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Antonio Lucchi: il disegno in digitale a servizio dell’avventura classica di Adam Wild

Creato il 26 gennaio 2015 da Lospaziobianco.it @lospaziobianco

Antonio Lucchi: il disegno in digitale a servizio dell’avventura classica di Adam WildAntonio Lucchi nasce a Sassari, città nella quale frequenta l'istituto d'arte Filippo Figari, nel ramo grafica pubblicitaria e fotografia. Nel 2008 decide di lasciare il lavoro da grafico e si trasferisce a Roma, dove frequenta il corso di grafica 2D e 3D per videogiochi presso l'Accademia italiana videogames (AIV). In quel periodo inizia a disegnare seriamente in digitale e scopre le infinite potenzialità del mezzo. Da sempre appassionato di fumetti, oltre che di videogiochi, pubblica la sua prima storia di dieci tavole, Shinigami, su sceneggiatura di Paolo D'Orazio. A essa segue una seconda storia di dodici tavole per i testi di Massimiliano Filadoro e poi arriva l'esperienza su Davvero di Paola Barbato (episodi digitali 12, 22 e 40 - albo cartaceo #2) e il tredicesimo episodio di Rusty Dogs, il webcomic noir scritto da Emiliano Longobardi. Poi arriva la chiamata di Gianfranco Manfredi per entrare a far parte dello staff di disegnatori di Adam Wild. Antonio è anche un amico de Lo Spazio Bianco avendo partecipato con un suo omaggio allo Speciale Superman 75 del 2013.

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Canale Youtube:www.youtube.com/user/AntonioLucchi/featured

Ciao Antonio e ben ritrovato su Lo Spazio Bianco.
Come sei entrato a far parte dello staff di Adam Wild?
Stavo lavorando al numero 2 di Davvero e mi mancavano una trentina di pagine alla fine, con una scadenza che era sempre più prossima. Stavo già iniziando a pensare a cosa avrei fatto dopo, visto che quell'avventura sarebbe terminata lì. Nello stesso periodo Gianfranco Manfredi ha aperto una pagina Facebook, dove ha iniziato a parlare del fatto che un tempo, i disegnatori di fumetti erano più produttivi e, come provocazione, ha chiesto se ci fosse ancora in giro qualche disegnatore capace di produrre almeno quindici tavole al mese e, nel caso, di contattarlo. Io, lì per lì, non ho avuto il coraggio di propormi, ma Matteo Bussola, compagno di Paola Barbato e co creatore di Davvero, ha fatto comunque il mio nome e quello di Damjan Stanich.
Io in quel momento avevo intenzione di cominciare a fare qualche tavola di prova per Dragonero, essendo un appassionato di fantasy, e avevo già allacciato dei rapporti, tramite Walter Trono, con Stefano Vietti. Invece, dopo aver fatto un solo disegno del volto di Ian Aranill, mi è arrivata la richiesta di fare qualche tavola di prova per Adam Wild, con una scadenza molto ravvicinata. Ripensandoci ora, a posteriori, quella scadenza così stretta è stata una cosa positiva, perché mi ha spronato a cercare un tipo di segno grafico diverso da quello che avevo usato fino a quel momento.
Ero partito da Shinigami, per Paolo D'Orazio, che aveva molte atmosfere gotiche, nebbiose, per poi passare a Davvero dove, essendoci il colore, avevo dovuto eliminare tutti gli effetti tipo spugnature e i neri sporchi in favore di una linea chiara, pulita. Per le prove di Adam Wild, ho deciso di non fare nemmeno le matite, visto che il disegno digitale lo permette, e sono venute fuori delle tavole molto "gestuali", un segno che poi si è evoluto in quello che appare nel quinto numero, l'albo da me disegnato in uscita a febbraio.
Però Gianfranco Manfredi è rimasto positivamente colpito da quelle prove e sono salito a bordo! In un certo senso, devo ringraziare Facebook se sto lavorando...

Come ti trovi a lavorare con Gianfranco Manfredi? Ti sei confrontato con lui sulle varie parti della sceneggiatura mentre la disegnavi e quanta libertà avevi?
Lui lascia libertà totale. Le sue sceneggiature sono perfette e scorrevoli da leggere. Richiamano immediatamente alla mente le giuste immagini, senza troppi fronzoli.
Lavorare con Manfredi è molto bello: è uno sceneggiatore che va incontro al disegnatore. Ha voluto da subito che tutti noi autori coinvolti ci esprimessimo in completa libertà, senza fare un gruppo di lavoro con uno stile uniforme, ma anzi ha insistito affinché ognuno di noi si sentisse libero di affrontare la storia da disegnare con il proprio stile personale.
All'inizio, a dire la verità, ero curioso di vedere come lavorassero gli altri disegnatori; adesso, invece, alla luce anche dei primi numeri usciti di AW, sono contento dell'impostazione scelta da Manfredi perché mi ha responsabilizzato dandomi grande fiducia. Infatti, cosa che non avrei mai pensato, adesso lui mi lascia la possibilità di inviargli direttamente il lavoro finito, senza prima volere visionare le matite: io gli spedisco direttamente la tavola completa, tanto con il digitale se c'è da fare qualche correzione o modifica diventa semplice.

Presentando Adam Wild in una conferenza stampa, Gianfranco Manfredi ha detto che per lui è fondamentale mettere la storia a servizio dell'artista che la deve disegnare, perché ciò che conta di più a suo avviso nel fumetto è la componente grafica. Non tutti gli sceneggiatori la pensano così.
Vero. La prima volta che parlai con Manfredi, al telefono, mi disse subito di avere una storia fatta apposta per me, con atmosfere cupe e horror, con i cannibali di mezzo, gli stregoni, insomma, cucita sul mio stile. E anche quella a cui sto lavorando in questo momento ricalca le stesse atmosfere, visto che Manfredi conosce bene il modo in cui sfrutto le ombre e i neri nei miei disegni e come essi possano essere efficaci a rappresentare una storia di un certo tipo.

Disegnare una storia di Adam Wild comporta sicuramente un grosso lavoro di documentazione: in questo aspetto, è Manfredi stesso a fornire il materiale necessario, allegato alla sceneggiatura, o il lavoro di ricerca è lasciato tutto al disegnatore?
È tutta opera di Gianfranco. A me arriva la sceneggiatura, con tanto di indicazioni della gabbia pagina per pagina, e poi, a parte, un altro documento contenente tutta la documentazione grafica e fotografica necessaria per disegnare la storia. Ognuno di noi disegnatori poi esegue le sue ricerche personali per approfondire certi elementi o anche per semplice curiosità.

Senza spoilerare troppo, ci dici di cosa parla il quinto numero di Adam Wild da te disegnato?
La storia è ambientata in Congo e inizia con Adam che ha vagato per la giungla parecchi giorni, quindi all'inizio lo vediamo sporco e con la barba lunga arrivare a una stazione commerciale sul fiume Lualaba. Lì si viene a trovare tra due fuochi: da una parte ci sono i belgi e dall'altra c'è una tribù di cannibali. Tra i due intercorrono scambi commerciali che mettono a repentaglio la vita di numerose persone. L'albo è molto crudo, con cannibali dai denti limati, impiccagioni, amputazioni e via dicendo. La parte più difficile da realizzare è stata una scena di lotta, ambientata di notte, con l'oscurità rischiarata da frecce infuocate. Quando l'ho letta sulla sceneggiatura, mi sono detto: " Ora ci divertiamo! ". La speranza è di averla resa bene.

Prima di lavorare con lui, sei stato un lettore di un fumetto scritto da Manfredi?
Assolutamente sì, di Magico Vento e dei da lui scritti, mentre non ho mai letto purtroppo Gordon Link. Ho iniziato a leggere MV nonostante non avessi una particolare passione per il genere western. Le pubblicità sugli albi Bonelli che leggevo però mi avevano incuriosito. I disegni e la commistione con l'horror, un genere che invece amo, mi avevano convinto ad acquistare il primo numero. Da lì non l'ho più mollato e ho anzi iniziato a incuriosirmi e a interessarmi di tutte le vicende storiche che erano alla base degli albi.

Per quanto Gianfranco Manfredi abbia affermato che Adam Wild è un personaggio completamente diverso da Ned Ellis - e ciò è indubbiamente vero - le storie di questa nuova serie assomigliano molto a quelle di MV nella loro componente storica, mischiata alla finzione, mai presentata al lettore in maniera didascalica o nozionistica.
Esatto, hai ragione. La lettura ti stimola all'approfondimento e allo studio di quei temi e argomenti senza risultare pesante.

Antonio Lucchi: il disegno in digitale a servizio dell’avventura classica di Adam Wild
Come si svolge, dal punto di vista professionale, il lavoro su Adam Wild: fate ogni tanto delle riunioni oppure ognuno di voi ha contatti solo con Manfredi e poi lavora in solitaria? Come dicevo prima, Manfredi ha voluto che non ci influenzassimo l'un l'altro tra disegnatori e dunque io ho lavorato completamente isolato, interfacciandomi solo con lui, prevalentemente per email. Con gli altri disegnatori c'è stato un rapporto perché abbiamo sentito la necessità di crearlo noi, non perché c'è stata una volontà di Manfredi o della casa editrice. Damjan Stanich e Matteo Bussola li conoscevo già, poi ho intrecciato rapporti con Stevan Subic e Alessandro Nespolino, anche se le chiacchierate tra noi spesso vertevano più su altri argomenti che non il lavoro sulla serie in senso stretto.

Adesso stai lavorando a un altro numero di Adam Wild, una storia della seconda stagione.
Sì, sto lavorando al numero 22, che fa parte di una storia doppia, di cui io disegno solo la seconda parte, mentre la prima vede al lavoro Matteo Bussola. È una storia completamente diversa dalla prima che ho fatto e mi sto divertendo molto a disegnarla, sembra di assistere a un film di Indiana Jones; è una storia molto più avventurosa e fantasiosa di quella del quinto numero.

Un altro personaggio Bonelli che ti piacerebbe disegnare, oltre a Dragonero che hai già nominato?
Il sogno sarebbe Dylan Dog. Tu dunque ti affidi esclusivamente al computer per disegnare, senza che gli strumenti tradizionali entrino mai in nessun passo della creazione delle tavole. Ora come ora, è così. Ed è la mia salvezza. Io sulle tavole ci sudo. Entro in apnea. Voglio vedere immediatamente il risultato finito e il digitale mi da questa possibilità. Faccio una bozza veloce e poi inizio direttamente a mettere neri e toglierli, finché il risultato non mi soddisfa. Con foglio, matita e chine sarebbe impossibile, data la mia poca esperienza.

Grazie per la bella chiacchierata, Antonio. A presto! Intervista realizzata dal vivo il 09/12/2014

Una curiosità: tu spesso pubblichi su Youtube i Making of delle tue tavole. Da dove nasce questa esigenza?
Sono un egocentrico e mi piace far vedere quello che faccio!
A parte gli scherzi, essendo quello del fumettista un lavoro solitario, io sento la necessità di instaurare un rapporto con i lettori, con chi segue la mia opera. Mi pesa stare tutto il giorno da solo, sento la necessità di avere un riscontro il più possibile immediato riguardo quello che sto facendo.
Per dire, io suono la batteria in un gruppo musicale, e quella è la forma d'arte che prediligo perché mentre suono, ho davanti a me il pubblico che immediatamente mi trasmette energia. Nel fumetto, una storia su cui ho lavorato molti mesi fa, si potrà vedere solo a febbraio. Dunque i video su Youtube sono un modo per mostrare come io lavoro, anche perché credo possa essere interessante vedere come nasce una pagina a fumetti disegnata in digitale.

Hai iniziato a disegnare al computer dopo avere seguito a Roma un corso di grafica e animazione 3D per videogiochi, giusto?
Praticamente sì, avevo fatto qualcosa in precedenza ma con un mouse e una tavoletta grafica terribile. All'AIV (Accademia Italiana Videogames) ho approfondito il disegno e ho conosciuto nuovi software. Tutto questo mi ha aperto a un ventaglio di soluzioni grafiche che non immaginavo. Per esempio ora utilizzo anche programmi di modellazione 3D per visualizzare alcuni ambienti complessi che poi disegnerò.
Lavoro con una tavoletta Bamboo Wacom e appena potrò passerò alla Cintiq con lo schermo grande, da 22 o 24 pollici, anche se un po' ho paura che questo possa cambiare la gestione del segno; un conto è fare un gesto piccolo e contenuto, altra cosa è quando lo spazio a disposizione per il pennino aumenta.

Come procedi nel disegnare una storia: segui la sceneggiatura in ordine cronologico o salti avanti e indietro lavorando a pagine non consecutive?
La prima cosa che faccio è lo storyboard completo: prendo la sceneggiatura, la leggo dall'inizio alla fine e cerco di visualizzarla. A questo punto mi metto al computer e inizio a impostare la gabbia di ogni pagina; prendo una vignetta, ne leggo la descrizione data dallo sceneggiatore e faccio una bozza molto veloce. Eseguo questa operazione per ogni singola vignetta della storia, in modo da avere già impostate a livello di bozza tutte le tavole dell'albo.
Dopo di che comincio a disegnare, seguendo l'ordine cronologico della storia: il numero 5 di AW l'ho realizzato secondo questo metodo.
Tuttavia, nell'albo sul quale sono al lavoro adesso, non posso procedere allo stesso modo perché, lavorando assieme a Matteo Bussola che sta realizzando la prima parte della storia e non ne ha ultimate ancora delle parti, devo aspettare che lui finisca per capire come i personaggi sono arrivati in un determinato punto, come sono vestiti, etc.
E quindi sto saltando, un po' come si fa quando si gira un film: prima tutte le scene notturne, poi gli interni e così via.
Comunque io mi sento più a mio agio a lavorare seguendo l'andamento cronologico della storia, anche perché in quel modo riesco a sentire di più il pathos delle vicende che sto disegnando.

Tu sei sempre stato un lettore di fumetti. Chi sono stati gli autori che ti hanno influenzato di più e a cui guardi tuttora nel tuo lavoro?
Immediatamente mi viene da dire Pasquale Frisenda, per me è una sorta di nume tutelare.
Quando dovevo iniziare a disegnare la prima storia di AW, mi sono ripreso in mano il Tex di Patagonia e tutti i numeri di Magico Vento da lui disegnati: la prima volta che vidi i suoi disegni su MV fu per me una folgorazione.
Poi, essendo un lettore di Dylan Dog, mi hanno sempre affascinato gli autori dal segno "grosso": Bruno Brindisi, Giampiero Casertano, Luigi Piccatto ma anche Corrado Roi, seppur per altri motivi. Da quest'ultimo sicuramente ho ripreso certo atmosfere e le tipiche "spugnature".
Quando ho lavorato a Shinigami, per esempio, ho guardato molto a Daniel Zezelj, mentre per le anatomie mi ispiro a Claudio Castellini, Burne Hogarth, John Buscema.
E poi, non ultimo, Giorgio Cavazzano che ha un segno che adoro.

In un'intervista hai detto, poi, che eri un lettore appassionato di Splatter e Mostri che ospitavano storie di autori dal segno "grosso".
Assolutamente sì, tutta la cosiddetta scuola salernitana: Bruno Brindisi, Luigi Siniscalchi, Roberto De Angelis.
Ho sempre adorato i segni spessi, le linee sottili sto iniziando a guardarle ora.

Quindi, per esempio, un autore come Giancarlo Alessandrini non è nelle tue corde.
A dire la verità, i miei gusti stanno cambiando. A suo tempo, io Alessandrini non riuscivo ad apprezzarlo, mi chiedevo perché disegnasse così. Oggi, quando osservo le sue tavole, mi rendo conto che invece lui aveva capito tutto e adesso devo cercare di farlo anche io! Un altro che non riuscivo a farmi piacere la prima volta che ho visto i suoi disegni è stato Attilio Micheluzzi, non riuscivo proprio a capirlo. Poi lo scorso anno, a Lucca Comics, mentre ero in giro per gli stand, mi sono trovato davanti a una sua tavola originale de Gli orrori di Altroquando (Dylan Dog Speciale #2)...mi sono commosso nell'osservarla.

A proposito di tavole, per te che lavori in digitale gli originali non esistono?
Direi proprio di no. Io in Bonelli, per esempio, invio direttamente il file da stampare.
Purtroppo questo è un limite del digitale: una stampa in alta qualità di una tavola fatta al computer non è la stessa cosa di una tavola disegnata con matita e china. Il segno delle pennellate nelle tavole fatte a mano è inimitabile.
Quello che mi infastidisce è il fatto che comunque, io disegno a mano, cambia solo il supporto. Chissà che in futuro non si trovi un modo per dare piena dignità al lavoro digitale.

Chiudiamo questa bella chiacchierata con un tuo consiglio di un fumetto da leggere.
Blankets di Craig Thompson. Un fumetto meraviglioso che mi ha fatto ridere, piangere e crescere. Può sembrare lontanissimo dal mio stile e dai miei gusti, ma ci sono arrivato col tempo a quel tipo di letture. Io prima conoscevo solo gli albi venduti nelle edicole; quando poi ho conosciuto Emiliano Longobardi (autore e creatore del webcomic Rusty Dogs) e ho scoperto la sua libreria-fumetteria mi si è aperto un mondo che ha portato alla crescita e al cambiamento dei miei gusti.
Vorrei consigliare anche qualche altro fumetto più recente, ma purtroppo sono un po' indietro con le letture, avendo accumulato una pila di volumi da leggere. Un altro titolo però lo consiglio, un manga, Homunculus. Una bellissima lettura.

Allora, visto che hai nominato Emiliano Longobardi ti chiedo: il suo Rusty Dogs per te è stata una grande palestra. Ci racconti com'è stata quell'esperienza?
È stato molto strano. Emiliano, ho cominciato a stressarlo quando ancora frequentavo l'istituto d'arte; ogni giorno gli portavo a far vedere le mie tavole. Lui è molto duro e critico quando dà un giudizio e questa è una cosa estremamente positiva; io in quel periodo facevo vedere i miei disegni a parenti e genitori che, ovviamente, non trovavano difetti in essi, salvo poi andare da Emiliano che puntualmente mi "bastonava".
Sono stato io a chiedergli di poter disegnare un episodio di Rusty Dogs, prima ancora di iniziare a fare Shinigami, ma in quel momento non è stato possibile. Quando poi è stato Emiliano stesso a chiedermi di disegnare un episodio sono stato strafelice, mi son pure permesso di rifiutare la prima storia che mi propose, dicendogli che non era nelle mie corde e se me la poteva cambiare con un'altra, quella che poi ho realizzato. Una storia molto particolare, dove la presenza umana si intravede e si respira attraverso i dialoghi, dove protagonisti sono gli ambienti. È stata molto intrigante da realizzare.


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