L’antifascismo del XXI, come quello del secolo scorso, ha davvero rotto coglioni, anche perché i paladini di questa corrente maggioritaria della mistificazione storica hanno consegnato il Paese agli eserciti stranieri, come e peggio dei fascisti, i quali prima si misero nelle mani dei tedeschi e poi persino dei “liberatori” americani, parliamo tanto dei singoli che dei gruppi sociali economico-produttivi, rinnegando il loro presente appena diventato passato. Adesso, la gran parte di quelli che monopolizzano il 25 Aprile lo fanno ribaltando alcune verità storiche inequivocabili, facendo passare la resistenza per un grande movimento di popolo, animato da sentimenti antiautoritari, laddove essa fu fenomeno marginale egemonizzato soprattutto dai comunisti, come rivelò anche l’ex PresdelRep Francesco Cossiga: “Il Partito Comunista ha quasi monopolizzato il comando della lotta partigiana anche in forme violente…ha monopolizzato il ricordo, e anche giustamente, perché la resistenza è stata almeno per l’80% comunista, e senza il Pci non ci sarebbe stata resistenza.”
In Italia erano quasi tutti fascisti ma alla caduta del regime non si trovava più un simpatizzante del Duce, nemmeno a pagarlo salato. Erano tutti divenuti “anti”, i fascisti e persino i repubblichini del giorno prima erano ormai partigiani del giorno dopo.
I comunisti, peraltro, non avevano nessuna voglia di essere scambiati per semplici liberatori che combattevano al fianco degli alleati ma volevano fare come la Russia, secondo lo slogan coniato, molto tempo prima, da Nicola Bombacci (fondatore del PCI, finito a testa in giù a Piazzale Loreto insieme al suo amico Mussolini), ovvero sovietizzare l’Italia per mettersi al fianco della “patria socialista” russa. Infatti, le “brigate” comuniste deposero le armi con molta riluttanza, ben oltre la fine del conflitto, non lesinando scontri e vendette coi partigiani “cattolici”, e solo perché credettero ai loro dirigenti politici che ad un certo punto dissero “Basta!” (Togliatti) perché gli accordi internazionali (a Yalta) tra le potenze vincitrici della guerra assegnavano l’Italia al quadrante occidentale. Ma l’obiettivo dei partigiani comunisti non fu mai quello di riportare il Paese nell’alveo dei regimi democratici, quanto quello di realizzare una rivoluzione anticapitalistica, tanto più che due decenni dopo i brigatisti rossi ricorreranno proprio al mito della resistenza tradita per imbracciare nuovamente le armi e finire il lavoro lasciato incompiuto nel ’45.
Dunque, stare a sentire ancora oggi, nell’anno 2015, questi vuoti discorsi democratici pronunciati da mezze calzette istituzionali (che ancora si accaniscono contro i simboli del fascismo), generati da un vile tradimento, quello consumatosi l’8 settembre del 1943, risulta disgustoso ed intollerabile. Ed ancor più insopportabile è che a farci la morale siano i figli (spesso di sangue) dei trasformisti di ieri, i quali con i loro funambolismi attuali aggiungono ai voltafaccia dei loro padri uno sporco opportunismo che sta conducendo la nazione al fallimento politico ed economico ed alla svendita della sua sovranità. Da traditori non potevano che venire fuori “traditori e mezzo”. Come ha scritto il pensatore veneto Gianfranco La Grassa: “l’antifascismo azionista – erede dei socialisti liberali, forse più ancora che dei liberalsocialisti – è stato il terreno fertile per le più gravi involuzioni della storia della Repubblica italiana sfociate in “mani pulite” e su cui ho già detto più volte ciò che penso. Questo antifascismo sta compiendo adesso un ulteriore salto di qualità, facendosi apertamente complottista ed eversore“. C’è poco altro da aggiungere e proprio niente da festeggiare.
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