Magazine Cultura

Albertopolis e la nascita del Victoria and Albert Museum

Creato il 04 luglio 2015 da Nebbiadilondra @nebbiadilondra

Era il 1876 quando la Regina Vittoria, avvolta nei suoi abituale abito nero, inaugurava l’Albert Memorial, il monumento dedicato alla memoria del suo adorato cugino-marito, il Principe Alberto di Sassonia-Coburgo morto di febbre tifoidea nel 1861. Protetta dal gigantesco tabernacolo gotico scintillante di oro e mosaici, la statua del Principe Consorte veglia dall’alto del suo piedistallo sugli edifici di Albertopolis, l’area di South Kensington che si dipana lungo l’arteria di Exhibition Road.
Ma nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza i proventi della Great Exhibition di dieci anni prima. Con i suoi oltre sei milioni di visitatori in sei mesi, la Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations, fu la prima esposizione universale del mondo nata per celebrare le moderne tecniche industriali. Il suo successo fu tale che chiuse i battenti con un bilancio decisamente in attivo. Tanto che, su consiglio del Principe Alberto, la Royal Commission for the Exhibition of 1851 decise di investire parte dei fondi nell’acquisto di quell’area di terreno che vedrà la nascita nel cinquantennio successivo di istituzioni come l’Imperial College, la Royal Albert Hall, il Royal College of Art e il Royal College of Music, la Royal Geographical Society e il Royal Institute of Navigation, oltre ad uno tra i più formidabili complessi museali della di tutti i tempi. Tale area, ancora oggi affettuosamente soprannominata Museumland, ospita lo Science Museum, il Natural History Museum e quello che porta il nome del Principe Consorte, il Victoria and Albert Museum.

VA exterior©Victoria and Albert Museum

VA exterior © Victoria and Albert Museum

E giustamente. Che senza il suo cruciale contributo e la sua dedizione alla causa dello sviluppo economico britannico, la grande esposizione non sarebbe mai avvenuta e senza di essa quella grotta di Ali Babà che è l’odierno V&A non sarebbe mai esistito. E sarebbe stato un vero peccato.
Il fatto è che siamo talmente abituati ad averlo a portata di mano questo complesso di grandi musei che si tende a dimenticare che non sono sempre stati lì e che, anzi, la loro presenza è un’aggiunta relativamente recente al panorama culturale e architettonico della Capitale. Basta guardare qualche vecchia mappa catastale infatti, per realizzare che ancora nella prima metà del XIX secolo questa parte di Londra che si estendeva al Sud di Hyde Park era relativamente disabitata. Anche se, dopo la Great Exhibition, le cose sarebbero cambiate non poco…

Fondato nel 1852 con il nome di Museum of Manufactures poi ribattezzato South Kensington Museum nel 1857, il Victoria and Albert Museum è, tra quelli di Museumland, il più vittoriano dei tre, quello che più di tutti simbolizza le conquiste della rivoluzione industriale. A cominciare dal suo nucleo originale, costituito di una struttura architettonica in vetro e ferro tipica dell’ingegneria del periodo e soprannominata “Brompton Boilers” – struttura che, divenuta obsoleta con l’ingrandirsi delle collezioni, fu prontamente smontata e trasportata nell East End di Londra, a Bethnal Green, dove ancora oggi fa bella mostra di sé (sebbene ricoperta di mattoni) nel Museum of Childhood, anche’esso parte del V&A).
Una figura chiave per la realizzazione della visione del Principe Alberto fu Sir Henry Cole (1808-1882), il primo direttore del V&A. Piccolo, basso e con una criniera di capelli bianchi, e con il suo adorato cagnolino perennemente al seguito, Cole non era nuovo ad imprese di questo tipo: nel 1847 infatti aveva già provato a riformare il gusto popolare con la fondazione di un’azienda, la Felix Summerly Art and Manufactures che trent’anni prima di William Morris e delle Arts and Crafts voleva produrre oggetti di buona qualità a prezzi modici. Il sogno di Henry Cole era quello di educare il grande pubblico, oltre ad artigiani, artisti, studenti, e sin dall’inizio il V&A fu la prima istituzione ad offrire un’educazione all’arte e al disegno. Tale era la sua determinazione ad “educare” il gusto locale con la creazione di nuove gerarchie estetiche, che il nostro Henry arrivò persino ad organizzare una mostra chiamata “False Principles of Decoration” in cui, come dice il nome stesso, buoni e cattivi principi di decorazione e di design erano messi a confronto. Inutile dire che questo non gli valse le simpatie degli artigiani locali, che sentendosi ingiustamente accusati, protestarono al punto tale che la mostra dovette chiudere dopo due settimane!
Henry Cole voleva permettere a progettisti e designers britannici di accedere a diverse tipologie di oggetti d’arte e prodotti dell’industria manifatturiera provenienti dal continente, così da riformare il gusto nazionale vittoriano. Fornendo esempi di artigianato locale attentamente selezionati, voleva creare un’esposizione di oggetti bellissimi e altamente istruttivi che liberassero l’industria manifatturiera britannica dal complesso di inferiorità che esisteva nei confronti di paesi come l’Italia e la Francia. Ma non solo: Cole voleva educare la working class britannica rendendo possibile l’accesso al museo gratis per tre giorni la settimana e una sera. Il direttore infatti era dell’idea che l’apertura serale del museo fornisse un potente antidoto al pub. Vero o no, Cole fu un pioniere anche in questo, visto che tutti i musei di Londra al giono d’oggi offrono una late view generalmente il venerdì sera…

The Renaissance City©Victoria and Albert Museum

The Renaissance City©Victoria and Albert Museum

L’educazione del grande pubblico all’arte e alla bellezza in un’epoca in cui solo una minoranza privilegiata di persone poteva permettersi di viaggiare, unito al fatto di offire agli studenti d’arte la possibilità di disegnare gli esempi migliori di arte classica e rinascimentale, fu l’ispirazione dietro la nascita delle Cast Courts. In queste due magnifiche sale è ospitata la raccolta di calchi in gesso del museo (la maggior parte dei quali furono eseguiti tra il 1867 e il 1873) e che riproducono a grandezza naturale alcune delle più importanti opere scultoree italiane: dal Davide di Michelangelo, donato alla Regina Vittoria dal Granduca di Toscana (e per il quale si rese necessario commissionare nel 1857 una foglia di fico rimovibile di circa mezzo metro per evitare alla Regina Vittoria il trauma della nudità della statua, ora opportunamente esposta nella teca vicina…) al portale maggiore della Basilica di San Petronio della (mia) Bologna e alla Colonna di Traiano che per ragioni di spazio ha dovuto essere spezzata in due – e molte altre provenineti da tutta Europa. E se la raccolta di copie in gesso non fu una prerogativa solo del V&A, quella del museo di South Kensington è certamente rimansta unica nel suo genere, dato che il destino di molte collezioni europee fu quello di essere distrutte ad un certo punto del XX secolo, quando queste opere erano considerate una brutta copia degli originali, anziché un esempio importante del gusto di un epoca.

Il labirintico edificio che oggi si presenta agli occhi del visitatore moderno è il risultato di interventi architettonici diversi avvenuti in periodi diversi ad opera di architetti diversi – Francis Fowke, Henry Scott Young e Sir Aston Webb. La parte orientale, costruita tra il 1856-58, è la più antica, seguita dall’ala occidentale nel 1864 e dalla settentrionale tra il 1865-69. La National Art Library che chiude il grande cortile-giardino interno, il cosidetto Quadrangle costruito in stile rinascimentale Lombardo e concepito per essere la facciata principale del museo, risale al 1877-84. L’attuale facciata principale si deve ad Aston Webb che la costruì tra il 1899 e il 1909 ed è lunga circa 210 m.

The John Madejski Garden

The John Madejski Garden

Artisti e designer dell’epoca come le star dei Preraffaelliti Holman Hunt e Ford Maddox-Brown furono invitati a partecipare alla decorazione del museo. E se i due finirono con il non produrre nulla, Lord Frederic Leighton (quello di Leighton House) creò la serie di spettacolari affreschi che ancora oggi si possono ammirare nel Leighton Corridor, mentre il sempre intraprendente William Morris inaugurerà una lunga partnership con il museo non solo come artista, ma anche come consulente artistico; fu proprio lui infatti, a consigliare al comitato per l’acquisizione delle opere d’arte, un oggetto come il famoso tappeto Ardabil che si può ammirare nella sala del Medio Oriente.
Certo, il direttore un museo moderno oggigiorno non si sognerebbe di annegare le opere d’arte in esposizione in un mare di scintillanti mosaici e altrettanto scintillanti vetrate. Ma questa era la norma in un’epoca come quella vittoriana in cui gli edifici pubblici come tribunali, teatri, banche e musei erano dotati di una decorazione appropriate al ruolo che ricoprivano nella società. E basta passare nelle sfavillanti Silver Galleries per constatare di persona come gli artisti ed architetti ingaggiati da Cole non si fecero pregare per produrre una decorazione degna di un palazzo reale!

Certo una sala adeguata si dovette costruire per ospitare uno dei gioielli del V&A, i cartoni di Raffaello, il cui viaggio dai laboratori tessili di Brussels al museo di South Kensington fu lungo e tortuoso. Dopo la tessitura degli arazzi per la Cappella Sistina, i cartoni vagarono da un laboratorio all’altro prima di finire a Genova, dove furono acquistati nel 1623 dal principe ereditario inglese, il futuro Carlo I, per la manifattura di Mortlake. Dopo l’esecuzione del re, i cartoni furono acquistati poi da Oliver Cromwell e immagazinati alla Banqueting House per tornare in possesso della Corona inglese solo dopo la Restaurazione quando, su incarico di Guglielmo III che desiderava esporli, furono ricomposti, incollati su tela e restaurati. Il Re commissionò anche al grande architetto Sir Christopher Wren (quello di St Paul’s Cathedral per intenderci) una sala apposita ad Hampton Court, dove restarono fino 1865, quando furono trasferiti al V&A per volere della Regina Vittoria, dove sono da allora in prestito permanente.

William Morris room©Victoria and Albert Museum

William Morris room ©Victoria and Albert Museum

Le collezioni del V&A sono suddivise in undici dipartimenti e sono esposte in 146 gallerie distribuite su sei piani sfalsati. E se il fatto che ci siano 7 miglia (o 11 km) di sale nel museo è una leggenda metropolitana più o meno credibile (vista la tortuosa vastità dell’edificio sono più propensa a credere alla verità della leggenda che non al suo contrario…), è certamente vero che il sito su cui sorge il Museo occupa 12 acri di terreno e le sue collezioni comprendono al momento della redazione di questo articolo 2,278,183 di oggetti. E in questa carrellata di tesori che vanno dai coniglietti di Beatrix Potter al Great Bed of Ware, il gigantesco letto a baldacchino del XVII secolo citato da Shakespeare ne La Dodicesima Notte, dalle sculture policrome vittoriane ai capolavori di Bernini, Canova e Rodin, dai cieli tempestosi di Turner e Constable ad una delle più ricche ed importanti collezioni di vetro e ceramica al mondo, è impossibile non restare affascinati dalla multiforme varietà degli oggetti esposti e dai materiali e dalle tecniche che li formano e che rappresentano il gusto, le passioni estetiche, le mode, gli stili – il modo di vivere insomma – di ogni classi sociale dal mondo greco-romano ai nostri giorni.
E allora armatevi di mappa, di scarpe comode e … buona visita!

by Paola Cacciari Pubblicato su Londonita

Victoria and Albert Museum
Cromwell Road
London SW7 2RL
vam.ac.uk
.


Archiviato in:approfondimenti, architettura Tagged: architettura, arte, arte inglese, arte italiana, ceramica, Constable, Epoca Vittoriana, Londonita, Londra, Preraffaelliti, Shakespeare, Turner, Victoria and Albert Museum, William Morris

Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :