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Alla mano tesa corrisponde un'altra mano

Creato il 23 novembre 2010 da Lucas
Quegli occhi sbarrati davanti a me. Di chi erano quegli occhi sbarrati che mi guardavano ma non ammettevano la mia presenza? Quegli occhi sbarrati davanti a cercare un'assenza. Occhi fissi, smaniosi di dire qualcosa, ma non potevano dire niente e si limitavano a un sorriso perso nel vuoto di una impossibile ironia. Quegli occhi, oh quegli occhi, se fossero durati più di un istante, se solo avessero espresso una minima parola, un sussurro, un barbaglio, un lieve sbattere di palpebre come fossero ali di farfalla. E invece no, quegli occhi se ne andarono, voltarono l'angolo, presero altra strada, volarono lontano dai miei occhi che t'amavano tanto...Eppure...Rifletti: se solo tu avessi potuto esprimere un desiderio in quell'istante, non detto, ma subitamente pensato e gettato via altrettanto subitamente per non essere invasa da un sogno impossibile – dimmi ch'è vero, dimmi che avresti voluto sgombrare la piazza di gente in modo da rimanere soli, io e te, sospesi, a guardarsi da fuori di noi, a baciarsi da dentro di noi sotto gli alti lampioni che illumivanano alberi e panchine. Tu dimmi se è vero, ed è vero, che avresti voluto affondare lo sguardo dentro di me, come stavo facendo io con te, di nascosto ma mica poi tanto...Tu popoli ancora i miei sogni, i miei vissuti notturni dove si materializzano, per incanto, volti, luoghi, situazioni inaspettate. Non decifro niente, analizzo meno: prendo atto soltanto che spesso – non dico sempre, sarei un bugiardo – interpreti i panni della mia eroina preferita nei film gratuiti che il regista dei sogni gira per me tutte le notti: in essi ti muovi, agisci indisturbata e indipendente, e talvolta capita persino che ti concedi e mi trascini nel vortice d'amore. Sono i film peggiori, quelli che mi grattano via il benessere dell'alba, e disturbano poi i pensieri del giorno che si vorrebbero indipendenti, liberi dalla schiavitù di un amore perduto.
«“Nel fondo potremmo essere come in superficie, – pensò [Lucas], – però dovremmo vivere in un altro modo. E che significa vivere in un altro modo? Forse vivere assurdamente per stroncare l'assurdo, lanciarsi in sé con una tale violenza che il salto finisca fra le braccia di un altro. Sì, forse l'amore, però la otherness dura quanto dura una donna, ed inoltre solo per quanto riguarda quella donna. In fondo non esiste otherness, appena la piacevole togetherness. Certamente è già qualcosa...”. Amore, cerimonia ontologizzante, dispensatrice di essere. E per questo gli veniva in mente in quel momento ciò che avrebbe dovuto venirgli in mente fin dal principio: senza possedersi non esisteva possesso dell'alterità, e chi si possedeva davvero? Chi era di ritorno da se stesso, dalla solitudine assoluta che significa non fare assegnamento neppure sulla compagnia di se stesso, essere obbligato ad entrare in un cinematografo, in un postribolo o nella casa degli amici, in una professione assorbente o nel matrimonio per trovarsi almeno solo-fra-gli-altri? Così, paradossalmente, il colmo di solitudine portava al colmo di gregarismo, alla grande illusione della compagnia altrui, all'uomo solo nella sala degli specchi e delle eco. Ma persone come lui e tante altre, che accettavano se stessi (o che si rifiutavano, però a ragion veduta) entravano nel paradosso peggiore, quello di trovarsi forse alle soglie dell'alterità e di non poterle varcare. La vera alterità fatta di delicati contatti, di meravigliose compensazioni con il mondo, non poteva realizzarsi con un solo termine, alla mano tesa doveva corrispondere un'altra mano da fuori, dall'altro».
Julio Cortázar, Il gioco del mondo, Einaudi, Torino 1969 (pag. 102. Traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini).  

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