Magazine Europa
Mentre proseguo lungo il marciapiede cercando di familiarizzare con la pista ciclabile, ovvero cercando evitare di essere arrotato, sfoglio il volume con una certa incredulità. Sembra che qui non ci sia nemmeno una sola ragione per venire a fare del turismo e già m'incupisco al pensiero di aver toppato tappa. Ma la parola opinione deriva da opinabile (o è il viceversa?), e difatti - manco a dirlo - l'opuscolo pescato in hotel naturalmente è di avviso completamente opposto. Göttingen, all'italiana Gottinga, è invece città antica, ricca di storia e di cultura, ospitando (ma questo lo sapevo già) - la prestigiosa Georg-August Universität, fondata nel 1737 che, tra le altre cose, ha visto passare tra le sue aule come studenti, professori, o entrambi, ben 43 Premi Nobel (questo invece non lo sapevo) e altre grandissime personalità soprattutto scientifiche, come Gauss, Riemann, Minkowski, Fermi, segno della ricchezza del fermento culturale del luogo.
Il centro è grazioso e accogliente, a misura d'uomo (ma anche di marziano) nelle architetture tipiche a graticcio delle case, nelle strade strette, nei numerosi pub e nell'ariosità della Marktplatz, la piazza principale presidiata dal palazzo dell'Alte Rathaus, l'antico municipio, e dalla ragazza più baciata del mondo. Si tratta della fontana con la statua della Gänseliesel, ovvero la Ragazza dell'oca, che poco dopo la sua costruzione nel 1901 divenne oggetto della tradizione studentesca secondo la quale tutti coloro che si laureano a Göttingen devono arrampicarvisi e stampare un bacio su una guancia della ragazza. Poiché l'usanza veniva sovente svolta in situazioni oltremodo chiassose e alcooliche, nel 1926 la municipalità di Göttingen proibì la pratica per decreto, ma pare che fino a oggi la legge non sia mai stata fatta rispettare. Del resto si può forse proibire di baciare?
Se ci aggiungo l'Alte Botanische Garten der Universität Göttingen, giardino botanico storico in cui sono rappresentate oltre 14.000 specie di piante, comincio a pensare che stavolta la mitica Routard abbia preso una cantonata colossale a non segnalare Göttingen. E la conferma mi arriva, quando al ritorno, sulla medesima Kasseler Landstraße dell'andata, il mio sguardo si spinge tra le inferriate di un giardino verde e rigoglioso, che prima non avevo notato. Giacché il luogo non è menzionato neanche nell'opuscolo dell'hotel, penso sia il solito parco cittadino. Raggiungo un cancello di fronte quale si apre un viale che porta a una Cappella e il posto sembra davvero molto bello. Così decido di rilassarmi facendo due passi nel verde. Il rumore del traffico della statale si smarrisce dopo pochi passi e senza che me ne accorga, vengo immerso in un silenzio irreale. Poi supero la Cappella e capisco perché.
Lapidi. Antiche e moderne. In ordine sparso e casuale, come in piazzole di un campeggio. Sorgono direttamente dal prato come se fosse stata la Natura a metterle lì, quella stessa Natura studiata, teorizzata, sbirciata dagli scienziati di Göttingen. E il mio cuore ha un sussulto quando il mio sguardo si posa sull'iscrizione che recita Karl Schwarzschild (1873 - 1916), l'astronomo e astrofisico famoso per aver matematicamente previsto i buchi neri. Forse non è un caso che prosegua la mia passeggiata come sbalzato fuori dello spaziotempo. Vengo così a sapere da una mappa appesa a un cancello che qui sono sepolti otto Premi Nobel, e superato un laghetto ornato da ninfee, trovo la tomba di Max Planck (altro sussulto del cuore). Mi viene spontaneo inchinarmi a colui che insieme ad Einstein ha incarnato la rivoluzione dei paradigmi della fisica del novecento, facendo fare un salto quantico all'intera visione del mondo.
Il parco (perché proprio non riesco a chiamarlo cimitero) è vastissimo e c'è da perdersi. Non so se - ed eventualmente a che ora - lo chiudono e a tratti vengo colto dal terrore di restarvi chiuso dentro. Ma vorrei anche che la passeggiata non finisse. Nell'atmosfera uggiosa, quasi nebbiosa, ogni tanto sento un fruscio. Mi volto. È sempre un ciclista solitario che attraversa lento i viali deserti e ogni volta quasi mi aspetto di vederlo svanire alla seconda occhiata, come un fantasma che ha esaurito il suo compito. E il mio vagare continua, mentre la luce del pomeriggio si affievolisce, tra nomi di gente che non c'è più e vispi coniglietti che spuntano da dietro i cespugli, attraversano trotterellando i sentieri indisturbati, e si tuffano sparendo in una macchia di verde più in là. L'atmosfera è davvero suggestiva e mi viene la voglia di vedere questo posto nel pieno dell'Anno Accademico, in una bella giornata d'autunno, magari poco dopo la prima spruzzata di neve dell'anno. Lo immagino frequentato da studenti chini sui libri, che dopodomani c'è la sessione di esami, e da ragazzi che si tengono per mano, da gente che viene cercare un po' di tranquillità per leggere sulle panchine e da professori che lo trovano un buon posto per riflettere sul Bosone di Higgs o sul mistero dei numeri primi o sulle implicazioni della simmetria.
È bello pensare che questo sia un parco e non un cimitero. È bello pensare che i vivi possano avere un posto dove venire a condividere un pezzettino della loro vita quotidiana in compagnia dei loro morti. Perché i morti non meritano di essere ghettizzati, emarginati, ingabbiati, rinchiusi in campi di concentramento spirituali, nell'illusione dello struzzo che rimuovere il risultato della morte sia come rimuovere la morte stessa. Perché a saperli ascoltare i morti hanno sempre qualcosa da dirci. E perché se noi viviamo un po' con loro, anche loro vivranno un po' con noi.
Insomma, non è forse abbastanza per fare un salto a Göttingen?
/continua
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