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A proposito di Armodio - La dimora delle verità silenti dalla rete...

Creato il 04 ottobre 2012 da Roberto Milani

Leggo sul blog 'TRE COSA CHE SO' (http://trecose.blogspot.it/ ) un bell'articolo, passionale, intelligente e ben scritto, sulla mostra di Armodio a Palermo ( vedi: http://lastanzaprivatadellarte.blogspot.it/2012/10/a-proposito-di-armodio-la-dimora-delle.html).
Un'analisi efficace, da una prospettiva da non addetto al settore,  vista con gli occhi di una appassionata collezionista... 
riporto: (articolo originale su: http://trecose.blogspot.it/2012/10/armodio.html )

giovedì 4 ottobre 2012

Armodio

(Tornata dalle emozioni di Palermo ho scritto, scritto, scritto. Ed atteso, perché visto che oggi 04 Ottobre è il compleanno del Maestro Armodio, volevo che il post ci cadesse dentro, come una torta con le candeline. Curioso poi, così vicino al compleanno di Scuffi – ed al mio, tra l’altro. Tutti nati sotto ad una ramata foglia d’autunno. Auguri!) Sono estremamente in imbarazzo. Ho dunque partecipato all'inaugurazione della Mostra di Armodio "La dimora delle verità silenti", all'interno del Palazzo Reale di Palermo, e sono rimasta senza parole. Io, a bocca aperta. Sono seduta qui a scrivere, tassativamente convinta di fare come al solito: far fluire le mie emozioni, leggere i quadri con l'occhio del fruitore-che-per-lavoro-fa-altro, raccontare l'esperienza della "persona normale". E non mi viene in mente niente di "pratico"! Perchè Armodio altri non è che LA PERFEZIONE. Non ci puoi girare intorno, non puoi fare paragoni con nessuno, non puoi farlo scendere dall'Olimpo, dove per diritto divino la sua abilità risiede, e mescolarlo ai comuni mortali; credetemi, non sono impazzita, se volete vi parlo un pochino di R.C. Auto così vedete che sono sempre io. E' Armodio che sta una spanna sopra, e mi rende la cosa davvero molto, molto difficile. Finisci per impostare il discorso con termini da critico professionista, ma anche in quel caso ci esci perdente, basta guardare il catalogo: all'inizio quasi quattro pagine - figure escluse - scritte fitte fitte dalla Somma Acidini (mai viste così tante da lei), e poi da Daniela Brignone, Giovanni Faccenda, e pure Stefano Zecchi, mica quelli dell'ultimo banco. Ed alla fine l'antologia critica: venti riassunti di esegesi dal 1970 in poi, di quindici critici diversi. Hanno fatto davvero le cose in grande, per questa Mostra, a cominciare dall'ambientazione (le Sale Duca di Montalto) davvero spettacolare, che si sposa a meraviglia con la pittura del Maestro, con i suoi tratti senza tempo e le sue cromìe. Penso a molti pittori contemporanei, anche ottimi, che pur "stonerebbero" come una pianola scordata in quelle sale, perchè usano colori troppo accesi, perchè hanno gestualità violente, perchè non sanno camminare in punta di piedi  (ma non Scuffi, Scuffi no, anche lui ci starebbe gran bene). Venti quadri più qualche pezzo già visto al Chiostro del Bramante l'anno scorso (visto da altri, non da me). Non moltissimi, quindi, ma me ne sarebbero bastati anche metà per capire che Armodio è un genio. Parlo solo delle tempere, neanche sono riuscita a soffermarmi troppo sui disegni e sulle carte anticate, sui quali lui schizza il bozzetto e fa la prima lavorazione (allora lo vedi che la Perfezione, il Genio, partono puntualmente dal saper disegnare bene "sotto", come affermo sempre anche io! Sarò un'assicuratrice che si occupa di cose non sue ed ogni tanto straparla, ma non sono del tutto scema!); già solo con le tempere avevo il nodo in gola. Ci siamo anche temporaneamente separati, io e mio marito, cosa che di solito non facciamo mai nei Musei, nelle Fiere, nelle Mostre, perchè leggiamo l'emozione l'una negli occhi dell'altro, per comprenderla e viverla meglio, io con più razionalità e spirito di osservazione, e lui tutto istinto e spirito di rinnovamento. Non so perchè, forse ci vergognavamo pensando al rischio di beccarci reciprocamente ad asciugare una furtiva lacrima, oppure con la bocca aperta, se non direttamente svenuti alla Stendhal. Tra l'altro, c'è da dire che non siamo propriamente una coppia mondana, le nostre serate fuori sono da tempo ridotte al lumicino (io, poi, sono per natura un po' orsa, piuttosto che discoteca o roba simile firmo con il sangue per una serata di chiacchiere a quattro, con pizza e libri in casa); le emozioni che ci aveva riservato la serata al Chiostro del Bramante per Balsamo, giusto la settimana prima, non erano ancora sopite. Non posso assimilare tutto troppo in fretta, rischio davvero di star male per aver fatto indigestione di bellezza; una serata come quella di Roma mi dà una carica che dura per un mese, e sovrapporci così presto qualcosa di altrettanto forte dal punto di vista emotivo mi sballa. Deve essere qualcosa del genere la sensazione di chi fa uso di sostanze strane; praticamente mi sono fatta un sorta di trip d'arte! E mi stringe il cuore se penso a coloro che vivono questi eventi come "la normalità", magari per timbrare il cartellino, o per dire "io c'ero", o peggio ancora "mi hanno visto anche lì" (il vestito, le scarpe, chi sta con chi): quante perle gettate, quante. Per mantenere nell'anima a vita anche una sola goccia di certe emozioni, io sarei pronta a dare un braccio, non c'è paragone, tanto mi resterebbe sempre l'altro (cosa ce ne facciamo di braccia, gambe, occhi, bocca, se dentro siamo inariditi, o peggio ancora svuotati?). Piccola nota da sociologo, su una curiosa differenza che è saltata al mio occhio molto provinciale comparando queste due serate, entrambe profondissime, in due città entrambe ricche di storia, cultura ed intelligenze: Roma patisce molto la “notorietà” (la fama, il vip), Palermo invece il “potere” (dato dalla politica, dal ruolo, dal denaro). Buffo. Meglio non scavare più a fondo, e continuare a far da parete. ARMODIO: è proprio vero che non sbaglia mai, ogni tavoletta è un miracolo di eccellenza, non c'è un millimetro quadrato fuori posto, non puoi aggiungere o togliere niente, sono tutte un unico equilibrio di purezza. I soggetti sono strani: pentole, caffettiere, mele secche, uova, ma com'è facilmente immaginabile sono fatti perchè lo sguardo vada oltre (anche se a dire il vero pure il fermarsi lì basterebbe a riempirlo di bellezza assoluta). A prima vista mi ha dato la sensazione di veder scorrere cartoline e fotografie d'altri tempi, mi sono immaginata il Maestro accovacciato in una qualche soffitta polverosa, mentre estrae dal classico baule magico (è tipico di tutte le soffitte polverose avere almeno un baule magico nascosto da qualche parte) tante piccole meraviglie avvolte dalle ragnatele del tempo, mentre le lucida, le prepara una ad una per la gioia dei nostri occhi, ma in fondo anche dei suoi. Poi ne abbiamo parlato con lui in persona, chiedendogli il perchè di queste scelte così singolari e minuziose, e ci ha raccontato il suo percorso (è tutto nel suo Sito Internet, di cui va molto fiero, e parliamo di un uomo nato nel 1938... come mi sono sentita impedita...), quando abbandona le prime esperienze surrealiste alla Dalì, ed approda ai cicli dei ritratti immaginari perchè "voleva inventarsi le facce dei suoi avi che non aveva mai visto" (parole sue); e visto che Armodio sotto sotto è uno che ti fa l'occhiolino, che si diverte ad interagire con chi guarderà la sua creatura, secondo me anche quando dipinge il ciclo delle scarpe, o delle librerie, continua in realtà a studiare facce, bocche, sguardi, e lo stesso fa con queste caffettiere: sono tutte dei ritratti (io ci vedo il bambino, il notabile, la coppia scoppiata, il militare, la ragazza innamorata, la nonna che fa la maglia...). Oserei dire addirittura che possono essere autoritratti, tante smorfie buffe di Armodio che gioca a fare il camaleonte con chi lo guarda, lo legge, lo cerca dietro ogni più piccolo particolare: la vite arrugginita, il filo rosso, la venatura del marmo, la piega della stoffa, la polvere. Tutto perfetto, come quegli sfondi da antiche pareti, ora sabbiose ora spugnose, dove appunta come con uno spillo da sartoria d'alta moda il cartellino con il suo nome, lasciandoci il dubbio se lui sia il brillante stilista, o piuttosto il rigoroso sarto dalle mani d'oro, o ancora sia lui, e non noi, il Cliente per cui quella meraviglia è stata commissionata, in attesa di un ritiro o di un ritorno a casa. Ho scoperto da questo catalogo (perchè io li leggo, i saggi di esegesi, scritti da quelli bravi, e ne vale la pena, sempre) che la Somma Acidini ama definire ogni arte con il suo specifico linguaggio d'espressione, quindi in teoria mai mischiare pittura e letteratura o poesia o musica, come faccio puntualmente io. Che figura (lei in realtà parla dei termini da usare, ma l'ho vissuta interiormente come una penna blu). Proprio non ci riesco, per me il sentire è immediato, è un unico binario: come faccio a guardare le tempere di Armodio e a non sentirmi risuonare nelle orecchie Pascoli ed il suo Fanciullino? Quel fanciullino che vive ancora di stupore e meraviglia, di intuizione e di ricordi, e che "scopre nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose". E' un furbacchione, Armodio, ci lancia sorridendo un'esca per vedere se sappiamo ancora "vedere", "guardare", "sognare"... Gusto mio, assolutamente personale, ma già che ci sono assegno il mio podio, come Giovanni Faccenda quando fa gli Speciali da Orler: sono andata fuori di testa per i dipinti con lo sfondo scuro, rosso cupo, come di cuoio, sul quale le parti metalliche delle due caffettiere risaltano come venature nel pellame. Ergo, prendendo la copertina del catalogo come una ipotetica scacchiera, D1 e A2 a pari merito per l'oro (Re e Regina). L'argento alla D4, con la mela e la brocca accomunate dall'aleggiare della ruggine, con quel rametto che non sa da melo (ecco lo scherzo di Armodio) ma è più un tralcio di vite (o forse di vita?) che visto dal vivo e non sulla pagina patinata sembra sbucare fuori. E il bronzo in D2, un'opera talmente bianco latte che fa luce già sulla copertina rispetto alle altre, dal vivo è uno squarcio di meriggio, con quel ricciolo di metallo così solido che non puoi fare a meno di chiederti come l'abbia dipinto, se usando un pennello o spremendolo direttamente fuori dal cuore della tempera. Armodio muove e vince in quattro mosse! Gli ho anche chiesto se potevo toccarle, le tavolette, perchè il polpastrello ha una sua voluttà che non sempre l'occhio soddisfa, e lui mi ha lasciato fare, spiegandomi come il suo uso tutto personale della tempera la fa sembrare come oli, con una densità che può ben rappresentare un gradino come un vero gradino, una piega come una vera piega, in rilievo addirittura.  Una persona squisita, il Maestro Armodio, pensatore estremamente colto e raffinato con un aspetto da incredibile bonaccione, da locandiere che non diresti. Per me neanche lo immagina di essere un genio, quando glielo dici allarga le braccia come per dire "bravo forse, il resto chi lo sa". Bravo sa di esserlo, ad ogni modo, e con mio marito poi in hotel discutevamo di tanti artisti che si definiscono "concettuali" perchè sono in realtà vere frane a dipingere, e quindi è comodo buttare tutto sul significato, sull'"idea", per nascondere carenze tecniche paurose. Signore e Signori, esiste Armodio, scompaiono tutti: c'è l'idea, c'è il concetto, c'è il pensiero, c'è il messaggio (vogliamo prendere ad esempio la tavola con i due barattolini ciclopici, freschi di nozze, ancora con la mano nella mano, e già con una parte del loro "sì" che va a farsi benedire? Dice niente a nessuno?), e ci sono anche una perizia, una capacità, un risultato senza paragoni. Metafore umane dipinte da mani non umane. Se usiamo il sistema più crudo ed antico, dividendo il mondo tra simpatici ed antipatici, è evidente che Armodio casca coi primi. Uno che scherza, che sorride, che se vai sul discorso quotazioni fa la battuta sul fatto di essere ancora "pittore vivente". E' ovvio ed immediato, per me, pensare a Marcello Scuffi e paragonare le due diverse forme di "umanità",  grande e fortissima in entrambi, in Marcello tutta toscana, in Armodio tipicamente emiliana fin dalla parlata. Che ne so, è come mettere in tavola il maialino di cinta (lo so che è senese, ma sempre Toscana è) ed i tortelli alla piacentina: son due portate totalmente diverse, ma entrambe ghiotte! Ti fai fuori primo e secondo, e lo vedi che parlare di locande non era poi così fuori luogo. A dirla tutta il Maestro Armodio mi ha tanto ricordato una persona che vive dalle mie parti, un omone grande e grosso che è abbastanza conosciuto da noi indigeni perchè gestisce un agriturismo particolarissimo: ha un solo tavolo (mediamente per una decina di persone). Se vuoi andarci a mangiare devi prenotare anni prima; noi ci siamo riusciti una volta sola. La sua non è cucina: è passione, è follia, è arte. Ti porta in tavola i vari piatti spiegandoti come li prepara, cominciando dal tipo di pastone che fa mangiare all'oca, di come la vede crescere, fino a quando te la serve, con tutte le fasi intermedie. Lo stesso con la pasta, le verdure, tutta roba dei suoi orti, ed i vini. Lì non mangi: vivi un'esperienza sensoriale. Armodio uguale: parla dei suoi dipinti e si illumina. Li conosce uno per uno come figli, e non sono moltissimi, te li spiega pennellata per pennellata, particolare per particolare. Ti fa capire la ricerca che ci sta dietro. E' immenso, non so trovare altro termine. Mi sarebbe piaciuto tanto stare seduta vicino a lui a cena solo per  ascoltarlo, perchè poi ci hanno anche invitato con loro - gentilissimi - i signori della Casa d'Arte San Lorenzo, ma giustamente se lo sono coccolato i due curatori, Daniela Brignone e Giovanni Faccenda, uno alla sua destra e una alla sua sinistra come con Gesù - e come li capisco. Che poi io a cena stavo anche male, sarà stata l'emozione ma avevo lo stomaco bloccato, avrò fatto la figura di quella carina e muta, cioè il mio esatto contrario in verità! (anche se devo dire che mi ero preparata davvero bene per la serata: mi sentivo, dentro e fuori, bellissima – anche in confronto alle “bellissime” per tacito accordo – infatti chi ha rivisto il giorno dopo la mia versione “diurna” senza un filo di trucco e con le MBT incorporate da passeggio praticamente non mi ha riconosciuto). Oppure era l'effetto dell'overdose di prima, visto che ho ormai definitivamente accettato l'idea di essere drogata d'arte, di bello e di chi lo predica. Troppo in una volta sola. Già che ho nominato Gesù, gli chiedo scusa per il paragone ma mi viene a fagiolo una citazione evangelica che mi ha ronzato nella testa per tutta la sera, perchè io e mio marito siamo collezionisti recenti ed impulsivi, tendiamo a comprare tante piccole cose piuttosto che accantonare la grossa cifra che ci permetterebbe di avere in casa il nome importante/storicizzato. Lo facciamo con nomi ed opere che ci piacciono, senza guardare al valore sia in termini di denaro che di fama, e difatti abbiamo preso qualche cantonata, opere che resteranno - seppur piacevoli - pura e semplice decorazione, ma ci sta, uno non può arrivare ad Armodio dal nulla, neanche lui fosse un casello autostradale che fagocita centinaia di vetture all'ora, una dopo l'altra e via. Armodio è un rifugio montano isolato, di quelli che raggiungi con la fronte imperlata di sudore dopo ore ed ore di camminata in salita, ora sotto spuntoni di roccia, ora su per sentieri umidi, finchè lo vedi apparire lì davanti, che si staglia sull'enormità del cielo terso ed azzurro, immenso e desiderato quanto il cielo stesso. E' per pochi eletti, gente che lo sappia capire. "Il Regno di Dio è simile ad un tesoro nascosto in un campo. Un uomo lo trova, lo nasconde di nuovo, poi pieno di gioia corre a vendere tutto ciò che ha e compera quel campo. Il Regno di Dio è simile ad un mercante che va in cerca di pietre preziose; quando ha trovato una perla di grande valore, egli va a vendere tutto quel che ha e compera quella perla" (Matteo 13,44-45). Ecco, direi che Armodio, dopo che hai smesso di balbettare, ti fa capire come fare un primo salto verso un collezionismo di bellezza e valore più consapevole (ma consci che i nostri otto adorati Scuffi resteranno dove sono). Amen.
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