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ALTERNI PRESAGI di Monica Martinelli

Creato il 17 maggio 2012 da Viadellebelledonne
ALTERNI PRESAGI di Monica Martinelli Una luce di crepuscolo serale si stende sulle poesie di “Alterni presagi” (Altrimedia edizioni) di Monica Martinelli autrice che i lettori di Viadellebelledonne  conoscono essendomi occupata già della sua poesia parlando del suo primo libro “Poesie e Ombre”. Questa nuova pubblicazione arriva come premio alla IV edizione del premio letterario di Matera “La città dei sassi” 2009 e in esso la poetessa si pone come un aruspice che più che predire il futuro scruta i segni del passato per meglio comprendere il presente e se stessa. La vita umana è tutta vissuta sull’orlo del mistero sia che ne siamo o no consapevoli ma i poeti lo sanno e non temono l’abisso che si apre su questo mistero. Lo guardano diritto negli occhi, vi si immergono, lo abbracciano e il mistero che più ci affascina e ci inquieta con i suoi lati oscuri e contraddittori è l’amore. E dei lati oscuri dell’amore, più che delle sue gioie e delizie, ci parla Monica Martinelli in questo suo ultimo lavoro. In effetti “Alterni presagi” potrebbe essere definito un canzoniere dell’assenza, visto che è lo struggente racconto del dolore per la fine di una storia d’amore, della delusione dell’amante abbandonato dall’amato. Dolore che trascina con sé anche le gioie vissute e crea attorno un vuoto che impedisce la serena comunicazione tra il sé e le cose, dà vita a una fitta nebbia che avvolge tutto e anche il linguaggio si fa più serrato, quasi a voler trattenere, quasi a voler fare da argine al tumulto interiore. Colpisce a tal proposito l’uso di termini tecnici come “calanchi”, “trefoli”, “tregge”, “mandrino”, “calettato”, “gliptogenesi”, poi ci sono due poesie intitolate una “Ingranaggi”, una “Inceppamenti” a sottolineare l’idea che l’amore sia un meccanismo, un ingranaggio appunto, molto delicato e fragile, Un ingranaggio bisognoso di manutenzione e cura, di attenzione e reciprocità altrimenti l’amore diventa un soliloquio come ci suggerisce Monica Martinelli nella poesia “Parole d’amore”. E in tutto il libro l’assenza dell’altro è vissuta come un mancato riconoscimento di sé: “Non ho un terziere in cui riconoscermi, relegata in lista d’attesa mi apparto in una esteriorità che non attiene (…)”. E’ come se senza l’altro la nostra immagine si appiattisse, come se perdessimo profondità ed è un sentire “la propria vita incatenata alla terra”. Senza l’altro a tirarci fuori da noi stessi il nostro sguardo non si alza, rimane chino, chiuso su stesso. Da soli la “crudele precarietà” dell’esistenza umana si fa più acuta, il nostro essere si muove alla superficie della vita, diviene incapace di coglierne la bellezza; l’intelligenza è definita dall’autrice “inutile” in una delle poesie in cui riecheggia il pessimismo presente in “Poesie e Ombre”, inutile perché la usiamo molto al di sotto delle sue reali possibilità. E di questo la poetessa si rammarica, così come si rammarica della nostra fragilità e di conseguenza della fragilità dei rapporti umani. Su tutto infatti incombe la “certezza della morte” che ci fa sopportare la paura di vivere. E forse è proprio questa paura di vivere che più o meno coscientemente è presente in tutti noi e che in alcuni si fa più presente e pressante tanto da pregiudicare la qualità della vita e delle relazioni ed è tutto questo, questa paura di vivere, che Monica Martinelli attraverso la poesia cerca di combattere. Eppure ella sa, come ben sanno tutti i poeti, che il bello e il brutto, il buono e il cattivo, la materia e lo spirito convivono all’interno della vita umana, all’interno di ognuno di noi. Così con le parole i poeti cercano di scovare ciò che sta nella cesura di questi opposti, vi sprofondano e ne portano in superficie luci e ombre. Flavio Ermini in un editoriale della rivista “Anterem”  scrive: “Dire: per tornare in possesso della propria ombra”.  Affermazione quanto mai calzante per il dire poetico e in particolare per il fare poesia di Monica Martinelli tutta tesa nell’attenzione al come le parole si muovano nel suo mondo interiore  di come se ne facciano interpreti e nello stesso tempo di come lo plasmino. Ma pure come il mondo interiore del poeta plasmi le parole, le trovi, le accosti, ne faccia versi. “Ricomporre, servirebbe” dice la poetessa alla fine della poesia “Manodopera” ed è quello che fa, con la poesia ricompone ciò che il mondo sparpaglia, confonde, separa.  INGRANAGGI L’odore della formaldeide non è quello del sangue, che non sento perché la ferita è bellissima. Necessita di coerenza ma cambia forma, non riposa. Se fosse il creatore  in una Genesi possibile,  ad impastare detriti  di argilla rossa e fango per plasmare uomini rassegnati in ingranaggi imperfetti. Ovunque sinapsi scollegate come corpi farfallati di motori svalvolati che ansimano. COCCINELLA La bellezza non ha meriti, non la si può scegliere c’è e basta,   se e come crede lei. E’ la meta più ambita, la creatura più desiderata. Tutti vorrebbero averla  ma è privilegio di pochi. Però ha i suoi limiti, è impietosa  effimera ingiusta. Spesso non è dove si vede. Bisogna saperla scovare  scoprirla sotto un’evidenza  che non appare. Forse era in quella coccinella rovesciata che tentava di ritrovare l’esatto orientamento. VERTIGINE Difficile disporre le cose  nel pallottoliere dei miei pensieri. Un cortile dove ruzzolano in asfissia, pallottoline colorate o madrepore in formazione? Distillati da un filtro poroso - anche i micron si disperano – girano in un mandrino mal calettato. Bello essere computista della vita. Graffiare senza ferire all’osso. Predare dalle estremità al centro  sul filo equilibrista di parole inutili. E se la vertigine smette precipitare è la destinazione. Serrare l’interruttore per orientarsi al buio. Riaccendo, e non c’è niente da vedere. L’EREMITA Questi occhi gonfi di lacrime non sono sufficienti per piangere, mentre il tuo egoismo ha germinato un eremita circondato dalla sua solitudine. Un fante di cuori dovevi essere. Hai travolto la mia ingenuità così come la passione si è consumata sbrigliata tra gemiti e vortici incalzati dal tempo fuggevole. Accesi sorrisi ti aspettavano ad ogni blasting incontro. Ora li hai spenti tutti uno per uno  come candele la cui cera si scioglie senza più ardere. Ma non ho occhi che per te  mio imperturbabile eroe, e mentre aspetti il prossimo treno che ti porterà lontano hai già dimenticato il mio nome. Ed i miei occhi vedranno ormai  solo tenebre… PAROLE D’AMORE Parlavo d’amore parlavo con amore. O ascoltavo in silenzio senza rispondere. Forse non capivi eri distratto. Pensavi a te…come al solito. Scivolavi su una strada fatta d’acqua  e senza magia. Io parlavo da sola  con voce fievole e sbiadita. Cercavo risposte per fermare l’altalena dei miei perché. Poi ho smesso di parlare, la comunicazione si è interrotta. Fili staccati  o pausa di riflessione? COSCIENZA La coscienza di una protesta, paura della ritrosia forse? Languisce la tema del cuore mentre l’anima tripudia nel suo dibattersi dentro. Le luci si accendono ma lo spiraglio è serrato; non continuerò a cercare invano, riuscirò a sbrinare i miei pensieri. Agirò per me, per te per tutti quelli che ci credono. Per chi ormai la paura di vivere ha superato nella certezza della morte. ATTESA D’OCCASIONE Ecco la luce: si illumina l’attesa. Prospiciente a un abisso di nulla rimango inchiodata dalla paura di una separazione. I divieti di sosta sono vuoti a perdere. Anche nelle guerre ci sono tregue  per ricomporre le forze. Frenetici come pesci gli altri si muovono inseguono le smanie di vivere. Io bimba autistica  chiusa  nel mio mondo al quadrato alla ricerca di un iperuranio d’occasione germoglio di tenerezza e insanità tra rendite di compassione e dolore. Mi sveglio di bianco per coricarmi d’altri colori e aspetto un sorriso per rinascere felice. PRINCIPE EGOISTA Non c’è ragione che spieghi il sentimento come non c’è nostalgia senza rimpianto. Non mi regali poesia mio Principe bellissimo ma la tua esuberanza che mi getti addosso e pensi che sia ciò che basta per attutire il male della vita. E le mie grida si smorzano in un suono afono  che non trova risposta neppure nella sua eco. Non avrai né pace né riposo Principe temerario che cerchi l’equilibrio impossibile sul filo della vita sempre più assottigliato; e non ti sembra mai abbastanza ciò che già possiedi mentre vuoi quello  che ancora non hai. Principe indomito che cavalchi la notte, ti muovi tra silenzio e sogno, entri nei miei sogni li infrangi e li tormenti come quando entri dentro me e mi regali gioia che subito si spreca insieme al tuo seme. Emozioni estese come  diapason, catarifrangenti come fanali che si frantumano per l’intensità della luce che li attraversa. Principe valoroso, le parole sono paradossi che non spiegano la follia di vivere. Principe demolitore credevo che la tua spada fosse capace di abbattere muri, ostacoli    e tutto ciò che separa la vita dalla vita. Invece solo il mio cuore ha trafitto, una vittoria già scritta  nella storia. Ma tu Principe egoista resti nel mio sguardo resti dentro di me, io ferma ad un crocevia senza segnali né direzioni. E gli occhi si chiudono sulla parola fine: un’immagine  senza messa a fuoco. FIORE  APPASSITO Un petalo giace, la bellezza con cui sa morire è l’impotenza di una caduta senza volo. La delicata semplicità del suo esaurirsi non cancella il perenne struggimento di un ciclo inesorabile. Un suono ossessivo annunciava la tua ultima ora, in quegli istanti dissetava il cuore di ricordi. E la tua mente ripercorre la vita, la tua vita e me..

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