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Antonio Devicienti su un libro di Anna Maria Farabbi

Da Narcyso
Antonio Devicienti su un libro di Anna Maria Farabbi

Mi fa molto piacere proporre proprio qui, su Compitu re vivi, un libro di poesia composto da un'autrice d'indiscusso ed eccezionale valore e che scrive volentieri anche rivolgendosi a lettori di giovane e giovanissima età. È, questo, segno di una fede nella scrittura, nella bellezza che la scrittura sa suscitare e nella sua forza di comunicazione davvero impagabile in tempi d'arretramento culturale e civile come quelli che stiamo attraversando. Credo, inoltre, che Anna Maria non distingua tra i propri "libri per i grandi" e i "libri per i più giovani", ma sia consapevole che, talvolta, siano semplicemente necessari dei piccoli accorgimenti stilistici e contenutistici per andare incontro anche a chi, data la sua giovane e giovanissima età, non possiede ancora gli strumenti psicologici e culturali per comprendere certi testi. Non sto parlando di testi che verrebbero semplificati ed "abbassati" al livello dei piccoli (sarebbe già questo indizio di un lavoro sulla scrittura pessimo e corrotto da pregiudizi), ma di scelte stilistiche e contenutistiche capaci di donare intatta la forza della parola poetica anche a chi, ancora, non sa leggere o ha iniziato a farlo da poco o si trova, comunque, nella fascia della scuola dell'infanzia. Ed in ogni caso (ed è questa la mia tesi critica di fondo) Talamimamma è libro perfettamente coerente e di valore pari rispetto a tutti i precedenti.

Ed ecco il risultato: ancor prima di aprirlo ci ritroviamo tra le mani un volume dalla copertina attraente ed anche gradevole da toccare, un oggetto facile da riporre in una borsa o in una cartella; sfogliandolo ci accorgiamo che siamo innanzi ad una sorta di almanacco in cui ogni mese dell'anno viene presentato da un grande disegno a colori di Giulia Incani cui seguono sempre tre brevi testi in versi; terminato l'arco dei mesi s'incontrano dodici tavole in bianco e nero che invitano fortemente ad essere colorate, oppure fotocopiate, colorate ed appese in camera o in classe o ovunque si desideri, oppure ricopiate o imitate... Bell'esempio di "libro interattivo", ma secondo canoni non banalmente e volgarmente tecnologici, bensì capaci di recuperare il piacere del fare con le mani, del dialogare anche concreto con l'oggetto libro, del renderlo proprio intervenendo con pennarelli o pastelli e nulla e nessuno impedirebbe al lettore di qualunque età di annotare o interloquire coi versi di Anna Maria Farabbi - chissà, chiunque potrebbe essere preso dalla voglia (quanto salutare e gioiosa!) di comporre propri versi, non perché farlo sia facile, ma perché farlo è, semplicemente, un atto di felicità.

Ripartiamo ora dal titolo: Talamimamma significa, nel dialetto umbro dell'autrice, "alla mia mamma" e così recita l'omonimo testo in limine all'intero libro:

facciamo che io sono una palla che odora di tutte le mani che dall'inizio del mondo l'hanno giocata facciamo che io sono una freccia faccia rotonda che girando cambia se per un attimo ti assomiglia non puoi trattenerla perché io sono il fuoco il giuoco invisibile infinito sonoro l'oro

della poesia bambina (pag. 5).

Sfido chiunque a dimostrarmi che questa sia "solo poesia per l'infanzia". Dal mio punto di vista ritrovo invece (e intatta) l'annosa riflessione che Farabbi va attuando sulla poesia, sul suo essere e sul suo farsi, i versi appena citati potrebbero appartenere, per sprezzatura del verso e per tematica, ad uno qualunque dei libri già pubblicati; sempre i libri di Anna Maria (tutti, nessuno escluso) posseggono radici tenaci nell'infanzia e nei giuochi infantili, nell'esistere in quanto già di per sé ininterrotto atto creativo, nel giuoco quale scoperta ed invenzione, rappresentazione a se stessi del mondo (sua verbalizzazione e comprensione, dunque). E qui, aggiungo, Pascoli non c'entra: nulla d'irrisolto affiora in questa poesia, ma sempre un essere in cammino, un dialogo con il mondo e con i suoi misteri, dialogo ricco di curiosità ed aspettative; il sintagma poesia bambina dice molto bene del disporsi da parte di Anna Maria ad accogliere nella propria scrittura il mondo con mente "perturbata e commossa" e, immediatamente dopo, "pura", per usare ben note espressioni vichiane. La complessa struttura delle assonanze, delle paromomasie, delle allitterazioni segnala a sua volta che Farabbi sa sfuggire anche al pregiudizio (diffuso) che la "poesia per l'infanzia" debba apparire in forma di filastrocca dalle rime facili: ogni essere umano dotato di sensibilità percepisce la musica insita nel linguaggio e riconosce nella poesia la capacità espressa al massimo livello di esaltare tale musicalità, di renderla prodotto d'arte. Questa lirica proemiale s'offre, allora, a più livelli di lettura, dall'immediato percepirne la bellezza al più sofisticato smontaggio e rimontaggio critico e preannuncia un libro molto serio nelle sue basi poetologiche e ritmiche. Anna Maria Farabbi non rinuncia alle cifre stilistico-tematiche che la caratterizzano, ponendosi, tra l'altro, all'interno delle belle esperienze di un Roberto Piumini, di una Giusi Quarenghi, di una Viaviane Lamarque, ma anche distinguendosene in modo originale, perché Farabbi conserva la propria voce, la propria riconoscibilissima intonazione qui come altrove, cosicché ella non "scrive per i bimbi", ma scrive loro, facendosi una di loro, non imita, ma crea, non "fa finta", ma è. Per dimostrarlo con i testi alla mano propongo, dopo la lirica proemiale già in sé potentemente rivelatrice, una delle liriche dal mese di febbraio:

La ragnatela all'alba che cos'è se non il mistero di una mappa sensibile e carnivora cos'è se non la perfezione tessuta da un filo invisibile che ora davanti a me brilla di brina che cos'è se non la terribile bellezza

dentro cui muore la mosca? (pag. 12)

Si tratta di una fine e per nulla banale riflessione sulla relazione tra il male (con la sua fascinazione) e la bellezza. Il linguaggio come rappresentazione e verbalizzazione del reale fa da ponte tra un io lirico totalmente curioso ed il mondo che lo attrae, ma, anche, talvolta, lo spaventa. Anna Maria non cade nel grossolano errore di scrivere "come farebbero i bambini" o di immaginarsi quello "che i bambini possono capire" (pregiudizio diffusissimo tra gli adulti), ma dimostra che la poesia, quando c'è, parla e si fa ascoltare da chiunque (ricordo che davanti all'aedo che cantava il ritorno in patria di Ulisse era spesso raccolta una folla la cui maggioranza era costituita da analfabeti).

Il distico che chiude la lirica seguente, dedicata al Carnevale ( oggi canteranno i pesci / e io saprò ascoltarli, pag. 13), dice bene e in modo diretto di una poesia come sempre attentissima anche a ciò che, apparentemente, è "muto".

21 marzo: primavera nell'orto nasce l'origine dei semi uccelli e farfalle non sono abbastanza se fiorisce il melo bianchissimo

e ha una testa che parla (pag. 17).

Anche questa breve lirica dimostra come possa non esserci differenza tra la poesia "per i grandi" e quella "per i più piccoli", con l'ulteriore annotazione da parte mia che, se si vanno a sfogliare i libri precedenti di Anna Maria, difficilmente si noteranno grandi differenze di stile e di temi, perché quest'autrice non ha bisogno di "sforzarsi" a scrivere per i lettori più giovani e la cosa va a suo titolo di merito: da sempre la poesia di Farabbi ha avuto con rara naturalezza come propri interlocutori tutti i lettori disponibili ad ascoltarla, indipendentemente dalla loro età. La ricerca di una parola che potremmo definire "sorgiva" trova naturalmente il bambino quale suo primo interlocutore, colui che, ancora scevro da pregiudizi sociali e culturali, è capace di cogliere l'essenzialità e la potenzialità insita nella parola, ma da questo l'adulto non ha che da imparare, dovendo egli cercare di liberare se stesso dai condizionamenti e dai pregiudizi che, viceversa, lo rendono meno capace di ascolto e percezione.

uovo di cioccolato con sorpresa non c'è gallina che ha creato il mio dolcissimo uovo avvolto da un nastro di raso bianco l'odoro lo rompo lo mangio e metto al dito l'anello che viveva

nel suo vuoto magico (pag. 21).

Soltanto un vero poeta può inventare un anello che viveva nel suo vuoto magico, soltanto un tale poeta sa inventare una definizione così perfetta della poesia e quel vuoto magico ha alle spalle universi interi: il vuoto dei mistici, quello dei filosofi, il vuoto necessario al pieno, l'alpha dell'origine...

Ci sono poi testi di pura bellezza, da leggere e rileggere e imparare a memoria:

aquilone al tramonto ho un filo vivo tra le mani che mi lega al cielo

con un volo arancione taglia il vento (pag. 22): nel vortice delle nostre sofisticherie dimentichiamo che la poesia può essere anche, semplicemente, un distico di bellezza.

E un poeta come Farabbi, affascinata dai fari e dal loro significato, non poteva non comporre versi come i seguenti:

danza nel faro una lanterna rotonda una porta blu una casa bianca sull'isola del mare c'è una luce che gira giorno e notte parlando agli uccelli ai pesci alle navi e c'è una guardiana che quando non lavora la luce

suona conchiglie (pag. 25).

Mi soffermo su lavora la luce e anche su suona conchiglie:il mondo inventato dalla fantasia coincide con il mondo del fare poesia, luce "lavorata" e liberata lungo le rotte marine, conchiglie con le quali generare musica.

Ed ora a pag. 29:

sulla riva del mare mentre sbarcano quando sarò grande giocherò con tutte le creature che vengono dal mare con le barchette bucate o camminando sulle acque avrò un pane e una ninna nanna dolcissima

che addormenterà il dolore (pag. 29).

L'attualità più dolorosa entra così anche in questo libro (le migrazioni e l'immane dolore ad esse connesso non sono temi nuovi nell'opera di Farabbi) ed è detta con quest'intelligente semplicità scevra di retorica.

A chi avesse gentilmente seguito fin qui il filo del mio discorso torno a consigliare: leggete prima Adlujè, Solo dieci pani, Abse e, subito dopo, Talamimamma: non vi avvertirete alcuna cesura, ma uno snodarsi del discorso poetico-stilistico prodigioso nella sua bellezza e nella sua ricchezza e un testo come il seguente

il canto la cicala canta senti anche il grillo canta ma questa è una storia che sanno tutti la formica canta e anche la pesciolina negli azzurri del mare puoi sentire perfino il suono del filo dell'erba che canta

quando hai le orecchie nel cuore (pag. 32)

potrebbe benissimo appartenere ai precedenti libri, stilisticamente, tematicamente (ed anche nelle sue scelte tipografiche quali le spaziature interne ai versi) coerente, fino alla clausola finale, indimenticabile e potente della sua verità: quando hai le orecchie nel cuore, che è poi cifra stilistica tipica di Farabbi che cita spesso parti del corpo come avessero vita e pensieri autonomi, corpi e menti vivi nell'unico universo del corpo senziente e pensante.

E che dirà il lettore dei versi seguenti?

ozio elementare in vacanza il mio quadernino riposa al sole bianco pigro e calmo le paroline dormono e sognano di uscire dal vocabolario per viaggiare da una lingua all'altra del mondo

beati come venticelli portatori di cose (pag. 34).

Da parte mia sottolineo il leitmotiv del quaderno (o quadernino) che si affaccia più di una volta nel libro e del vento, che, assieme ai colori (il blu, il rosso, il giallo, il bianco e via enumerando) costituisce uno dei collanti più persuasivi di Talamimamma.

E, sfogliando sfogliando, si incappa in delle accensioni di saggezza come queste:

la felicità è povera e bisogna impararla

per goderne (da poesia bambina, pag. 37),

oppure in un'affermazione paradossale che esprime una concezione del vivere anticonvenzionale, nutrita d'amore per il mondo e per la vita come la seguente:

la bimba pesciolina malgrado sia nato l'autunno ancora il caldo mi asciuga la faccia quando esco dall'acqua dopo l'ultima nuotata della giornata un giorno lo giuro disubbidisco alla mamma:

porterò il mare in cima alla montagna (pag. 41).

Sono del tutto persuaso che i bambini comprendano bene queste parole e s'identifichino con esse: Anna Maria non "fa la poetessa per i bambini", non "scrive per l'infanzia"; Anna Maria continua a scrivere la sua poesia, mai dimentica in nessuno dei suoi libri dell'intera propria storia personale, per cui quando la sua penna si posa sul foglio bianco essa contiene in sé contemporaneamente l'infanzia e la maturità, l'adolescenza e la giovinezza, la gioia e il lutto.

E in questi giorni, proprio in questi giorni della strage nella scuola di Peshawar (ma quanti se ne sono accorti qui in Italia?) leggo e rileggo:

inizio della scuola la maestra dice che anche gli aquiloni vanno a scuola del vento e che ogni mattina i bimbi in Afghanistan scrivono senza banco né penna intingendo un'asticella di bambù in un barattolo di fango imparano sul campo le migrazioni delle lettere dei numeri degli uccelli

e del canto (pag. 44).

So quanto sensibile a tali tematiche sia il mio gentile ospite, Sebastiano Aglieco, il quale ha una lunga consuetudine umana e professionale con la scuola dell'infanzia e so che la mia requisitoria può apparire retorica, ma invito, caldamente invito a leggere e rileggere Talamimamma nel Paese (il nostro) dei proclami vuoti, ipocriti e disonesti sulla "buona scuola", invito a leggerlo pensando alle migliaia di studenti e di loro insegnanti che, malgrado tutto, credono ancora nel valore irrinunciabile dell'istruzione: che libri come questo siano accolti quali libri di alta poesia ed anche di formazione civile.

poesia della differenza non è il cono della montagna su cui gli uccelli atterrano non profuma di muschio di api e di pietra non nasce sentieri su cui mettere i piedi e il bastone né fiorisce la cima bella è l'inferno della discarica mi dice la mamma senti i gabbiani la strappano con il becco mentre cresce abbi cura di ciò che vive in terra nell'aria nell'acqua e nel fuoco

solo dopo molto silenzio apri la parola (pag. 48).

Me lo ripeto, sommessamente: abbi cura di ciò che vive / in terra nell'aria nell'acqua e nel fuoco // solo dopo molto silenzio apri la parola. Quella di Farabbi è una poesia cui è stabilmente sotteso quest'imperativo etico, un'onestà intellettuale cui la poeta umbra non rinuncerebbe mai.

Così come non rinuncia neanche stavolta a riaffermare la linea femminile di una continuità generazionale, memoriale e culturale (la donna portatrice di vita e di cultura, di pace e di civiltà):

(...) intanto per non sentirmi sola canto il mio nome in fila indiana dietro a quello di mia madre di mia nonna

e della madre della madre di mia nonna (da la luce dal niente, pag.50).

Infine

nevica azzerando la maestra la scuola il quaderno matita a colori e io sto dentro il vuoto dello zero

perché è il mio nido di neve (pag. 53): di nuovo il vuoto, l'attimo fecondo e vuoto prima del venire ad essere, il tempo-luogo, lo zero da cui scaturiscono la vita e la scrittura.

La poesia, per continuare a vivere, ha bisogno di conquistare nuovi lettori. Anna Maria Farabbi è tra i pochissimi ad averne consapevolezza.


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