrazia con la pedagogia (non è un refuso per demagogia: proprio pedagogia) e, dall’altro, impone che la prima esaurisca ogni suo fine in ciò che è dato dai mezzi della seconda. Come ai maestri è dato constatare con i propri allievi, non viceversa.
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