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Antiquarium Arborense inaugurata Le navi di Bronzo

Creato il 15 febbraio 2012 da Yellowflate @yellowflate

Antiquarium Arborense inaugurata Le navi di BronzoUn progetto che ha per tema il mare, gli incontri tra Sardi, Fenici e Punici. Si intitola “Le stive e gli abissi” e propone due mostre: all’Antiquarium Arborense di Oristano e al Ghetto di Cagliari. Oggi la presentazione di entrambe (alle 12 nel Chiostro del Carmine di Oristano, sede del Consorzio Uno). Per la prima volta nella storia delle mostre archeologiche una iniziativa, orchestrata dalla Soprintendenza per i Beni archeologici di Cagliari e Oristano, vede partecipi Comune e Provincia di Oristano e Comune di Cagliari. Di seguito pubblichiamo passi dei pensieri e delle suggestioni che l’iniziativa suscita in tre addetti ai lavori come Paolo Bernardini, Marco Minoja e Raimondo Zucca.

IL PROGETTO “Le Stive e gli Abissi” è una variazione del titolo di un romanzo marinaresco e onirico di Michele Mari, secondo una suggestione del Soprintendente Marco Minoja. Michele Mari fantastica nella sua opera einaudiana “La stiva e l’abisso” (Torino 2002) su una misteriosa bonaccia che costringe un galeone spagnolo all’immobilità in mezzo all’oceano. Parrebbe il vertiginoso silenzio che assale il capitan MacWhirr prima dello scatenarsi degli elementi in Tifone di Joseph Conrad. Questa mostra narra, come il libro di Mari, la storia di mille capitani che hanno ascoltato dal loro secondo le vicissitudini avvertite dalla ciurma sulla tolda della nave. Il terrore di mostri fantastici, come in un bestiario medievale, la smania dell’incontro dei pirati, le onde altissime che minacciano di rovesciare la nave, le alte rupi immerse nella salsedine: è terra? Non è terra? Dall’Odisseo d’Omero all’Ulisse dantesco, dall’anonimo capitano della nave di Giona al MacWhirr di Conrad, non riconoscete le stesse storie che narrano le navi di bronzo d’Oristano, o i tesori delle stive finiti negli abissi del Ghetto di Cagliari?
ANTIQUARIUM All’Antiquarium Arborense fanno vela le navi di bronzo dei Sardi che giunsero, tre millenni addietro o solo 2800 anni fa, alla laguna costiera del Prile, forse un’antica insenatura del Tirreno, lo scalo portuale di Vetulonia, la celebre città degli Etruschi, inserita in un comprensorio minerario. Ma giunsero i Sardi anche al porto di Populonia, che, come narra Strabone, nell’età di Augusto, sorge su un alto promontorio che cade a precipizio sul mare e forma una penisola (…) possiede un approdo (epìneion) ai piedi della montagna e due darsene (neòsoikoi).
La mostra è nata proprio a Vetulonia, curata da Simona Rafanelli, Marco Milletti e Fulvia Lo Schiavo, e si arricchisce di nuove navi di bronzo, provenienti dai santuari della Sardegna. Sardi ed Etruschi, figli di due terre dove zampillano i metalli, ci appaiono legati da stretti legami: sono i Sardi con la loro antica marineria, evocata dalle navicelle in bronzo, che attraccano ai litorali tirrenici. Portano tecnologie metallurgiche, da loro apprese a scuola dei maestri metallurghi di Cipro, e portano anche donne, principesse sarde d’alto lignaggio, che vanno in spose ai Tirreni, anche perché il padre degli Etruschi Tyrrenòs – narra il mito – aveva come moglie Sardò, la donna che diede il nome all’isola dalle vene d’argento. Vedrete le urne in terracotta che contenevano i resti d’uomini e donne tirreni (ma anche sardi) e che erano accompagnate da ricchi corredi con i simboli antichi dei sardi (navi, bottoni, pendenti decorati da spilloni e pugnali). E vedrete le brocche askoidi sarde importate dalla isola amata e fabbricate anche con l’argilla tirrenica, contenente un vino inebriante. E ciò che le stive scaricarono in terra etrusca e sarda…

Nel museo di Castello le affascinanti imprese di fenici, cartaginesi, romani, bizantini
Quei naufragi nei mari furiosi
Le preziose rivelazioni di tanti frammenti sottomarini
Le mercanzie risorte dagli abissi sono molteplici come le leghe percorse dalle navi sui mari. Le onde dei Roaring Forties (i “quaranta ruggenti”), paurosamente evocate dai velieri al varcare il quarantesimo parallelo sud, si ritrovano, non di rado nel Mediterraneo. Un naviglio costruito nei celebri cantieri di Siracusa trasportava al tempo di Cesare un carico di pesanti lingotti di piombo fusi nelle fonderie di Cartagena (Carthago nova), sulla costa orientale della penisola iberica. Era un’intrapresa commerciale in cui erano impegnati “borghesi” italici, dell’Umbria e delle Marche, come i Pontilieni, i Planii, gli Appii. Ma dopo una settimana di navigazione, superata l’ultima isola delle Baleari, il mare divenne grosso, e il terribile soffio del Circius (il Mistral) gonfiava le onde a dismisura, mentre si profilava terra: era il tozzo promontorio d’arenarie detto grande (Mannu) per antonomasia. Ma le onde non consentirono al pilota di vedere gli scogli aguzzi a libeccio di una piatta isola, a tre miglia dalla Sardegna, quella che dal medioevo era detta Mal di Ventre.
Una falla s’aprì nel fasciame, la nave appesantita dal piombo e dall’acqua imbarcata, tentò la salvezza, invano e un gorgo avviluppò nave, piombo, anfore e uomini, trascinandoli sul fondo di cristallo cento piedi sotto il mare. E la storia della nave di Torre Murtas, presso Villaputzu, nel mare Tirreno? S’era da poco celebrata la Unità d’Italia che una nave mercantile faceva placidamente rotta dalla Sicilia, lungo la costa tirrenica della Sardegna. Le condizioni del mare peggioravano e il naviglio cercò scampo in un minuscolo approdo dominato dalla vecchia torre di Murtas eretta dagli Spagnoli per l’avvistamento dei pirati della Barberìa. Troppo tardi: la nave si infranse sugli scogli portando il suo carico su un fondale di appena sette metri. Pirati moderni hanno saccheggiato la facile preda ma Donatella Salvi della soprintendenza per i Beni Archeologici con uno scavo esemplare ha trovato gli elementi datanti il naufragio. Insieme al carico sono apparsi i frammenti di piatti della bottega ceramica Gribaudi di Vicoforte attiva a Mondovì, con una fanciulla che inalbera il tricolore nello sfondo dell’ talia unita. Una pipa in terracotta con l’effigie del Re galantuomo ha consentito di conoscere il fervido tempo risorgimentale che ispirava gli artigiani di una Italia finalmente unita.
Molte le storie che sono narrate dalle stive precipitate negli abissi: storie di fenici, cartaginesi, romani, bizantini. Sono storie di mari furiosi. Ma anche le placide lagune rivelano tra i limi oscuri i carichi delle stive: così a Santa Gilla di Cagliari, così a Marceddì, così a Santa Giusta, la fenicia Othoca, dove una fola antica parlava d’una città inabissata per l’empietà dei suoi abitanti: nelle acque dello stagno di Santa Giusta è riemersa dopo ventiquattro secoli una testa fittile d’un negro, plasmata con tutto il realismo dei plasticatori educati dalla forma greca dell’età ellenistica.(fonte Unione Sarda)


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