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8×8 terza serata: tre domande a Andrea Caterini (Gaffi)

Creato il 04 aprile 2012 da Viadeiserpenti @viadeiserpenti

Gaffi EditoreAbbiamo fatto tre domande a Andrea Caterini, scrittore, critico letterario e ufficio stampa di Gaffi (casa editrice madrina della terza serata di 8×8), su concorsi letterari e esordienti.

Un commento sull’iniziativa 8×8?
Penso che 8×8 sia un’iniziativa molto interessante da più di un punto di vista. In primo luogo dà un’idea di quante persone siano interessate a scrivere, a mettersi in gioco con la scrittura. Le numerosissime richieste di partecipazione arrivate allo Studio Oblique fanno pensare a un paese che non sa fare a meno di esprimersi attraverso la scrittura. Poi, da qui a dire che tutti i partecipanti siano degli scrittori o dei futuri tali ci sarebbe da discuterne, anche perché, dai racconti che ho letto, mi è sembrato di notare una certa ansia di esporsi, appunto scrivendo, senza però avere gli strumenti per farlo. L’idea generale che mi sono fatto attraverso questa iniziativa, è che molti scrivano senza sapere perché lo fanno e soprattutto non sapendo bene cosa hanno di così necessario e urgente da esprimere. Per la gran parte, i racconti di chi ha partecipato ad 8×8 mancano di una densità e di una consapevolezza linguistica, come se chi avesse scritto fosse, se non proprio estraneo, poco abituato alla lettura. Ecco, come critico, prima ancora che come responsabile della comunicazione dell’editore per il quale lavoro, Gaffi, non credo affatto a una letteratura avulsa da un sostrato culturale – da una tradizione con la quale fare i conti in prima persona -, una letteratura molto spesso giovanilista che riproduce troppo facilmente un vuoto anziché il lento lavoro di chi sta cercando la propria voce e i significati che quella voce gli fa alla fine scoprire (gli fa scoprire di sé e della realtà in cui vive). A proposito di voce. 8×8 è interessante anche sotto questo punto di vista. Far leggere agli autori il proprio racconto pubblicamente li mette davanti a un’evidenza. Una volta un amico poeta mi disse una cosa sulla quale sono molto d’accordo: se vuoi davvero sapere se ciò che hai scritto ha senso, allora lo devi leggere ad alta voce. Nel ritmo, nella musica di quella voce si nasconde già l’esito espressivo di quanto hai scritto. L’ascolto della propria voce è infatti il punto di partenza per maturare un giudizio critico.

Nella vostra politica editoriale quanto spazio è riservato agli esordienti?
Non posso dire ci sia uno spazio determinato riservato agli esordienti. In linea generale, prediligiamo quegli esordienti che abbiano una lingua già matura, consapevole, dove la voce e lo stile sono già molto definiti. Per questo quando pubblichiamo il libro di un esordiente è perché siamo sicuri che merita a pieno titolo di stare in un catalogo come il nostro, che ha la pretesa di mantenere un livello qualitativo molto alto (sia per quanto riguarda la narrativa, sia per la saggistica, in specie letteraria). Il nostro 2012 si è inaugurato con due libri di narrativa che riteniamo importanti, ed entrambi sono degli esordi. Il primo è di Davide Orecchio, Città distrutte. Sei biografie infedeli, una raccolta di racconti straordinaria a mio avviso (e ci dà ragione anche la critica, per come finora l’ha positivamente accolto, con le recensioni di Daniele Giglioli, Angelo Guglielmi, Matteo Marchesini, Angelo Ferracuti). Davide ha poco più di quarant’anni e certo, leggendolo, non diresti mai di trovarti sulle pagine di un’opera prima. Orecchio ha un’idea della letteratura molto forte e molto definita. I suoi racconti ruotano intorno alla vita, vera o presunta, di sei personaggi. Di Orecchio colpisce come la pudicizia della scrittura sia il suo modo per non sporcare di se stesso le vite che racconta. Quelle vite sono sempre colte nell’apice in cui la coscienza subisce una crepa e mostra la sua non esaustività – come un dolore che non è più possibile dimenticare e che le denuda. Quella pudicizia, la lingua lo fa percepire al tatto (una lingua elegante, densa, colta ma mai compiaciuta) è una forma di pietà. Il secondo libro a cui accennavo è invece di Fabrizio Patriarca, Qualcosa abbiamo fatto. Patriarca arriva alla narrativa anche lui in età piuttosto tarda, siamo ancora sulla soglia dei quarant’anni. E soprattutto ci arriva dopo aver compiuto degli studi molto importanti, in specie sulla poesia (classica e contemporanea). Voglio ricordare almeno il bellissimo saggio che pubblicò qualche anno fa, sempre con la nostra casa editrice, dedicato alle Operette morali di Leopardi: Leopardi e l’invenzione della moda. I riferimenti di Patriarca sembrano diametralmente opposti a quelli di Orecchio, ma sono altrettanto solidi. Definirei la sua una lingua barocca, dove l’aggettivazione – di matrice gaddiana – si impegna ad essere intreccio e al contempo significato. Patriarca ha scritto il romanzo di una generazione, che è tragico e nello stesso tempo grottesco, ironico nell’individuare come le illusioni e i sogni di una vita si spengano e vengano traditi dalle ipocrisie a cui la vita troppo spesso ci costringe.

Quali sono i canali e le modalità migliori per trovare e scegliere gli esordienti?
C’è un grande lavoro di squadra nella nostra casa editrice. Credo che questo avvenga perché tutte le persone che vi lavorano si stimino sinceramente l’una con l’altra. A partire dal nostro Direttore editoriale, Andrea Carraro, che è anche e soprattutto un ottimo scrittore, a il nostro Caporedattore, Salvatore Santorelli, che è un lettore severo e attento, con una capacità di giudizio millimetrica. Proprio a partire da questa stima reciproca, ogni persona che compone lo staff della casa editrice legge i libri che ci vengono sottoposti; nascono spesse volte delle discussioni appassionate che sono una vera e propria palestra critica. In più, la Gaffi vanta un Comitato Scientifico composto da tre eccellenti critici letterari (Filippo La Porta, Raffaele Manica e Massimo Onofri), che si riunisce periodicamente per discutere il catalogo. Quindi, senza voler eludere la tua domanda, vorrei risponderti che non credo esista un canale privilegiato per scovare gli esordienti (ogni anno poi, ce ne sono davvero troppi, centinaia di nuovi che molto spesso sarebbe stato un bene se avessero taciuto). Delle volte arrivano per caso perché mandano un libro in redazione, altre perché se ne è seguito il lavoro passo passo, leggendo i loro interventi sparsi su riviste di settore – cartacee e online -, altre ancora è uno dei membri del Comitato Scientifico a suggerirci un autore nuovo che loro stessi hanno seguito fin dall’inizio. Ma come dicevo prima, prediligendo esordi maturi e già pienamente consapevoli, finiamo nella gran parte dei casi per pubblicare esordi che non sembrano neppure tali perché l’autore si è già distinto per il suo talento altrove, come appunto in una rivista.


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