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Almodóvar: il Regista Sotto la Pelle

Creato il 10 ottobre 2011 da Dietrolequinte @DlqMagazine

Almodóvar: il Regista Sotto la PelleParlare dell’ultimo Almodóvar senza parlare di Almodóvar. È il difficile assunto critico da cui partire per poter offrire un’analisi serena, e soprattutto onesta, dell’ultimo lavoro del cineasta ispanico. Perché è troppo facile cadere nelle trappole di una recensione che pur di mettere in luce le tematiche presenti nella pellicola e di collocarle a dovere dentro il complesso universo almodovariano, finisca per svelare vigliaccamente il nocciolo della storia stessa, privandola in parte di quel mistero che gli è necessario. Se infatti in molti dei suoi film precedenti le tortuose architetture della messa in scena non impedivano allo spettatore di riconoscere il cuore pulsante della storia, che era essenzialmente un melodramma infuocato di passioni e colori, in quest’ultimo “La pelle che abito” il mélo sembra essere stato messo alle porte, sostituito stavolta da una storia di ossessione e follia debitrice di un certo cinema horror, ma in realtà assai più cupa e disarmante di quello che sembra in apparenza. Il lungometraggio è un adattamento del romanzo noir “Tarantula” di Thierry Jonquet anche se in realtà sembra quasi che sia stato il romanzo ad “adattarsi” perfettamente a certi archètipi del cinema di Almodóvar. Il plot è presto detto: un chirurgo plastico (Antonio Banderas), ossessionato dall’idea di costruire la pelle perfetta ed assistito da una matura assistente tuttofare (Marisa Paredes), vive con la sua cavia (la bellissima Elena Anaya) dentro una accessoriatissima casa-laboratorio in cui quest’ultima sconta, un po’ rassegnatamente, la sua condizione di sequestrata.

Almodóvar: il Regista Sotto la Pelle

Ovviamente non tutto (e non tutti) è veramente quel che sembra e la verità verrà svelata progressivamente attraverso le consuete digressioni cronologiche tanto care al regista, in cui verranno messe a nudo anche le reali motivazioni di ciascun personaggio così come il rispettivo carico di dolore e ossessione che li accompagnano. Oltre non ci è consentito andare. Basti solo sapere che di suo Almodóvar intinge la già fosca ed eccessiva vicenda letteraria dentro un’atmosfera quasi da laboratorio in cui le gesta del folle chirurgo acquistano una dimensione ancora più straniante e perversa ma anche sottilmente passionale. Una messa in scena quasi “chirurgica” che sembra apparentemente rinunciare alle fiammeggianti inquadrature del passato, ma che in realtà non rappresenta altro che la “nuova pelle” in cui l’autore spagnolo ha deciso di abitare per questa nuova incursione nei territori imprevedibili del sentimento. Apparentemente si diceva perché in realtà anche in questo film si impongono di prepotenza alcune sensazionali intuizioni tipicamente “almodovariane” come l’entrata in scena di un grottesco uomo-leopardo o come quello schermo gigante (cinema nel cinema) in cui si incrociano inconsapevoli e adoranti gli sguardi dello scienziato e quello della sua donna-cavia.

Almodóvar: il Regista Sotto la Pelle

Cambi di pelle, nuove scelte estetiche figlie però del medesimo, raffinatissimo gusto visivo del regista, uno dei pochi oggi ancora capace di rendere le sue inquadrature una sorta di prezioso catalogo di arte moderna. Ma il cambio di pelle operato, va detto, non è solo ricerca visiva fine a se stessa. Almodóvar ormai da anni persegue un‘idea di cinema classico sempre più distante dagli esuberanti e coloratissimi esordi, un cinema che non ha più bisogno di rompere certi schemi ma che più cautamente (e forse anche per evitare che il suo anticonformismo si tramutasse in maniera) ha preferito rifugiarsi dentro gli stessi cercando tuttavia di far erompere tutto il suo amore per l’eccesso affidandosi alla sensibilità sovrabbondante del mélo. Da qui l’omaggio sempre più affettuoso ed esplicito ai modelli di riferimento (come i melodrammi di Douglas Sirk) e la sempre più marcata ed esibita cinefilia che, come accade stavolta, non sembra conoscere confini di genere. Così Almodóvar trafuga oggi dagli horror del presente (la prigionia delle vittime sottoposte a torture) e continua ad omaggiare il passato attraverso quella figura di scienziato folle derivata da decine e decine di pellicole di genere con almeno un omaggio esplicito (anche nella maschera della protagonista) ad un’opera in particolare, il bellissimo “Occhi senza volto” di Georges Franju. Perfino Bava (Mario) non deve essergli stato indifferente soprattutto per lo sguardo con cui è filtrata l’ambigua figura della vittima e una certa claustrofobia degli esterni.

Almodóvar: il Regista Sotto la Pelle

Comunque la mutazione in atto di Almodóvar non si traduce solo nell’abbraccio di nuovi schemi narrativi o di cifre stilistiche fin qui inedite per lui, ma va oltre e si spinge fino a perforare il genere stesso con affondi perfino più dolorosi di una qualsiasi lama-killer. Al regista non basta insinuare il suo sguardo sotto la pelle e fin dentro la carne ma vuole scrutare dentro i territori insondabili dell’identità (e non semplicemente, come accadeva in passato, della sessualità) restituendo frammenti lancinanti di esseri umani che non sono (o non saranno più) in pace con sé stessi. Sarà anche per questo che il suo primo horror procura vertigini che nessun altro riesce a suscitare, perché è contemporaneamente così lontano nella sua inverosimiglianza dell’intreccio ma così vicino nei suoi interrogativi morali da lasciare nello spettatore una bruciante sensazione di terrore misto a pietà, come se dentro quella prigione lussuosa alla fine ci fossimo finiti un po’ anche noi. Solo una volta ricomposto il mosaico finale, quando lo schermo si oscura dietro un (apparente) lieto fine che non è altro che l’inizio di una storia diversa, ci accorgiamo di non aver assistito semplicemente a un horror ma di essere stati prepotentemente intrappolati dentro l’ennesimo “labirinto di passioni” del regista. O, meglio, di esserci silenziosamente scivolati “sotto pelle”…

Almodóvar: il Regista Sotto la Pelle


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