Ancora flessibilità?

Creato il 19 luglio 2013 da Propostalavoro @propostalavoro

Leggo e strabuzzo gli occhi. Non ci credo, devo essermi sbagliato, quindi rileggo, ma no, nessuno sbaglio: l'ha proprio detto. Tu quoque Giovannini. Il riferimento del mio sfogo sono le dichiarazioni rilasciate dal Ministro del Lavoro che, a inizio settimana, ha affermato, mettendo l'ennesima pietra tombale sul mondo del lavoro italiano, che "serve più flessibilità".

Ma come, sembrava che, finalmente, il Governo Letta avesse capito l'antifona: certo, stiamo parlando del governo delle aggiustatine, quello che si limita a piccoli interventi senza pretese, tanto che ha partorito un decreto per il lavoro  che è poca roba, ma che contiene quel passaggio fondamentale – limitare gli incentivi solo alle aziende che assumono a tempo indeterminato – che poteva, finalmente, essere una luce nel buio.

Invece, ancora una volta, si sostiene l'assurdità che, per rilanciare l'economia, serve la flessibilità buona. Per rincarare la dose, poi, Giovannini aggiunge che è necessario rivedere anche il sistema formativo, ritenuto totalmente inadeguato. Il buon ministro, infatti, reputa che i giovani italiani, troppo spesso, restano fuori dal circuito del lavoro, perchè non sufficientemente formati professionalmente.

Due domande: cos'è la flessibilità buona? A che serve investire nella formazione, in un sistema del genere?

Risposta 1: la flessibilità buona, la chimera invocata praticamente da tutti i ministri del lavoro o aspiranti tali degli ultimi 20-25 anni, non esiste! Il grande vantaggio dei contratti a tempo determinato, di qualunque tipologia siano (apprendistato, a progetto, ecc.), è la possibilità, per il datore di lavoro, di limitare diritti e salari dei lavoratori. Non accetti uno stipendio più basso? Non ti rinnovo il contratto. Non accetti di fare più straordinari? Non ti rinnovo il contratto. Vuoi iscriverti al sindacato? Non ti rinnovo il contratto…

Ditemi, cosa c'è di buono in tutto questo? Per limitare gli effetti nefasti di questo sistema, servirebbero il reddito di cittadinanza e/o il reddito minimo garantito: il primo per aiutare i precari, tra un contratto e l'altro, a vivere e non a sopravvivere; il secondo per mettere una linea di demarcazione, un confine invalicabile per gli stipendi, al di sotto del quale non si può assolutamente scendere, permettendo a tutti i lavoratori di avere un'entrata che garantisca loro un vita dignitosa. Peccato che nessuna di queste opzioni sia o sia mai stata inserita in nessuna proposta di legge degli ultimi decenni: a Roma, i lavoratori italiani preferiscono averli poveri, depressi e precari, così è più facile controllarli.

Risposta 2: che la formazione continua sia cosa utilissima è fuori discussione; che ogni ministro o aspirante tale l'abbia promessa, anche questo è fuori discussione; nessuno, però, si è mai degnato di andare oltre le promesse. Oltretutto, un altro degli effetti perversi della precarietà è che il lavoratore troppo formato o con troppa esperienza rischia di essere tagliato fuori: se sai troppo, costi troppo.

Ecco perchè le aziende italiane stanno arrancando nella crisi: se vuoi competere nel mondo globalizzato, devi essere innovativo; ma per innovare prodotti e servizi, devi disporre di personale altamente qualificato (e altamente costoso). Il sistema del precariato, invece, con la compressione dei salari, costringe i più preparati a cercare alternative all'estero, favorendo, così, la fuga dei cervelli, mentre quelli che restano sono costretti ad accettare soluzioni che mortificano, a livello di stipendio e di prospettive di carriera, le competenze acquisite, che così vanno perse.

Se vogliamo davvero riportare il Paese sulla retta via, allora il precariato va combattuto, non alimentato: Ministro cambi musica, abbiamo già dato.

Danilo


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