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Al rifugio

Creato il 10 agosto 2010 da Desian
La salita è un accumulo di passi, un leva-e-metti continuo delle tue suole in vibram. Metro dopo metro ti avvicini a quella meta decisa a colazione tra fette biscottate con marmellata di more e il latte giallo di grasso perché appena munto. E la meta, vista l’ora (il calcolo, quando anche del tutto casuale, torna sempre sul tempo del pranzo), non può essere che un rifugio: uno di quei tavoloni dove la tua passeggiata, lo sforzo immane per cui ti sei trascinato fin qui, si acquieta dentro un piatto di canederli in brodo, di polenta coi finferli, di yogurt bianco coi frutti di bosco. Questo ti basta: che tutto ci sia. La tua sicurezza è quello scambio certo: cibo e magari anche un caffè, alla fine.
La meta agognata ha però un dietro le quinte: basta entrarci, dentro un rifugio, mentre la torma prende d’assalto ogni tavolo, ogni centimetro delle panche di legno per capire cosa ci sia dietro la tua presenza in quel luogo. Vederla, la cucina di un rifugio alpino, è a mio avviso quanto di più vicino ad un alveare in piena attività: li vedi schizzare in ogni dove gli addetti al tuo cibo anzi, piuttosto, li senti perché è tutto un rincorrersi di “attenzione – achtung – permesso” mentre li vedi che ti evitano slalomando come d’inverno tra i paletti. Persino quel minimo di organizzazione rappresentata da una cassa computerizzata (che qualche addetto guarda ancora con malcelata diffidenza…) o dal modo cronologico di disporre le ordinazioni per rispettare il turno di ogni avventore vanno presto in crisi, basta chiedere un caffè al banco e tutto crolla.
Non sono pensati per migliaia di visitatori al giorno, questi luoghi. Non per nulla chi se lo inventò il rapporto uomo-montagna lo vedeva come una lotta (la lotta con l’alpe), un corpo a corpo che è, per antonomasia, individuale. Troppo rumore, persino gli elicotteri si intromettono su un sentiero che appare deserto.
Per questo, secondo me, è così difficile strappare un sorriso sincero, da queste parti. Spesso una certa qual gentilezza di modi fa parte del contratto turistico ma capisci quanta diffidenza (e quanta fatica) ci sia dietro. E non è, badate bene, soltanto una questione di denaro, di gentilezza in cambio di turismo. No, è qualcosa di più profondo, di più significativo.
Intanto, e lo so personalmente, è davvero pesante lavorare e far fatica dove gli altri si divertono. Al sorriso disteso del turista spensierato è difficile contrapporre altrettanto quando sudi e sbuffi per accontentarlo, per fargli godere quella spensieratezza. A volte, invece, quella spensieratezza si accompagna a cafonaggine e pretenziosità e allora è ancora più difficile.
Questa terra è troppo forte per poter essere trasparente nella vita di chi ci è nato. O se ne vanno oppure, se restano, stringono un rapporto intensissimo, e anche un po’ esclusivo, coi loro luoghi. Contemporaneamente sanno che il loro benessere deriva da queste frotte di cittadini culo-pesanti che, col fiato grosso alla prima curva, non potranno mai essere dei veri montanari. Restiamo estranei.

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