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Dovremmo
essere contenti della sentenza che dichiara illegittima l’espulsione di Luigi
Lusi dal Pd, ma ormai siamo abituati a considerare i partiti politici come ditte,
e Luigi Lusi è stato condannato in primo grado a otto anni di reclusione per
essersi indebitamente appropriato di oltre 25 milioni di euro di fondi pubblici
destinati alla ditta di cui era il tesoriere, dunque ha il marchio del ladro, e
quindi il Pd ha espulso un ladro, e allora siamo contenti che l’abbia espulso,
o almeno riteniamo fosse sacrosanto, e la sentenza ci sconcerta, e a leggerla
ci sembra assurda. Già, ma cosa dice, la sentenza? Dice che l’espulsione deve
considerarsi illegittima perché non è stata preceduta dalla contestazione in
ordine agli addebiti sui quali l’irrogazione della sanzione si fondava. In
sostanza, Luigi Lusi è stato espulso dal Pd in violazione della procedura che
un partito politico è tenuto a seguire in questi casi. Oibò, cosa obbligherebbe
un partito politico al rispetto di questa procedura? È presto detto: l’art. 49
della Costituzione, il quale riconosce a tutti i cittadini il diritto di associarsi
liberamente in partiti, ma obbliga questi ultimi a darsi uno statuto che
rispecchi il metodo democratico, il quale, non sarà superfluo rammentarlo,
contempla ben precise garanzie, non ultima quella del diritto di difendersi da
addebiti che prevedano una sanzione.
C’è poco da stracciarsi le vesti per
scandalo, dunque. La sentenza non dichiara che Luigi Lusi sia innocente,
e nemmeno che il Pd non avesse il diritto di espellerlo: si limita a
considerare che la procedura di espulsione è stata illegittima ai sensi della norma costituzionale
che obbliga un partito politico a rispettare le regole del metodo democratico
nelle topiche della sua vita interna. Di converso, e di fatto se non di diritto, potremmo arrivare a dire che nella violazione di queste regole non c’èpartito politico, ma associazione privata, con quanto ne consegue, in primis per quanto attiene al finanziamento pubblico. Ecco perché dovremmo essere contenti
della sentenza, soprattutto se costituisce un precedente: ce n’è di che poter dichiarare
illegittimo quanto in un partito neghi la democrazia interna. Ancora una volta siamo dinanzi ad un’azione vicariante della magistratura a colmare un vuoto, che in questo
caso è quel deficit di democrazia interna che ha ridotto tutti i partiti a
comitati d’affari, a imprese private, e di questa azione vicariante ovviamente ci sarebbe
di che lamentarsi. Ma dove la politica si dimostra incapace di rispettare la
legalità, ben venga la magistratura a rammentargliela.
