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Alcune riflessioni su Religione e Sport

Creato il 25 marzo 2010 da Educalcio
I Belong to JesusLa religione è anche ostentazione dei propri sentimenti? Dio ed il Vangelo sono “prodotti” da “reclamizzare”? A molti sportivi non sarà passato certamente inosservato, in occasione delle gare e, in particolare, a seguito della segnatura di una rete, che alcuni calciatori entrano in campo facendosi e rifacendosi il segno della croce o esponendo sotto la divisa ufficiale di gare la loro appartenenza alla Chiesa di Cristo. “I belong to Jesus (io appartengo a Gesù)” è, infatti, il messaggio che compare sulle magliette indossate da alcuni atleti, con il dichiarato intento di diffondere in ogni modo possibile il messaggio del Vangelo attraverso lo sport. Non ci riferiamo ad una setta, neppure ad una moda del momento. Sono gli “Atleti di Cristo”, movimento che ha visto le luce nella metà degli anni 80 in Brasile e che annovera decine di sportivi, principalmente calciatori e di origine brasiliana, oltre ad un indimenticato ed amato campione brasiliano di Formula 1, scomparso ad Imola nel maggio del 1994. Anomalia dello sport di vertice, spesso circoscritto a donne, motori, investimenti faraonici e vita mondana o, piuttosto, un tentativo da parte di pochi “eletti” di ricondurre un ambiente dorato alle vere problematiche della vita quotidiana attraverso il richiamo alla spiritualità ed ai valori dell’insegnamento del Vangelo? Religione e scaramanzia, religione ed ostentazione del proprio credo, non possono non dare vita ad interrogativi se la spiritualità sia una componente interiore ed intima piuttosto che un “vessillo” da sbandierare ai più, a volte anche una forma di esibizionismo. Forse Dio ci aiuta a siglare una rete o ci protegge da un infortunio se ci facciamo e rifacciamo il segno della croce all’ingresso in campo o, magari Dio ci ama meno se non “reclamizziamo” il suo “prodotto” che, comunque, offertoci ed offertosi in nostro aiuto da oltre duemila anni non ha certo bisogno di alcuna campagna di marketing a sostegno? Il segno di croce è promessa di vivere nella parola di Dio, anche se non sempre tutti calciatori poi in campo si comportano di conseguenza. Certo, nel mondo dello sport e dello spettacolo molto viene fatto anche per posa o prosa e, magari, determinati gesti sono eccessivamente appariscenti. Religione e, soprattutto, spiritualità sono componenti della vita di ciascun individuo e, in quanto tali, personalissimi. Cosi’, c’è chi va in Chiesa tutte le settimane, chi invece trova e parla con Dio davanti ad un tramonto o nella quiete e solitudine della sera, lo celebra dentro di sé nella propria anima salendo a quota 3000 metri lungo la china di una montagna, chi lo ritrova magari grazie al sorriso di un bambino. Forse ognuno dovrebbe custodire dentro di sé la propria spiritualità, senza esibirla, magari anche per rispetto di chi non crede affatto o crede in un Dio diverso dal nostro e che, comunque, ci ha creati. Forse, invece, nascondere la propria fede non significa rispettare chi non crede o professa altre religioni: il rispetto, spesso, è semplicemente tolleranza, cercare di comprendere e non giudicare mai neppure chi ostenta o chi predica bene e poi non si comporta in modo coerente.

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