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14/03/2016 - La ricerca italiana: analisi in mancanza di policy industriale

Creato il 14 marzo 2016 da Orizzontenergia

Dove va la ricerca italiana se manca una Policy industriale

Da più parti cresce in Italia il grido di dolore della ricerca. Bassa attrattività, sottofinanziamento, fuga dei cervelli, marginalizzazione: sia dal centrodestra che dal centrosinistra si afferma la volontà di riformare, di rilanciare, di coordinare. Lodevole! Ma, da solo, velleitario. Nella spietata competizione globale, quale lucida strategia per la ricerca (quella non di base ovviamente) può produrre un Paese che non sa darsi da decenni una politica industriale? Sostengo da tempo[1] che quest’ultimo vuoto di policy alimenta un cortocircuito autolesionistico, combinandosi con un universo pur eccellente della ricerca e della formazione i cui frammenti però non comunicano, e con un universo bancario risucchiato nel modello di banca mista, in cui in mancanza di una strategia di sistema il braccio operativo di lungo termine prima si anchilosa, e poi scompare. Manca una bussola per valutare un progetto industriale: anche per questo si arena in Italia il QE.

Industria, ricerca, banche, così – anche volendo - non possono fare sistema. E’ il suicidio della nostra economia. Al colpo assestato dal testo unico bancario del 1993 che ha definitivamente seppellito il credito speciale – nel bene e nel male unico surrogato di una visione a medio-lungo periodo - non si è mai posto rimedio. Il modello europeo di banca universale imposto dalla Germania implica invece una visione politica e industriale del sistema-paese, cui inerisce un modello Fraunhofer di ricerca, coordinato, orientato, sinergico: tout se tient. Le grandi nazioni europee modellano le normative tecniche UE con pervicacia, fino al parossismo del dieselgate, sui loro target strategici; e impongono la loro ben decifrabile politica industriale, assertiva in Germania, selettiva nel Regno Unito, di soft power in Francia. In Italia ognuno fa lobby per sé. Non facciamoci altro male dietro la foglia di fico di un malinteso pudore pseudo-liberista: la mancanza di una classe dirigente all’altezza fa il giuoco – forse non del tutto inconsapevolmente – degli interessi che mirano a estrarre il nostro patrimonio produttivo e intellettuale. Voglia di dirigismo? No, istinto di sopravvivenza.

La ricerca italiana, frammentata e povera di incroci a rete delle conoscenze, è anche sottofinanziata: ma diciamo la verità: senza coerenza, senza progettualità, come si fa a capire – volendo spendere bene, ovviamente - dove meglio allocare risorse, umane e finanziarie? Certo, non siamo la Finlandia o il Canada o l’Australia: darsi una policy industriale per un Paese che è tra i pochi al mondo (si contano sulle dita di una mano) a possedere – o almeno ad aver posseduto, sul piano culturale non vedo differenza – conoscenze (ingegneri e studiosi, apprezzati ovunque) su tutto lo spettro delle tecnologie, significa scrutare il futuro, e dover fare scelte. E’ dura.

Ma per il Governo non c’è altro tempo da perdere. Prodromico a ogni discussione su governance e risorse è pervenire a una visione. E se l’approccio top-down è lento a convergere, o se non ci è più strutturalmente congeniale come la storia degli ultimi trent’anni sembra suggerire, nell’immediato non resta che l’approccio bottom-up recentemente riproposto dal rettore Novelli[2]: supportare sul territorio gli spin in, la ricerca universitaria cioè che nidifica nell’industria là dove l’intuito – soprattutto delle nostre PMI – pur in carenza di risorse interne intravvede una opportunità e indica un obiettivo certo, anche solo puntuale. Non è la soluzione, ma valorizza vocazioni e potenzialità dei contesti territoriali e culturali, e combinata con il patent box può dare agli investitori un segnale forte immediatamente percepibile, e operabile. Anche perché in Italia i dati[3] sulla ricerca intra muros (pur in crescita del 23% dal 2007 a oggi, e pari al 58% della totale spesa per R&S pubblica e privata) denunciano preoccupanti deficit proprio delle PMI in termini di massa critica e di aggregazione territoriale: si investe infatti[4] in innovazione di processo (il 35% delle imprese italiane) e di prodotto (il 32%) solo per il 25% complessivamente nel Centro e nel Sud; e a farlo è per ben il 62% la grande industria. A distanza di oltre vent’anni permane il rischio paventato[5] da Castronovo che le PMI italiane rimangano, senza adeguata ricerca, “piante nane”: l’Ocse stima che ormai da anni la produttività aumenti nelle sole imprese che si posizionano sulla frontiera tecnologica e che hanno carattere multinazionale, e che invece declini nelle altre;  e che in ogni caso[6] occorra scegliere i progetti giusti di investimento, e non solo nei Paesi già sulla frontiera tecnologica. Le PMI italiane vitalizzate dai distretti avranno anche una marcia in più, ma la intraprendenza a breve di università e imprese non può supplire alla mancanza di una grande strategia – inevitabilmente selettiva, ma almeno organica e condivisa – per il capitale umano e tangibile del sistema-paese. Coniugare i due approcci, declinandoli sulle scale del breve e del lungo periodo che rispettivamente li connotano e che sono per nostra fortuna complementari, possibilmente coinvolgendo di più CDP, soggetti territoriali e privati, può essere l’ultima chance metodologica per attrarre investimenti e arrestare un declino che altrimenti, davvero, è nelle cose.

  Angelo Spena

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