Alberto fasulo e la malacritica: mille modi di farsi del male
Creato il 28 febbraio 2014 da Veripaccheri
L'uscita
nella sale di "Tir", il film di Roberto Fasulo vincitore con polemica
dell'ottava edizione del Festival di Roma, ripropone con forza la
questione relativa ai rapporti tra autori italiani e critici di settore.
Non erano mancati già all'indomani
della proclamazione del palmares romano giudizi sferzanti e molto
negativi da parte di
eminenti specialisti, che per l'occasione, considerando quel
verdetto, avevano parlato di abbaglio collettivo di una giuria che aveva
confuso l'importanza del tema - la drammatica scelta di un professore
che diventa camionista per poter sostenere la propria famiglia - con le
qualità drammaturgiche e di fruibilità di un'opera
che sembrava non averne. Non certo una novità vista la disparità che
solitamente contraddistingue le scelte della giurie dalle aspettative
degli addetti ai lavori, e per il precedente accaduto proprio a Roma
l'anno precendente, quando la messe di premi assegnati al fischiatissimo
"E la chiamano estate" suscitarono una
sorta di sollevamento generale, con fischi e lazzi nella sala e sulle
pagine
dei giornali. In entrambi i casi invece di applaudire i meriti dei due
registi, peraltro riconosciuti ai nostri da due colleghi stranieri di
fama consolidata come James Gray e Jeff Nichols, presidenti delle giurie
rispettivamente nel 2013 e nel 2012, si era preferito elencare le
contraddizioni ed i difetti dei loro lavori. Con risentito sdegno da
parte degli aventi causa.
Qui
non è il caso di entrare nel merito di quegli apprezzamenti (di quello
che pensiamo di "Tir" potete leggere nella recensione appena
ripubblicata) soppesandone la giustezza e l'opportunità, ma piuttosto di
evidenziare
una certa malmostosità che attraversa il panorama cinematografico del
nostro paese, e che forse rispecchia la perniciosa attitudine di non
cogliere il momento, e riconoscere per esempio che davanti ad
un'affermazione come quella di Sorrentino, anche lui oggetto in Italia
di apprezzamenti poco lusinghieri per il suo "La grande bellezza",
bisognerebbe mettere da parte antipatie e rese dei conti, e riconoscere
che il plauso internazionale che il film sta ottendendo potrebbe fare da
volano alla tanto auspicata rinascita.
Questo non significherebbe
venire meno alle caratteristiche di obiettività e di analisi che sono
alla base del discernimento critico, ma di applicarne l'esercizio
evitando di fare da sponda alle giustificazioni dei registi, pronti ad
attribuire a rassegne stampa sfavorevoli la causa delle loro disgrazie.
Come abbiamo avuto modo di leggere a
proposito di Alberto Fasulo che qualche giorno fa collegava la
contrazione del numero di sale a disposizione del suo film con la
bocciatura ricevuta da un noto opinionista. Una citazione per danni
quanto meno azzardata per un'epoca che da anni ha sostituto i numi
tutelari con i parvenù della rete, e dove da tempo si affermare
l'autonomia del botteghino rispetto alle leggi della logica e del
pensiero. Converebbe a tutti fare un passo indietro, e ricordare che il
cinema può fare a meno dei singoli contendenti, ma che noi non possiamo
fare a meno di lui. Questo, augurando a "Tir" di sovvertire i pronostici
delle malelingue. Noi, a dispetto delle apparenze, facciamo il tifo per
lui.
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