Alice Munro: le Ombre della Signora del Nobel

Creato il 18 marzo 2014 da Dietrolequinte @DlqMagazine

Claudia Santonocito 

Ammetto che ogni anno mi lamento sul vincitore del Nobel per la letteratura. Mo Yan non mi era garbato troppo, e stavolta neanche Alice Munro mi è andata a genio. Mi è anche scappata una risata quando uscì la notizia che le avevano lasciato un messaggio in segreteria per comunicarle la notizia perché non era in casa, mi sono immaginata questa vecchina canadese, ormai ottantenne, che torna nella sua abitazione, ascolta i messaggi e seduta in poltrona si strozza con un sorso di tè. In effetti un sorso di tè servirebbe a me tutte le volte che leggo qualcosa di suo. E non posso farci assolutamente nulla ma mi resta un peso sullo stomaco. Mi sono da poco cimentata con il suo primissimo libro La danza delle ombre felici (Dance of the Happy Shades) tradotto da Susanna Basso per Einaudi e tornato in libreria subito dopo il riconoscimento mondiale. Si tratta di quindici racconti pubblicati per la prima volta nel 1968 dai titoli non troppo avvincenti: Il cowboy della Walker Brothers; Le case bianchissime; Immagini; Grazie del passaggio; Lo studio; Il rimedio; L’ora della morte; Il giorno della farfalla; Maschi e femmine; Cartolina; Vestito rosso – 1946; Domenica pomeriggio; Un viaggetto sulla costa; La pace di Utrecht; Danza delle ombre felici. Se dovessi usare un solo aggettivo per descriverli sarebbe “polverosi”. Polverosi per vari motivi. I racconti sono principalmente ambientati in provincia, un paesaggio fatto di case dal sapore rustico, di semplicità quasi contadina, a cui bisogna aggiungere la sensazione che tutto sia avvolto in una sorta di pulviscolo atmosferico palpabile che rallenta la velocità della vita.

I personaggi, perlopiù femminili, hanno età diverse passando per l’infanzia, l’adolescenza fino alla vecchiaia, e osservano il mondo con occhi semplici come semplici sono i gesti che li caratterizzano. Le loro azioni che non scadono mai nello straordinario, assumono una specie di misticismo che aumenta la malinconia del racconto; si ha così la sensazione che la Munro abbia voluto ripercorrere la sua vita fino a quel momento, prova ne è il racconto La pace di Utrecht che può essere considerato un chiaro riferimento alla malattia e alla morte della madre, episodio vissuto con impotenza e immobilismo. Anche il lessico e le frasi sono costruite con una semplicità quasi disarmante che pone il lettore davanti alla cruda realtà senza lasciare alcuna possibilità all’immaginazione. Le descrizioni inoltre sono talmente dettagliate da mostrare la campagna canadese degli anni Cinquanta con i suoi dolori e la sua violenza vitale, non possiamo fuggire dalla sua povertà, dai suoi ricordi né dai suoi piccoli sogni irrealizzati. Con i suoi personaggi messi a nudo la Munro ci ha voluto regalare uno scorcio di vita intima, sta a noi lettori voler empatizzare con loro e farli diventare parte della nostra esistenza o scegliere come me di sorseggiare più tazze di tè sfogliando le pagine con la pesantezza nel cuore (e nello stomaco).


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