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20 sigarette

Creato il 11 novembre 2010 da Terrasiniblog @TerrasiniBlog
“Voi in Italia non sapete niente di quello che sta succedendo qua”

20 SIGARETTEAutore di documentari con diverse esperienze di attore alle spalle, il romano Aureliano Amadei fu l’unico civile sopravvissuto al sanguinoso attentato alla caserma di Nassirya, in Iraq, che il 12 novembre del 2003 uccise 19 italiani, tra cui il regista Stefano Rolla, il quale lo aveva coinvolto per fargli fare il suo aiuto in un film. Lo stesso Amadei, dopo aver scritto insieme a Francesco Trento il libro “Venti sigarette a Nassirya”, racconta su celluloide la tragica esperienza e le conseguenze in quello che rappresenta il suo primo lungometraggio per il cinema, nel quale è il Vinicio Marchioni della serie televisiva “Romanzo criminale” a vestirne i panni. Un lungometraggio che, con il mai disprezzabile Giorgio Colangeli de “La nostra vita” (2010) nel ruolo di Rolla e la Carolina Crescentini di “Generazione mille euro” (2009) in quello di Claudia, fidanzata del protagonista, nonostante l’argomento trattato ricorre più volte all’ironia, tanto da prendere avvio con toni piuttosto leggeri, quasi da commedia, pur lasciandoci tranquillamente avvertire la tensione nei confronti dell’evento negativo che, come sappiamo, dovrà per forza accadere. Evento negativo che, posto a metà pellicola, permette alla macchina da presa di Amadei – spesso in movimento nel probabile fine di richiamare lo stile realistico dei reportage di guerra – di impazzire totalmente per far sì che l’insieme assuma ancora di più i connotati di un vero racconto in soggettiva degli avvenimenti, tra le angoscianti e disperate urla fuori campo del protagonista e gli impressionanti dettagli della sua gamba ferita. Per una sequenza che, complice anche la bella fotografia di Vittorio Omodei Zerini di “Sono viva” (2008), non ha assolutamente nulla da invidiare a simili sfornate in più costosi prodotti d’oltreoceano, tanto da incarnare il momento più riuscito della non eccelsa ma comunque apprezzabile operazione. Operazione la cui seconda parte, spostandosi su toni strettamente autobiografici, riporta il tutto nei binari più classici del cinema italiano d’inizio XXI secolo, conferendo un certo sapore da film dossier attraverso cui l’autore sfrutta il suo analogo personaggio per dichiarare di non essersi mai sentito una vittima, ma di essere in fondo un carnefice, di far parte di un sistema che si nutre ogni giorno di sangue. Mentre non possiamo fare a meno di avvertire la presenza dietro la camera di un soggetto notevolmente dotato, sia dal punto di vista tecnico che, in generale, del racconto per immagini.


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