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Americana di Don DeLillo

Creato il 20 febbraio 2012 da Nictrecinque42 @LositoNicola

Americana

© 2000 il Saggiatore Milano

“È la fine degli anni sessanta: a ventotto anni, David Bell è il sogno americano diventato realtà. Ce l’ha fatta, è arrivato in cima. Giovane, bello e top manager di una grande rete televisiva newyorkese, Dave è abilmente sopravvissuto a faide e purghe aziendali di ogni genere, e può godere di una posizione e di un successo invidiabili. Il suo mondo è fatto delle immagini che balenano sugli schermi d’America, delle fantasie che nutrono la chimera della nazione più potente del pianeta. Ma da quella vetta, la sensazione di vuoto per Dave si fa insostenibile, urgente il bisogno di confrontarsi e di sporcarsi le mani con quel paese che i suoi programmi televisivi non riescono e non vogliono raccontare davvero. Il sogno ha perso il suo incanto e si è smascherato come l’incubo americano. La ricerca di una realtà sfuggente si trasforma allora in un pellegrinaggio per le strade degli Stati Uniti a bordo di un camper scassato. Con tre improbabili compagni di viaggio e la cinepresa in spalla, Dave cattura volti, voci, pensieri, storie, la crisi rabbiosa di una cultura che deve fare i conti con se stessa e con i suoi conflitti, da quello in Vietnam a quello sociale e razziale. È il film della sua vita, il suo film, il tentativo frenetico e folle di scrivere un pezzo di storia dell’America di sempre, con l’arma di un umorismo raggelante e i materiali di scarto della cultura di massa.”

Questo è quanto si legge sul primo risvolto della copertina di Americana e, lasciatemelo dire, rappresenta una perfetta sinossi del romanzo di Don DeLillo di cui parlo oggi. In poche righe, con grande bravura e precisione, l’anonimo estensore descrive tutto ciò che il lettore troverà nelle 380 pagine del libro.

Adesso, aprite bene le orecchie, autori esordienti!

Per colpire l’interesse di un editore e, di conseguenza, per convincere un ignaro lettore a comprare il libro una volta stampato, il riassunto del vostro manoscritto deve essere scritto come il brano che avete appena letto.

Dunque, la sinossi non deve superare la mezza paginetta e, soprattutto, non deve essere ingannevole. Un editor si accorge subito che lo avete imbrogliato e il vostro manoscritto finirà di sicuro nel cestino. Una cosa forse peggiore, a mio giudizio, è ingannare chi acquista un libro. Purtroppo gli editori per promuovere le opere dei loro autori a catalogo non hanno quasi mai scrupoli a raccontare fischi per fiaschi…

Quante volte vi è capitato di acquistare libri dove la sinossi in copertina è migliore del contenuto dei libri stessi?

Ma questa è un’altra storia e, soprattutto, non è il caso di Americana.

L‘opera in questione mi è piaciuta molto, però devo dire che non mi ha convinto del tutto. Americana, scritto nel 1971, è il romanzo d’esordio di un autore che negli anni a seguire si rivelerà assai prolifico e sarà giustamente osannato dai critici di tutto il mondo per la sua indiscutibile bravura, però analoghe riserve le ho avute con Underground, il romanzo di DeLillo che ho letto pochi mesi fa.

In sostanza, per ciò che io ho potuto notare leggendo i due succitati libri, DeLillo alterna pagine bellissime, profonde, a pagine noiose. Spesso le sue digressioni o i suoi flash back sono lunghi, troppo letterari e a volte interrompono il flusso narrativo. Questo però non inficia il mio giudizio complessivo su un romanziere che mi ha fatto capire quanto sia modesta e imbarazzante la mia scrittura. Confesso che, di fronte a certe pagine di Americana e Underground, mi è venuta la voglia di chiudere la penna stilografica in un cassetto e buttare via la chiave…

DeLillo è uno scrittore che dovrebbe essere assolutamente “letto e studiato” da chi decide di utilizzare il proprio tempo libero per scrivere romanzi o saggi con la speranza che poi vengano presi in considerazione da editori seri.

DeLillo eccelle nelle descrizioni di personaggi e ambienti: la sua New York è viva come era viva la Dublino nell’Ulisse di Joyce, un maestro indiscusso, da lui letto e ben assimilato. I personaggi di DeLillo, anche quelli di contorno, non sono mai banali, vengono disegnati con quattro veloci pennellate e rimangono incisi per sempre nella mente dei lettori.

Termino presentandovi alcuni brevi stralci di Americana che mettono in mostra, a mio parere, la maestria di questo scrittore.

***

Cercai di concludere un po’ di lavoro. Ormai era buio. Andai alla finestra. Guardando verso sud, dall’altezza a cui mi trovavo, vedevo le luci accatastate una sull’altra per quasi tutta la lunghezza di Manhattan e il reticolo traforato delle strade. Aprii di uno spiraglio la finestra. L’intera città ruggiva. D’inverno, quando il buio cala prima del previsto e dalla nebbia stantia iniziano a occhieggiare le luci della città, New York diventa come una gigantesca torta di nozze. Si entra nell’ascensore con musichetta e si scende di duecento metri in dieci secondi netti, con un ronzio iperbarico nelle orecchie. È un processo spaventosamente impersonale, eppure in qualche modo necessario per passare dall’immagine a ciò che è effettivamente infilzato su quella graziosa forchetta. Mi feci quattro passi fino all’ufficio di Carter Hemmings. Lui era alla scrivania che si annusava le dita odorose di nicotina. Quando mi vide cercò in fretta di mimetizzare il panico scattando in piedi in un gesto assurdo e allargando le braccia come un barone degli allevatori argentini che accoglie nella sua villa un generalissimo golpista.

***

La calca iniziò a diradarsi solo quando mi trovai a sud della Quarantaduesima, e per tutto il percorso il traffico non diede tregua. A sud della Quarantaduesima la gente aveva più libertà di decidere il passo, eppure i volti parevano grigi e afflitti, i corpi intabarrati davano un’impressione di clandestinità, e allora pensai che forse in quella metropoli la folla era davvero essenziale all’individuo, perché senza di essa non c’era nulla contro cui rivolgere la propria rabbia, mancava l’eco del proprio dolore, si dissolveva ogni prova concreta dell’esistenza di persone ancora più sole al mondo. Pensieri fuggevoli. Me ne tornai a casa, accesi la tv, mi spogliai ed entrai nella doccia.

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Sembrerà curioso ma il lavoro mi piaceva, almeno all’inizio. Mi spingeva a ragionare e vedere le cose come mai prima. In quel primo periodo immaginavo la mia mente come una camera oscura con tante porte. Io davo il meglio quando ne tenevo aperte molte. Ogni tanto ne aprivo altre e lasciavo filtrare ancora più luce, rischiavo la verità. Se mi pareva che qualcuno percepisse le mie osservazioni o i miei gesti come una vaga minaccia, chiudevo tutte le porte tranne una. Era quella la posizione più sicura. Ma in genere ne tenevo aperte almeno tre o quattro. Quell’immagine della stanza buia era una compagna assidua.

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Scivolai via da sotto la gamba di Merry e spensi la tv. Scesi le scale nudo, con scarpe e vestiti sottobraccio. Volevo risvegliarmi solo: era una mia fisima che nel corso degli anni molte donne avevano finito per detestare. Il mio appartamento mi accolse silenzioso e ombroso, con le sue tonalità color vino rosso di quadri e tappeti, il caminetto, i pannelli di quercia, i divani rivestiti di cuoio nero vecchio e piacevolmente screpolato, i boccali di rame ossidato sopra il caminetto e la luce dorata della lampada da lettura sulla scrivania, oggetti che effondevano familiarità e calore senza bisogno di riconoscenza in cambio, il tutto a rammentarmi che la solitudine non richiede impegno a nessuno. Mi feci una doccia e andai a letto.

***

Old Holly era un sobborgo di New York solo in senso strettamente geografico: a differenza dei quartieri attorno, non era un’estensione dello spirito monossidico della metropoli, puro e semplice punto d’arrivo e di partenza. Non era una di quelle cittadine che sembrano limate e lustrate da una manicure. Quasi tutte le case erano molto vecchie e malconce in modo quasi rassicurante, di due o tre piani con piccole finestre con le imposte, soffitti alti, tetti a due falde, verande che in alcuni casi circondavano tutto il perimetro della casa seguendo le strane angolature formate dai tetti. In tutte le abitazioni scorreva un plasma annacquato di identità a risvegliare i sensi del visitatore occasionale. Chi entrava in una di quelle case sentiva nell’aria odore di chiodi di garofano o di tabacco aromatico; quella vicino profumava vagamente di menta, in qualche punto di vernice, il soffice effluvio di un vecchio tappeto, i suoni poco più che suggeriti dai tasti di un pianoforte chiuso, posateria e voci sparse, la predica indolente di una sega contro il legno, nient’altro che silenzio, oppure i suoni interiori che il silenzio contiene in tutte le stanze antiche e invase dal sole. In certe stanze, in certe case, i pavimenti erano leggermente in pendenza, le modanature cadenti, le travi portanti non a bolla, e quando si scendeva dal letto la notte per andare a prendersi un bicchiere d’acqua e fuori pioveva e soffiava il vento, era come trovarsi in mare aperto durante una tempesta. Da bambini, poi, ci voleva poco a convincersi che la casa fosse una nave, perché le scale cigolavano e c’erano dappertutto piccole nicchie buie dove appoggiare la mano al muro e sentire sospirare l’edificio intero, agitato da correnti tumultuose di vento. In quelle case erano assenti le persuasioni occulte dell’uguaglianza, i contorni precisi che non implicano vittoria né sconfitta ma solo stallo e identità, l’arida scienza del secolo.

***

«Il talento è tutto. Se hai talento, nient’altro importa. Puoi anche mandare a puttane la tua vita privata nel modo peggiore, chi se ne frega. Se hai talento, ti rimane sempre di riserva. Chi ha talento sa di averlo e non c’è bisogno di altro. E quello a renderti quel che sei. Serve a dirti che sei davvero tu. Il talento è tutto, la sanità mentale nulla. Ne sono assolutamente convinto. Secondo me una volta avevo i numeri giusti. Promettevo bene, vero o no, Dave? Cioè, insomma, qualche talento l’avevo, vero o no? Ma ero troppo sano di mente. Non sono stato capace di compiere il grande balzo fuori dalla mia anima per penetrare l’anima universale. Quello che hanno fatto tutti i grandi. Da Blake a Rimbaud. Ormai l’unica cosa che scrivo sono gli assegni. Leggo fantascienza. Vado per lavoro a South Bend e Rochester. Quello nel Minnesota. Non Rochester nello Stato di New York. Intendo Rochester, Minnesota. Non sono stato capace di compiere il grande balzo.»

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Il film dà il suo meglio se visto come una sorta di schizogramma definitivo, un’esercitazione diametrale intesa a distruggere ogni significato. Mi piace toccarlo, il mio film. Mi piace guardarlo scorrere nel proiettore. E questo il mio grande successo. Sullivan e Brand, nel loro candore chirurgico, mi hanno insegnato a temere e invidiare l’artista. (In realtà Brand, come si è scoperto alla fine, era uno scrittore di pagine bianche. E così mi piace ricordarlo, in definitiva come romanziere, in tutti i sensi un artigiano di grande talento; solo che sceglieva parole dello stesso colore della carta su cui erano scritte). Volevo davvero diventare un artista, come credevo dovessero essere gli artisti, un individuo pronto ad affrontare le complessità del vero. E ho avuto grande successo. Mi sono ritrovato con il silenzio e con il buio, seduto e immobile, creatore di oggetti che imitano la mia predilezione.

Da questa finestra vedo l’oceano, lontano, ondeggiante nella patina vacua e rabbiosa con cui la burrasca dipinge tutte le acque. Più tardi uscirò a passeggiare sulla spiaggia per un’ora. Se per allora il tempo sarà schiarito forse riuscirò a vedere le coste dell’Africa, la grande curva bruna dei lombi equatoriali. Ma ora come ora è piacevole l’attesa di lasciarmi ricadere (di qui a un paragrafo) in un periodo della mia vita ben più degno di essere filmato.

Allo scadere del secolo non ci saranno fuochi d’artificio. Non ci saranno agonie nei giardini. Ora che la notte fa cenno, la prima lampada accesa sarà quella di un uomo che si getta da una rupe per imparare a volare, che si libra verso i tropici solari e allontana la mano dal petto a estrarne fuoco. Il rumore dell’oceano sembra perdersi nel deflagrare della propria passione. Porto calzoni di flanella bianca.

***

Come al solito mi sono dilungato troppo e non c’è più spazio/tempo per pubblicare il ritratto di un prete, il reverendo Potter, che mi ha affascinato. Ok, ve lo presenterò più avanti in un post dedicato espressamente a lui.

Bye

Nicola


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