Magazine Cinema

"12 Anni Schiavo" di Steve McQueen

Creato il 25 febbraio 2014 da Frank_romantico @Combinazione_C

[Recensione] 12 Anni Schiavo (di Steve McQueen, 2014)

Ci sono registi che in poco tempo, con una manciata di film, riescono a conquistare grandi consensi. C'è, ad esempio, Steve McQueen che è uno con un nome importante, un omone nero e inglese che ha esordito nel cinema che conta sei anni fa con Hunger, che ha replicato tre anni dopo con Shame e che, in questo 2014, è uscito nei cinema con un film tratto dall'omonima autobiografia di Solomon Northup e basato su un tema ostico come lo schiavismo, che però si sa: agli americani piace assai. Gli americani in effetti sono tra i pochi capaci di nutrirsi dei loro stessi errori e di trasformare questi ultimi da una colpa indelebile a una medaglia da appuntare sul proprio petto. Lo sguardo di McQueen, al contrario, permette al film di non essere la solita storia di orrori e commozione ma qualcosa di più profondo, la storia sulla perdita di qualcosa che, fino a quel momento, veniva data per scontata.


Saratoga, New York 1841: Solomon Northup è un nero libero e benestante, un violinista famoso per la sua bravura che vive in una bella casa, con una bella moglie e due bei figli. Un lavoratore che, un giorno, viene avvicinato da due artisti di Washington e convinto a lavorare con loro. In realtà però la proposta non è che una trappola: Solomon viene rapito e rivenduto negli stati del sud come schiavo. Da quel momento in poi sarà un incubo che porterà Solomon sul punto di perdere la propria identità e la propria sanità mentale.


[Recensione] 12 Anni Schiavo (di Steve McQueen, 2014)

Cosa aspettarsi da un film come 12 Anni Schiavo? Prima di tutto uno spoiler nel titolo, in secondo luogo un film tecnicamente ineccepibile, poi una storia (vera) fatta di orrori. Perché di questo si tratta quando parliamo di schiavitù e schiavismo: di un orrore legalizzato, di una tortura che ha coinvolto milioni di esseri umani, di dolore e violenza. La violenza più grande, prima di tutto, quella che priva un essere umano della propria libertà di uomo e lo riduce alla stregua neanche di un animale, ma di un oggetto. In un secondo momento la violenza fisica, quella sì più immediata e dolorosa ma subordinata a tutto il resto. Uno sfiancamento nel corpo e nell'anima, nella mente, operato da un essere umano su un altro essere umano solo in base al colore della pelle. 12 Anni Schiavo però fa di più: non solo racconta una storia di schiavitù ma soprattutto quella di un uomo che da libero diventa schiavo, di un nero benestante che violentemente viene privato della libertà che dava per scontata, del benessere, della dignità.


[Recensione] 12 Anni Schiavo (di Steve McQueen, 2014)

E allora il film di Steve McQueen è la storia di un essere vivente sfiancato nello spirito, nella mente e nel corpo che però non demorde, che non può accettare il dolore che gli viene imposto, che con tutte le sue forze prova a rimanere attaccato all'idea di essere un essere umano, nato libero e con dei diritti che gli vengono costantemente negati. Solomon (interpretato da un Chiwetel Ejiofor perfetto) rimane però un personaggio in bilico, al centro di un triangolo le cui punte sono rispettivamente legge, schiavisti e schiavi. E se la legge garantisce agli schiavisti il pieno potere sui loro schiavi dopo l'acquisto, questi ultimi devono fare i conti con la loro stessa mentalità, con l'auto-convinzione di essere oggetti, inferiori e sacrificabili. E' loro l'incapacità di ribellarsi e auto-imporsi che, in un certo senso, permette al meccanismo di continuare ad esistere. D'altra parte gli schiavisti, seppur non tutti uguali, rimangono accomunati dall'idea che quel sistema sia giusto, un meccanismo voluto da Dio come sembra essere convinto il crudele Edwin Epps (il sempre bravissimo Michael Fassbender). E l'uomo mostra tutta la propria ferocia e la propria cocciutaggine facendo finta di essere nel giusto.


[Recensione] 12 Anni Schiavo (di Steve McQueen, 2014)

Film esteticamente perfetto, caratterizzato dall'ottima fotografia di Sean Bobbitt e da grandi prove d'attore (oltra ai già citati Chiwetel Ejiofor e Michael Fassbender: Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Sarah Paulson direttamente da American Horror Story, Lupita Nyong'o e i cameo dell'ottimo Paul Giamatti e del fuori parte Brad Pitt - qui anche produttore), resta un po' meno McQueen di quanto ci si aspetterebbe. Il regista infatti rinuncia alla sua lucida freddezza per prendere le parti (sentitissime) di una comunità nera lontana dalla tanto agognata abolizione della schiavitù e ci mostra gli orrori di una condizione forse impossibile da comprendere fino in fondo. L'indagine di McQueen è più psicologica che storica, è calda e appassionata. Il dolore del protagonista e degli altri afroamericani è esacerbato, mostrato attraverso i volti e le torture, le continue angherie e le speranze infrante. Fanno da cornice le bellissime musiche, i gospel addirittura violenti e il sole degli stati del sud di un America che disprezza e ferisce. 
Quel che resta è un film molto bello ma non bellissimo, lontano dal capolavoro, sincero e cattivo, con un finale che difficilmente non riuscirà a commuovere. Quel che rimane è la sensazione che le cose, forse, non saranno mai come dovrebbero essere, ancora oggi, dopo tante lacrime. Farà incetta di Oscar? Questo solo il tempo ce lo potrà dire.


[Recensione] 12 Anni Schiavo (di Steve McQueen, 2014)

Pubblicato da 


Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :