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Alvaro Vitali, il fischio del merlo

Da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

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Alvaro Vitali e Giovanni Berardi

 

Fare i conti con i tanti miti della profonda adolescenza, per chi oggi ruota intorno ai cinquant’anni di età, è essere seduto di fronte ad Alvaro Vitali. Le sue pellicole, almeno quelle con cui è diventato famoso presso il grande pubblico, pellicole osteggiate completamente dai critici, erano secondo noi eccelse, proprio in merito alla loro genuina modestia, ed anche anticonformiste, proprio per la loro dimensione, prive cioè di tratti dichiaratamente sociologici, civili, filosofici, tanto enunciati nell’epoca deputata. Oggi Alvaro Vitali rimane, forse, l’attore plautino (un esempio della commedia dell’arte) più incompreso del cinema italiano, ed i suoi film, lo ripetiamo, sono molto meno scemi di quel che l’egemonia culturale del periodo deputato, la metà degli anni settanta, dichiarava.

L’appuntamento con Alvaro Vitali è allo stabilimento “Venezia” di Ostia in una giornata che non è il massimo per ammirare e respirare l’aria del mare. Alle dodici in punto la sua figura sbarazzina è lì, al capolinea. Arriva puntuale insieme alla moglie, la cantautrice Stefania Corona. Mentre gli andiamo incontro pensiamo a quanto il cinema stia perdendo oggi a non utilizzare più la sua maschera. Ci viene in mente Federico Fellini quando disse, in un momento di pausa del film La voce della luna (1992), con Paolo Villaggio e Roberto Benigni, in lavorazione negli stabilimenti della ex Dinocittà sulla via Pontina: “Tra tutte queste maschere ci stava bene pure l’Alvaruccio mio”. Per chi aveva compreso, come il cronista, da sempre fan di Alvaro, quella di Fellini, volutamente cercata,era stata una grande, pubblica attestazione di stima per Alvaro. Ma la battuta di Fellini, purtroppo, non andò poi molto oltre lo stabilimento dove era stata pronunciata. Il mondo culturale, insieme a quello della notizia, ormai aveva già deciso che Alvaro aveva smesso di attrarre il grande pubblico. Ma non fu solo quello, implicitamente nelle lodi a Vitali Federico Fellini accusava anche la produzione e la distribuzione del suo film che non gli aveva lasciato ampi spazi di autonomia nella scelta definitiva del casting. Perché Alvaro Vitali poteva essere realmente parte attiva di quel film. Ed infatti, per non piegarsi più a tali logiche- illogiche di mercato, La voce della luna fu per Federico Fellini il suo ultimo, stanco lavoro.

Il massimo successo commerciale dei film di Alvaro Vitali si accende intorno alla metà degli anni settanta e sarà sempre un crescendo fino ai primi anni ottanta. Quando Fellini vide Alvaro per la prima volta rimase semplicemente attratto: lui è proprio l’attore che cercava per continuare a comporre le sue genialità d’autore, è lui la sua “faccia di gomma”. E così Vitali si trova catapultato sul set di un film immenso: Fellini Satyricon (1969). Quale il provino usato per Alvaro, tale da convincere Fellini a regalargli la parte? Semplicemente il fischio del merlo, che Alvaro eseguirà alla perfezione, scendendo da una scala proprio alla Wanda Osiris. Semplicemente geniale. Dice Vitali: “Con Fellini ci si incontrava spesso a pranzo o a cena, a lui piaceva sentire i miei sfondoni in romanesco, o sentirsi dire che io dei suoi film non ci capivo un cazzo, e lui giù con grandi risate. Si divertiva proprio. In una di queste occasioni Fellin, che amava schizzare sui tovaglioli di carta dei ritrattini, mi dedicò un bozzetto. Mi aveva ritratto con un pungiglione al posto del naso perché mi vedeva proprio come una zanzara, insinuante, insidioso. E il mio rammarico oggi è di non avere più quel ritratto dedicato, perchè il cameriere, quando raccolse i coperti, se lo portò via”.

Dicevamo che Vitali è l’attore plautino forse più incompreso e bistrattato del cinema italiano. Intanto il suo cinema significherà, col tempo galantuomo, certamente diverse righe in più nel curriculum della storia del grande cinema italiano. Su questo non può pioverci. Anche i film barzelletta, Pierino contro tutti (1981), Pierino colpisce ancora (1981), entrambi diretti da Marino Girolami, e Pierino medico della saub (1983), diretto da Giuliano Carnimeo (pellicole che, pensiamo, gli sono restate incollate sulla pelle come un marchio indelebile) solo per i grandi incassi raggiunti, sono un merito assoluto da ascrivergli e da sottolineare.

Di Alvaro Vitali grande attore ne abbiamo di esempi: appare in piccole ma essenziali parti in film quali I clown (1970), Roma (1972) ed Amarcord (1973) di Federico Fellini, Mordi e fuggi (1973) di Dino Risi, La Tosca (1973) di Luigi Magni, Polvere di stelle (1973) di Alberto Sordi, La poliziotta (1974) di Steno, Profumo di donna (1974) di Dino Risi, Romanzo popolare (1974) di Mario Monicelli. Poi il suo personaggio si fa più concreto e funzionale e la statura di attore si innalza: sacrestano psicotico in  Malia-Vergine e di nome Maria (1975) di Sergio Nasca; astuto orfano che sfrutterà sino in fondo la situazione di un errore di cadavere, causa il trasferimento della salma del padre morto in America in Mortacci (1989) di Sergio Citti. Ma Vitali, a parer del cronista, era già grande in Che? di Roman Polansky, nell’atto in cui dipingeva di blu la gamba della bella Sidne Rome. A gennaio comunque Vitali ritroverà il set con un film che “finalmente è il mio film” come ci dice.  Alvaro sarà nei panni di un sacerdote che, forse per omaggiare ancora una volta il suo personaggio più sentito e più calzante, si chiamerà Don Pierino. Il film che comunque determinerà la sua carriera, e la incanalerà a lungo, sarà L’insegnante (1974) di Nando Cicero. Subito dopo  La liceale (1974) di Michele Massino Tarantini e La dottoressa del distretto militare (1975) di Nando Cicero. Ormai Alvaro Vitali è lanciatissimo in quei film, esempi della commedia dell’arte, che canzonano e deridono, ma pare che pochi se ne accorgeranno, i poteri costituiti della società: scuola e caserma. E già questo è, secondo noi, un colpo di grande genio della cultura pop, di forte ispirazione negli anni a venire anche per Hollywood, con la serie da Porky’s e sino ai più recenti American Pie. Impossibile non citarli, proprio a menadito, questi film dove nella regia si alternavano, ora uno ora l’altro, Nando Cicero, Mariano Laurenti, Michele Massimo Tarantini: Classe mista (1976), La professoressa di scienze naturali (1976), La compagna di banco (1977), La soldatessa alla visita militare (1977), La soldatessa alle grandi manovre (1978), L’insegnante va in collegio (1978), La liceale nella classe dei ripetenti (1978), L’insegnante viene a casa (1979, L’insegnante balla con tutta la classe (1979), La poliziotta della squadra del buoncostume (1979), La liceale seduce i professori (1979), L’infermiera nella corsia dei militari (1979), L’insegnante al mare con tutta la classe (1980), La ripetente fa l’occhietto al preside (1980), La liceale al mare con l’amica di papà (1980).

I ragazzi degli anni settanta idolatravano Vitali anche per le fiammate sprigionate dai suoi peti, superlativi in almeno due titoli: L’insegnante e La soldatessa alle grandi manovre, dove il suo patner di sempre, il simpaticissimo caratterista Lucio Montanaro, spaventato ribadiva: “Questo non è un culo, è una lupara”. Dice Vitali: “Cosa dire su questi film, se il genere è stato bassissimo, come hanno detto, hanno dato però la possibilità, concreta, di fare i prodotti alti”. Noi continuiamo a pensare invece, e lo diciamo anche a chiare lettere, che in quei film c’erano sketch lunghissimi tra gli attori, soprattutto tra Vitali e Banfi, e poi battute su battute e monologhi, situazioni in cui o sei bravissimo oppure fallisci. E ricordiamoli gli attori, di cui quei film erano pregni: Renzo Montagnani, Lino Banfi, Mario Carotenuto, Gianfranco D’angelo, Michele Gammino, Carlo Delle Piane, Enzo Cannavale, Nino Terzo, ma anche Vittorio Caprioli, Alberto Lionello, Marisa Merlini, Giuseppe Pambieri, Lia Tanzi, Toni Ucci, Gianfranco Barra, Anna CamporiCarletto Sposito. E con questi nomi, pensiamo, bisogna proprio andare cauti con gli snobismi. Ed invece a questi film, quando andava benissimo, toccavano solo due palle a giudizio critico, equivalenti ad un “poco più che mediocre”, dalle pagine dei quotidiani che recensivano i film per gli spettatori. Mah. E quante spiate, ricordiamo, proprio insieme ad Alvaro, lui accosciato davanti la porta del bagno, noi nella magia della sala buia e fumosa di quei cinemini, a subire, divertendoci un mondo in fondo, proprio le grazie, sempre sotto la doccia, di Edwige Fenech, Gloria Guida, Annamaria Rizzoli, Nadia Cassini, Lilli Carati, Barbara Bouchet, Janet Agren, Dagmar Lassander, Femi Benussi, Carmen Villani; Vitali e compagni in quei film davano proprio corpo e voce alle grandi e piccole debolezze del popolo italiano.

A questo punto della conversazione, ormai presi dalla mano e dalla giovialità, finanche dai sogni e dalle aspettative, in fondo negate in questi ultimi anni ad Alvaro, azzardiamo paragoni ed accostamenti: noi che vediamo benissimo Alvaro in film tipo  “certuni di John Landis”, oppure in “quelli con John Belushi o Bill Murray”, la signora Stefania che corregge il tiro e suggerisce il remake di un Ace Ventura italiano, Alvaro invece che guarda un po’ tutti intensamente negli occhi. Tutto finisce con un buon caffè e dei buonissimi pasticcini secchi.

Giovanni Berardi


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