4/5. Politica e parole: la ‘crescita’

Creato il 14 febbraio 2013 da Angelonizza @NizzaAngelo

Sviluppo e progresso

L’ultimo termine messo in agenda è ‘lavoro’ e ce ne occuperemo giovedì prossimo, proprio alla vigilia delle elezioni 2013. Oggi, invece, dopo ‘riforma’, ‘esodati’ ed ‘equità’ è la volta di fare i conti con la ‘crescita’. La parola è entrata di diritto nell’arena politica perché legittimata dal contrasto ai programmi ispirati al suo esatto contrario, e però considerati necessari per sanare la finanza pubblica, cioè l’austerity. Detto altrimenti, si torna a parlare di ‘crescita’ volendo inaugurare la famosa fase due che avrebbe il compito di rispondere in positivo al rigore e, quindi, di replicare alla recessione. Se ne discute di nuovo, grossomodo negli stessi termini in cui lo si è fatto ai tempi del boom economico del dopoguerra. Il profilo, fatte salve alcune differenze di sorta: le misure del Pdl, liberiste e filo-privatiste, non sono certo le stesse di quelle offerte da Rivoluzione Civile, che si erge a difensore del pubblico e dei meno abbienti, col Pd che galleggia in mezzo, vagamente socialdemocratico, un po’ liberal e un po’ di sinistra, è quello di un ritorno alla ragione industriale di stampo positivista. Crescere significa, quindi, sviluppo, nel senso di un aumento delle quantità di beni e servizi, di lavoro ma anche di capitali. Nell’ottimismo illuminista borghese questo trend favorirebbe un generale miglioramento delle condizioni di vita della società. Non è stato così, non lo è perlomeno perché è falso ritenere il paradigma della crescita alla stregua di un dispositivo eterno e incorruttibile, il migliore dei mondi possibili. Perfino lo sviluppo prima o poi cessa. È un prodotto storico. Qui però sta il punto. Perché finisce, perché rischia la crescita di divenire parola vuota? Due almeno sono le scuole di pensiero che azzardano una risposta alla domanda. La prima dice che si è arrivati all’esaurimento delle risorse materiali e umane e alla sostanziale saturazione degli spazi, compresi i posti di lavoro. Da qui, c’è chi fa sue le teorie di Serge Latouche sulla decrescita: no all’overdose da consumi, sì al localismo, sì a una gestione economica finalizzata al soddisfacimento dei bisogni necessari. Insomma, si tratta di una lettura della crisi della crescita in chiave quantitativa, che rigetta la forma del sistema perché avrebbe raggiunto il limite, avrebbe toccato il massimo. La seconda prospettiva, invece, tenta di individuare i motivi dell’arresto della crescita, senza tuttavia proporre alternative inversamente proporzionali, negli aspetti qualitativi che qualificano l’assetto produttivo. Non l’esaurimento delle materie prime o la saturazione dell’occupazione, ma la sostanziale innovazione dell’iter lavorativo che finirà per scrivere i titoli di coda sullo sviluppo a carattere capitalista. Sono quelli del post-operaismo, sono i Negri, i Virno, i Marazzi che intercettano nel divenire linguistico del lavoro le contraddizioni dell’intero sistema.



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