Magazine Cultura

A primavera (Guy de Maupassant)

Creato il 24 marzo 2011 da Ivy

muggia12

Quando giungono le prime belle giornate, e la terra si risveglia e si rifà verde, e il tepore profumato dell’aria ci carezza la pelle, ci entra nel petto e sembra penetrarci persino nel cuore, siamo presi da indefiniti desideri, dalla voglia di correre, d’andare a caso, di cercare avventure, di ubriacarci di primavera. (…) e io uscii di casa con l’animo in festa, per andare chi sa dove.

(…) Il ponte del Mouche era gremito di passeggeri poiché il primo sole trascina tutti fuori di casa, anche a non volerlo; tutti si agitavano, andavano e venivano, parlavano con i vicini. Accanto a me era una donna.

(..) La mia vicina rialzò gli occhi, e questa volta, dato che stavo sempre guardandola, sorrise palesemente. Era incantevole così, e nel suo sguardo fuggente mille cose mi apparvero, mille cose ignorate sino allora: profondità sconosciute, tutto l’incanto delle tenerezze, tutta la poesia che noi sogniamo, tutta la felicità che noi cerchiamo senza tregua. Ed io provavo un desiderio fosse di aprire le braccia, di portarla in qualche luogo per mormorarle all’orecchio la soave musica delle parole d’amore.

Stavo per aprire la bocca e avvicinarmi a lei, quando qualcuno mi toccò la spalla. Mi voltai, sorpreso, e vidi un uomo d’aspetto comune , né giovane né vecchio, che mi osservava con un’espressione triste.

- Vorrei parlarvi, – disse.

Feci una smorfia, che lui certamente vide, perché aggiunse:

- E’ importante. (…) Signore – riprese lui, – quando l’inverno si avvicina con i freddi, la pioggia e la neve, il vostro medico vi dice ogni giorno: « Tenete i piedi ben caldi, guardatevi dai raffreddori, dai reumi, dalle bronchiti, dalle pleuriti ». Allora voi prendete mille precauzioni, portate flanelle, soprabiti pesanti, grosse scarpe, e questo non vi impedisce di trascorrere lo stesso due mesi a letto. Ma quando ritorna la primavera, con le sue foglie e i suoi fiori, le sue brezze calde che illanguidiscono, le sue esalazioni dei campi che vi apportano vaghi turbamenti, tenerezze senza causa, nessuno vi viene a dire: « Signore, guardatevi dall’amore! E’ imboscato ovunque; vi spia da ogni angolo: tutte e sue astuzie sono tese, tutte le sue armi affilate, tutte le sue perfidie pronte! Guardatevi dall’amore!… Guardatevi dall’amore! E’ più pericoloso del reuma, della bronchite, della pleurite! Non perdona e fa commettere a tutti irreparabili bestialità ». Sì, signore, io dico che ogni anno il governo dovrebbe far affiggere su tutti i muri grandi manifesti con queste parole: Ritorno della primavera. Cittadini francesi, guardatevi dall’amore; proprio come si scrive sulle porte delle case: Attenzione, vernice fresca! Ebbene, dato che il governo non lo fa, lo sostituisco io, e vi dico: « Guardatevi dall’amore, sta per accalappiarvi, e io ho il dovere di mettervi sull’avviso (…) ».

- In fin dei conti, signore, mi sembra che vi immischiate in cose che non vi riguardano affatto.

Egli ebbe uno scatto e rispose:

- Oh! signore! Signore! Se mi accorgo che un uomo sta per annegare in un luogo pericoloso, devo dunque lasciarlo perire? Ecco, state a sentire la mia storia, e capirete come mai io osi parlarvi in questo modo. « E’ stato l’anno scorso, di questi tempi (…) Era un tempo come quello d’oggi; e salii sul Mouche per fare un giro a Saint Cloud. (…) d’improvviso al Trocadero, una ragazza salì con un pacchetto in mano e si sedette davanti a me. Era carina, sì signore; ma è stupefacente come le donne appaiano più belle quando fa bel tempo, nei primi giorni di primavera: hanno qualcosa di seducente, un incanto, non so che, tutto particolare. Proprio come il vino che si beve dopo il formaggio. La guardavo e anche lei mi guardava, ma solo ogni tanto, come la vostra ragazza or ora. Infine a forza di osservarci, mi pare che ci conoscessimo abbastanza per attaccar discorso e le rivolsi la parola. Mi rispose. Era molto graziosa, veramente. Mi inebriava, caro il mio signore! A Saint Cloud, scese, la seguii. (…) E se andassimo a fare un giro? Volete, signorina? Mi scoccò in tralice una rapida occhiata come per calcolare esattamente il mio valore, poi, dopo avere u poco esitato, accettò. Ed eccoci a gomito a gomito in mezzo agli alberi. (…) poi lei canto perdutamente mille cose, pezzi d’opera, la canzone di Musetta! La canzone di Musetta! Come mi sembrò poetica allora! (…) e le presi le mai (…) Poi ci guardammo a lungo negli occhi. Oh! Quale potenza può avere l’occhio della donna! Come turba, invade, possiede, domina! Come sembra profondo, pieno di promesse, d’infinito! Questo si chiama guardarsi nell’anima! Oh! Signore, che bugia! Se ci vedessimo nell’anima, saremmo più saggi, credete a me. Insomma, io ero finito, pazzo d’amore. Volli prenderla tra le braccia. Mi disse: – Giù le zampe! – Allora m’inginocchiai vicino a lei, le aprii il mio cuore. (…) Quando ella ne ebbe abbastanza delle mie dichiarazioni, si alzò; e ce ne ritornammo a Saint Cloud. La lasciai soltanto a Parigi, dopo il nostro ritorno, aveva l’aria così triste, che la interrogai. Mi rispose: – Penso che di giornate come questa non ve ne sono molte nella vita. – Il mio cuore batteva da schiantarmi il petto. (…) Infine persi del tutto la testa e tre mesi dopo la sposai. Che volete, signore; si è impiegati, soli, senza famiglia, senza nessun consiglio! Si pensa che la vita debba essere dolce, con una donna! E questa donna, la si sposa! Allora, lei vi insulta dalla mattina alla sera, con capisce nulla, non sa nulla, ciarla senza tregua, canta a gran voce la canzone di Musetta (oh, la canzone di Musetta, che seccatura!), letica con il carbonaio, racconta alla portinaia i fatti intimi di casa, confida alla domestica del vicino tutti i segreti dell’alcova, indebita il marito con i bottegai, ed ha la testa piena zeppa di storie tanto sciocche, di superstizioni così idiote, d’opinioni così grottesche, di pregiudizi così enormi, che io piango si scoraggiamento, signore, tutte le volte che mi metto a parlare con lei.

Tacque, un poco affannato e molto commosso. Io lo guadavo, preso da compassione per quel povero diavolo ingenuo, e stavo per rispondergli qualcosa, quando il battello si fermò. Eravamo arrivati a Saint Cloud. La ragazza che mi aveva turbato si alzò per scendere. Mi passò accanto, gettandomi un’occhiata obliqua, con un sorriso furtivo, uno di quei sorrisi che vi rendono pazzo; poi saltò sul pontile. Io mi precipitai per seguirla, ma il mio vicino mi afferrò per la manica. Mi liberai con una mossa brusca; ma lui mi prese per le falde della giacca e mi trasse indietro, ripetendo: – Non andate, non andate! -

(…) E il battello ripartì. La giovane, rimasta sul pontile, mi guardava allontanarmi con aria di disappunto, mentre il mio persecutore mi bisbigliava in un orecchio:

- Vi ho reso un gran servizio, caro mio.

A primavera (Guy de Maupassant)
Condividi su Facebook.


Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Magazine